LETTURE/ La tecnologia ci illude di essere eterni ma la natura smaschera l’inganno

La tecnologia ha modificato la nostra vita illudendoci di essere eterni. Ma le Ceneri ci ricordano qual è la verità

09.03.2019 - Alessandro Burrone
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LaPresse

Le cose del mondo sono cenere: ingannano, sembra che ci soddisfino, ora, ma poi diventano cenere. Sono le cose che, come con un fuoco, si possono bruciare; ma una volta bruciate, non rimane che cenere. Cioè nulla, torniamo poveri come eravamo, come siamo nati. Quanto il nostro pensiero e i nostri comportamenti, qui in Occidente ma ormai in tutto il mondo, sviluppato e meno sviluppato, è basato e concentrato sulla materia!

Così procede l’omelia, con lunghe pause, mentre la parola cenere rimbomba su in alto tra le volte semplici, affrescate di bianco.

Camminando per le strade di una grande metropoli come Londra, sembra che negli occhi della gente, nel modo in cui camminano, mangiano, fumano, parlano mentre fuori da un locale bevono una birra, non esista che la materia, non sia contemplato che il piacere fisico. Quanto basiamo la nostra vita su queste cose che non sono permanenti, che vanno via, e il fatto che ce le abbiamo è appeso ad un sottile, sottilissimo filo. Quella fiammella al vento che è la nostra vita!

Forse davvero la nostra società, noi ed io compresi, siamo diventati, stiamo diventando dei veri alienati. A nessuno sembra più sfiorare il pensiero che esista qualcos’altro oltre a noi stessi, oltre alla materia, oltre a questa vita.

L’urbanizzazione, la lontananza dalla natura, dalla fonte della nostra materialità e corporeità fa sembrare che essa venga, appunto, dal nulla. Che sia scontata: che la frutta cresca su un banco di un supermercato illuminato, il sushi si faccia da sé nelle scatolette da portare via.

Eppure, appena faccio una camminata in un parco, o in una foresta, come questo weekend nel vasto Regent’s Park, e guardo un animale – una papera che nuota, degli uccellini che volano su e giù, a filo d’acqua, sul lago – quando vedo un gruppo solitario di piante, o passo in mezzo ad una foresta; quando la natura come oggetto reale e concetto si ricrea fuori e dentro di me, allora capisco, improvvisamente, quanto l’uomo sia compreso e sia parte di quella stessa medesima natura. Di come noi ne siamo uno sviluppo, ma siamo esseri tanto naturali quanto quelli in mezzo ai quali cammino, che sembrano non essere minimamente coscienti di me.

Questa consapevolezza sembra mancare completamente oggi – si parla di sostenibilità, di uno sviluppo green e rispettoso dei problemi ambientali, ma quanto di fatto ci pensiamo separati e lontani, quasi contro la natura. Questa idea che in fondo siamo, sì, migliori e più evoluti, ma simili a quegli animali che spinti dallo stesso attaccamento alla vita che ci accomuna, si allontanano pacificamente mentre mi avvicino per osservarli, sembra oggi non essere concepibile.

Mentre camminavo per una umida, nebbiosa Epping Forest, sopravvissuta nella periferia nord-occidentale di Londra, una domenica mattina, con un silenzio che a fargli caso pareva ridare vita, risanare le mie orecchie, ed un profumo di funghi e terra, parlavo con due amici e mi soffermavo sulle nostre voci che si perdevano nel vuoto della foresta.

Che suono famigliare, quelle voci che attendevano una risposta, che parlavano a me e all’altro compagno, quasi fosse, all’improvviso, il ritorno di un ricordo lontano. Anche la lingua, la nostra lingua strana ed astratta pareva avere di fronte alla foresta un senso compiuto, una nuova concretezza, pareva un fatto naturale quanto quegli alberi dei quali io non sapevo, fino a quel momento, l’esistenza ma che, nonostante ciò, erano cresciuti e avevano messo radici, lì da decenni, forse da più di un secolo, alti e possenti. La voce dei miei compagni di cammino sembrava d’un tratto corrispondere a quella natura che ci circondava. Ritornare in città quel giorno fu sconvolgente.

Il telefonino e il computer, che rappresentano nella mia vita la tecnologia, occupano in essa un posto tanto centrale che in questo mondo urbano, lontano e dimentico della natura, prendono ormai il posto in modo equivalente, se non maggiore delle mie relazioni umane. Uso infatti quotidianamente social network e in particolare Youtube, di cui sono abbastanza dipendente nei momenti – sono così tanti, se uno ci pensa – di noia e di vuoto, di solitudine. Nei momenti di grande tensione, posso anche stare ore fisso davanti allo schermo, immobile, soltanto il pollice che scorre da un video all’altro.

Per quanto non si può negare che ne siamo complici e primi responsabili. La città contemporanea, che vuole essere “tech”, ci porta ad allontanarci sia dalla natura, che dall’uomo; le due cose più naturali, cioè, che non possiamo pensare di aver creato noi o che derivino da noi, che sono e sarebbero ad ogni modo e nonostante me.

Di questo fenomeno però, siamo anche, allo stesso tempo, vittime. La nostra individuale responsabilità e ruolo nell’ambiente (urbano) che ci circonda è essenziale e non prevaricabile; ma questo non toglie che un fatto strutturale, antropologico direbbe qualcuno, a livello del nostro essere (ontologico) stia accadendo. E la tecnologia, questo probabilmente è il vero problema, è potenzialmente più asservente di altri oggetti, altra “materia”, che noi usualmente sfruttiamo per soddisfare i nostri desideri fisici.

La tecnologia ci da l’illusione che essa si riproduca, che non finisca mai, che possa essere “infinita”; Facebook, Instagram, Youtube producono casualmente combinazioni nuove di video, post ed immagini da tutto il mondo, continuamente, “all’infinito”. La tecnica è materia che dà l’impressione di non diventare o dover mai diventare cenere, qualcosa che per quanto la consumiamo, si autoriproduce; e per questo particolarmente illusoria. È un nulla che da un’impressione più realistica di essere qualche cosa di vivo, più corrispondente alla nostra natura. Ma materia è, cenere, come tutto il resto.

Quella mancanza, che è impossibilità di capire tutto e al contempo consapevolezza del nostro ruolo e della nostra piccolezza nel nostro esistere nel mondo, che ci rappresenta e caratterizza l’uomo, cerchiamo di colmarla con cose che la possono colmare solo temporaneamente. L’urbanizzazione – produttiva, economica e culturale – permette che questo accada in maniera considerevolmente maggiore. L’estensione dell’uso della tecnologia nella nostra vita moltiplica ed allarga questo tipo di alienazione (dalla natura, da ciò che ci corrisponde e nel quale possiamo riconoscere qualcosa che sia altro e al contempo il nostro limite, distinguere tra “io” e “tu”) in modo ancora più esponenziale.

La metafora della cenere può, allora, richiamarci a riflettere sulla nostra vera natura.

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