STORIA/ Da Christovão de Gama a Lalibela, in Etiopia un cristianesimo unico al mondo

A salvare l’Etiopia cristiana dall’islam furono i portoghesi. Poi vennero il colonialismo e i massacri, che però non riuscirono a spegnere la fede. Secondo di 2 articoli

07.03.2019, agg. il 08.03.2019 alle 14:27 - Ivo Musajo Somma
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Icona etiope (foto dell'autore)

A salvare l’Etiopia cristiana e a mutare un destino che sembrava già segnato fu un piccolo corpo di spedizione portoghese composto di cavalieri e archibugieri, in tutto, sembra, circa quattrocento soldati; li comandava Christovão de Gama – figlio del celebre navigatore Vasco de Gama –, che, ferito e preso prigioniero dai nemici, fu torturato e ucciso per non aver rinnegato la fede cristiana. Nonostante la morte del suo comandante, il contingente portoghese si rivelò determinante per raggiungere la vittoria finale. L’occasione era quanto mai propizia a una nuova stagione di più fecondi contatti dell’Etiopia con il Portogallo e con la Chiesa cattolica, ma purtroppo, lì dove soldati di dura tempra avevano avuto successo, gli ecclesiastici fallirono: i gesuiti portoghesi, infatti, pur avendo in una prima fase ottenuto risultati promettenti, si dimostrarono poi così privi di tatto e poco diplomatici verso genti fieramente attaccate alle proprie tradizioni, da vanificare tutto cercando di imporre una latinizzazione indiscriminata.

Il XX secolo vide, negli anni Trenta, l’invasione dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista, tardo e infelice tentativo di perseguire la grandezza coloniale, durante la quale le nostre truppe, per ordine del viceré Rodolfo Graziani, si macchiarono di un odioso misfatto come il massacro di monaci e fedeli compiuto nel monastero di Dabra Libanos nel maggio del 1937. Va detto che con il dicembre dello stesso anno, quando il duca Amedeo d’Aosta fu nominato governatore generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia, lo stile di governo cambiò in modo radicale. Senza in alcun modo mutare il giudizio sull’invasione, bisogna pur aggiungere che la presenza italiana in Africa orientale seppe esprimersi anche in positivo, com’è testimoniato, ad esempio, dalla cura con la quale i nostri architetti edificarono Asmara, in Eritrea, dove la presenza italiana risaliva alla fine dell’Ottocento: nella città, ritenuta forse la più bella città africana e caratterizzata a tutt’oggi da edifici razionalisti e art déco, furono erette, oltre alla cattedrale cattolica, una cattedrale ortodossa etiopica, una moschea e una sinagoga.

Il secolo scorso vide anche il regno dell’ultimo negus, Haile Selassie, impegnato prima a fronteggiare l’invasione italiana e, in seguito, in una complessa opera di modernizzazione della società etiope e di rivitalizzazione della sua Chiesa, che proprio grazie all’iniziativa del sovrano ottenne la fine dell’antichissima soggezione alla giurisdizione alessandrina e la solenne proclamazione di un patriarca etiope nel 1959. Nel 1974 il negus, il successore di Salomone, l’ultimo imperatore cristiano, fu deposto e poi assassinato in seguito a un colpo di Stato che, molto rapidamente, portò all’instaurarsi in Etiopia di uno dei regimi comunisti più brutali del Novecento, durante il quale il Paese fu precipitato in un vero abisso fatto di guerra, carestie, collasso economico e sanguinose persecuzioni. Questa situazione ebbe fine nel 1991, con la caduta del regime di Menghistu, dalla quale sorsero due Stati indipendenti, l’Etiopia e l’Eritrea.

Cristianesimo nero, africano, periferico, assolutamente autoctono, quello etiope non ha però certe caratteristiche di spontaneismo e tribalismo che qualcuno potrebbe immaginare sulla base degli stereotipi contemporanei. La Chiesa ortodossa tawahedo d’Etiopia (tawahedo è parola che richiama il concetto di unità/unione, in riferimento alla natura di Cristo), così come quella d’Eritrea, dove dal 1991 risiede un altro patriarca – senza peraltro che vi sia alcuna differenza tra le due al di fuori dell’aspetto meramente giurisdizionale, dovuto alla recente indipendenza dell’Eritrea – si fonda infatti su un’antica tradizione liturgica, teologica e spirituale, come su un ben radicato monachesimo autoctono: tutto ciò le conferisce il tratto marcatamente ieratico e contemplativo tipico dell’Oriente cristiano, di cui la tradizione etiopica, seppure con caratteristiche assolutamente originali, fa parte. Una realtà arcaica e profondamente conservativa ha favorito il mantenimento di significativi elementi del cristianesimo antico, magari mescolati a componenti etniche: si pensi ai numerosi anacoreti, che nelle pratiche ascetiche e nello stile di vita si collocano senza soluzione di continuità sulla via tracciata dai padri del deserto. Si pensi alla produzione di libri manoscritti in pergamena, che è proseguita almeno fino al secolo XX e, in misura residuale, continua ancora oggi.

Vi sono poi ancora altre particolarità del cristianesimo etiopico che colpiscono immediatamente l’occhio occidentale: i coloratissimi ombrelli liturgici, i cantori che accompagnano la liturgia con sistri e speciali bastoni da preghiera, le croci, onnipresenti e di varia tipologia, soprattutto quelle processionali, ma anche quelle più piccole, sempre tenute in mano dai sacerdoti. Senza dimenticare le immagini sacre dai colori vivaci, nelle quali lo stile lascia scorgere a volte le influenze tanto orientali quanto occidentali (si pensi all’attività in Etiopia del pittore veneziano Nicolò Brancaleon, tra i secoli XV e XVI), e le icone su tavola, tra le quali molto diffuse quelle portatili, fatte per poter essere tenute addosso. Anche l’architettura ecclesiastica, che ha conservato per secoli come modello le antiche chiese di Aksum, si richiama a schemi locali, pur declinati in maniera assai diversa: dalle cattedrali delle maggiori città, alle semplicissime chiese dei villaggi, fino alle impressionanti chiese rupestri, come quelle di Lalibela, la Gerusalemme etiopica.

Al distratto osservatore occidentale è però bene ricordare che non si tratta di elementi “esteriori”, ma innestati su un’intensa spiritualità, nella quale il culto alla Madre di Dio riveste un ruolo di primo piano. Secondo una radicata tradizione, la sacra famiglia, durante la fuga in Egitto, si sarebbe spinta fino in Etiopia; una variante racconta di come la Vergine e il Bambino avrebbero visitato il Paese su una nuvola, accompagnati da sei leoni e guidati dall’arcangelo Uriele: allora Gesù avrebbe benedetto l’Etiopia, offrendola alla Vergine come suo speciale possesso. Un altro aspetto caratteristico della devozione etiopica per la Madonna è il Kidana mehrat, il “Patto di misericordia”, cioè la promessa fatta da Cristo a sua Madre di salvare tutti coloro che l’avessero invocata e venerata.

Forse non sono molti coloro che hanno avuto il privilegio di visitare i luoghi dell’Etiopia cristiana. Eppure tanti, pellegrini a Gerusalemme, avranno notato un inconsueto, piccolo monastero proprio sul tetto del Santo Sepolcro; e magari avranno osservato i monaci dalla pelle scura durante l’ufficio, lo sguardo rivolto verso un orizzonte che è già escatologico. Si tratta di Dabra Seltan, la comunità monastica etiope che lì conduce un’esistenza di semplicità e ascetismo, abbarbicata ai tetti e alle cupole della basilica, vicino a Dio.

(2 – fine)

Consigli di lettura – Di recente pubblicazione è l’opera impressionante (due volumi per oltre 2000 pagine complessive) di Alberto Elli, “Storia della Chiesa ortodossa Tawāḥedo d’Etiopia”, Milano 2017, dedicata alla storia del cristianesimo etiopico dalle origini fino ai primi anni Duemila. Per approfondire anche gli aspetti inerenti la liturgia, la spiritualità, il monachesimo e l’arte sacra, esistono buone pubblicazioni in lingua italiana: Kirsten Stoffregen Pedersen, “Gli Etiopi”, trad. it., Schio-Città del Vaticano 1993; Osvaldo Raineri, “La spiritualità etiopica”, Roma 1996; “Etiopia. Storia, arte, cristianesimo”, a cura di Walter Raunig, trad. it., Milano 2005; “Nigra sum sed formosa. Sacro e bellezza dell’Etiopia cristiana” (Catalogo della mostra), Vicenza 2009; “Æthiopia porta fidei. I colori dell’Africa cristiana” (Catalogo della mostra), a cura di Giuseppe Barbieri e Gianfranco Fiaccadori, Vicenza 2012.

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