LETTURE/ “4 colpi per Togliatti”: Da Bartali a Pallante, una storia di cuori semplici

Il 14 luglio 1948 Antonio Pallante attentò alla vita di Palmiro Togliatti. A questa “storia d’Italia” è dedicato l’ultimo libro di Stefano Zurlo

03.03.2019 - Maurizio Vitali
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Gino Bartali (1914-2000) (LaPresse)

Il 14 luglio del 1948 uno studente fuori corso di giurisprudenza, Antonio Pallante, attentò alla vita di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista italiano. L’Italia, fresca di Costituzione e di vittoria democristiana nelle elezioni del 18 aprile, e con il Pci fuori dal governo, rischiò la guerra civile. Pallante non raggiunse lo scopo: sparò quattro rivoltellate, ferì gravemente il leader comunista, ma senza riuscire a ucciderlo. La notizia scatenò il finimondo: nel Palazzo, dove il Pci, con Pajetta, gridava al complotto anticomunista e chiedeva le dimissioni di De Gasperi; nelle fabbriche, dove la Cgil, allora sindacato unico, guidato dal comunista Di Vittorio, indisse lo sciopero generale; nelle piazze, dove la base comunista infuriata inscenò dimostrazioni di protesta anche violente che provocarono una trentina di morti e centinaia di feriti sia tra i civili, manifestanti e non, sia tra le forze dell’ordine. Dal letto d’ospedale il Migliore pregava i compagni di “stare calmi e non perdere la testa”. Infatti, mentre non pochi militanti, quadri e anche taluni dirigenti non vedevano l’ora di mettere mano alle armi e scatenare l’insurrezione generale, Stalin, capo mondiale del comunismo, non voleva la rivoluzione armata in Italia.

Sull’attentato a Togliatti hanno scritto, nei settant’anni trascorsi da allora, diversi storici e giornalisti. Ma Stefano Zurlo è l’unico che, dopo lunghissimi anni di silenzio, ha raccolto in lunghe conversazioni la testimonianza di Pallante stesso, incastonandola per così dire come una “soggettiva” nel suo libro Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l’attentato che sconvolse l’Italia (Baldini & Castoldi, 2019).

Si tratta di un lavoro che è insieme rigoroso come un’opera storiografica nell’accertamento dei fatti e avvincente come un film d’azione nel raccontarli.

Gli attori principali sono tre: naturalmente il protagonista-attentatore, Antonio Pallante; l’eroe nazionale del Tour, Gino Bartali; il ministro dell’Interno antisommossa inventore della Celere, Mario Scelba.

Tra Montecitorio e l’Izoard – L’azione ha per epicentro temporale il 14 luglio e si sviluppa quasi tutta nei pochissimi giorni precedenti e successivi all’attentato, con un intreccio di sequenze che avvengono simultaneamente in luoghi diversi. Quattro i principali. Innanzitutto la scena del crimine: via della Missione, adiacente a palazzo di Montecitorio sede della Camera dei deputati. Poi la piazza, anzi le decine e decine di piazze di mezza Italia squassate dalle dimostrazioni, dalle aggressioni contro gli avversari politici e dagli scontri con le forze dell’ordine. Terzo, la cella del carcere di Regina Coeli, dove Pallante apprende dapprima, con sollievo, che Togliatti è sopravvissuto e poi, con sgomento, del disastro che ha combinato senza averlo programmato né minimamente previsto; quindi nel carcere di Noto, dove tale Corrado Guastella, un detenuto comune pluricondannato, arriva a un pelo dal riuscire a fargli la pelle. La quarta ambientazione è la camera 112 del Carlton Hotel di Cannes dove il vecchio Bartali, dieci anni dopo il trionfo al Tour, è lì che si lecca le ferite per quegli stramaledetti 21 minuti di ritardo sulla maglia gialla quando e dove una telefonata del vecchio amico presidente De Gasperi gli chiede di “fare qualcosa perché c’è confusione in Italia” (si sa come è andata: il giorno successivo, 15 agosto, Ginettaccio sbaraglia tutti nei terribili 274 chilometri della Cannes-Briançon, con dislivelli pazzeschi, dal mare ai 2361 metri dell’Izoard e manda in visibilio gli italiani di ogni colore, tranne le teste più calde).

Un attentatore fai da te – Circa Antonio Pallante risulta confermato definitivamente, dal libro di Zurlo, che non è il fascista esecutore di una congiura, come a lungo si ostinarono a presentarlo, ma il giovane liberale-qualunquista, scriteriatamente idealista, visceralmente a favore di una politica patriottica. Per lui il comunismo è il nemico mortale della nazione: vuol vendicare gli italiani vittime di efferati assassinii compiuti soprattutto nel Triangolo rosso della morte e vuol punire Togliatti che considera un eversore pronto a sacrificare gli italiani ai superiori interessi sovietici, che si tratti di lasciar sbattere nei lager staliniani gli alpini dell’Armir o di tuonare contro il Piano Marshall per avversione tutta ideologica.

In ogni caso è appurato che Pallante agì da solo e di sua unica iniziativa. A Catania comprò una pistola al mercato nero, più cinque pallottole in armeria, prese il treno per Roma e il 14 luglio (casualmente giorno della presa della Bastiglia) sparò al Migliore. Fine.

Requiem per la teoria del complotto – Certo, di primo acchito l’ipotesi del complotto poteva essere plausibile. Come ipotesi. Invece la teoria del complotto reazionario venne subito agitata come un dogma, e sostenuta a oltranza non solo dai dirigenti comunisti ma anche da giornalisti e storici. Tale posizione era frutto di quella deformazione ideologica dura a morire per cui i fatti esistono e hanno senso solo se letti all’interno di una visione totalizzante, dialettica e precostituita, della storia. Tipo: borghesia-proletariato-lotta di classe; forze del progresso-forze della reazione; fascismo-antifascismo. Nella visione comunista e togliattiana, per essere democratici si deve “prima” essere antifascisti. Il Pci è il principe dell’antifascismo. Ergo chi è contro il Pci è fascista antidemocratico e non può essere che un agente della reazione. L’imprevisto non è contemplato. La categoria del possibile, esclusa. Il ruolo del singolo? Figuriamoci.

Nel libro di Zurlo contano i fatti e l’imprevisto è ammesso. Requiem per la tesi del complotto.

La leggenda del grane scalatore – E Bartali? E’ proprio vero che salvò l’Italia? Zurlo cita Andreotti, per il quale trattasi di leggenda, ma di leggenda che enfatizza un momento in cui l’entusiasmo collettivo per l’impresa del campione allentò realmente la tensione. Insomma, conclude Zurlo, “forse Andreotti minimizza, ma non sottovaluta la forza di Bartali e le emozioni che ha trasmesso”.

L’altro, anzi, il vero protagonista del contrasto all’insurrezione e alla guerra civile, Zurlo lo indica nel ministro dell’Interno, Mario Scelba, che mise in campo e diresse tutto il possibile dispiegamento delle forze di sicurezza, responsabilizzando i prefetti e i comandi delle varie Armi.

Un gelato, tre banane, una pallottola low-cost. E una chiave fuori posto – Insieme alla capacità di stare ai fatti e di ascoltare (e verificare) i vari punti di vista dei protagonisti, c’è nel libro l’attenzione, si direbbe il gusto, del particolare, lo spazio dato a certi dettagli imprevedibili che potrebbero, a torto, sembrare irrilevanti per la Storia, mentre talvolta influenzano o addirittura deviano il corso degli eventi e comunque arricchiscono la percezione della complessità dell’intreccio storico.

Per esempio il gelato. Il gelato che Togliatti, annoiato da una discussione senza importanza in svolgimento alla Camera, va a gustarsi da Giolitti, a braccetto con la sua Nilde Iotti, passando chissà perché per via della Missione e trovandosi così di fronte al suo attentatore.

Per esempio le pallottole. Le cinque pallottole che Pallante aveva comprato a lire 35 cadauna a Catania. In particolare, delle quattro esplose, quella che colpì Togliatti alla nuca e che non fu letale per via della sua cattiva qualità.

Poi c’è il particolare della chiave. La chiave della cella dove stava rinchiuso Pallante e di cui quel tal Guastella voleva impadronirsi per ammazzarlo. In effetti Guastella riuscì a immobilizzare il secondino e a strappargli il pesante mazzo di chiavi che portava appeso alla cintura, ma non vi trovò quella giusta, che non stava con le altre ma da sola nella tasca posteriore dei pantaloni della guardia. Nessuno ha mai saputo come mai fosse finita là. Sta di fatto che una pallottola low-cost salvò la ghirba al Migliore, e una chiave fuori posto la salvò al suo attentatore.

Infine c’è il particolare delle tre banane. Tre salvifiche banane allungate a Bartali da un tifoso, chissà chi, e proprio in quel tappone del 15 luglio, e proprio nel momento in cui il campione, senza rifornimenti e avendo bruciato quasi tutte le energie, stava per rischiare una crisi per fame.

Potrà mai un bambino valere più di una vecchia volpe? – Resta da dire com’è che Zurlo sia riuscito a intervistare Pallante. Anche qui c’è di mezzo un dettaglio imprevedibile.

Dunque. Va considerato che Antonio Pallante, nato nel 1923 (novantasei anni fa…), uscì dal carcere nel 1953, e da quel giorno l’uomo che attentò a Togliatti divenne l’uomo che voleva farsi dimenticare. E ci riuscì: trovò un lavoro normale nel pubblico impiego e raggiunse la pensione, facendo vita del tutto privata, sottraendosi ai microfoni e alle interviste, fino a sparire dagli schermi radar della memoria giornalistica. Chissà, sarà morto… Ma ecco che a Zurlo, inviato del Giornale oltre che autore di diversi volumi, arriva l’imbeccata dal suo direttore, Alessandro Sallusti: Pallante è vivo, sta a Catania, prova a intervistarlo. Per rintracciare Pallante, Zurlo impiega i mezzi e le conoscenze di cui sa far uso un giornalista d’esperienza. Ci vuole il suo tempo, ma ci riesce. Per ottenere l’intervista, tuttavia, le risorse professionali non basteranno. Pallante, ben schermato dal figlio Carmine, non aveva nessuna intenzione di concedersi all’interesse giornalistico. L’inviato del Giornale però ha anche un suo autentico interesse personale, semplice semplice: Pallante è un personaggio della sua infanzia, divenutogli quasi famigliare attraverso papà Alfonso e i suoi racconti emozionanti di quei tragici giorni. Lo confida a Carmine. Ed è questo particolare, apparentemente quasi insignificante e comunque inefficace, che fa la differenza. Chi l’avrebbe mai detto che vale più il candore del bambino della scaltrezza di una vecchia volpe di redazione? Qualche volta almeno, dài.

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