LETTURE/ Antigone, Porzia e il matrimonio che “non s’ha da fare”

- Luigi Campagner

Il matrimonio non è solo qualcosa che appaga due individui, ma è un bene anche per la società. Lo dicono due figure femminili, Antigone e Porzia

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Wlliam Congdon, Venice 2 St. Mark's Square 1, 1950

“Ma come si fa a scegliere la donna che bisogna sposare?”, ecco il pensiero di un bambino di cinque anni che intercetta la questione attualissima dei matrimoni in caduta libera. Un pensiero che non troverebbe ascolto in nessun congresso, neppure in quello di Verona che ha acceso gli animi in queste settimane. La domanda mi è stata riferita in una seduta di psicoanalisi dalla madre, preoccupata e ammirata nello stesso tempo, del brillante cinquenne. Nella stessa sede e nello stesso giorno, altre persone, con un bagaglio d’esperienza ben maggiore, si sono arrovellate sullo stesso quesito senza trovare il bandolo della matassa, quasi avessero elevato il divieto di don Rodrigo: “questo matrimonio non s’ha da fare!”, a massima universale.

La casistica è varia: da chi lascia alle soglie dell’altare, a chi prolunga una convivenza sine die senza mai trovare la motivazione per compiere il temuto passo, chi si pente amaramente subito dopo (o un po’ più in là), chi getta la spugna e si consola con la mountain bike, la moto, il parapendio o con la prima ragazza disponibile online. Immaginiamo ora che sia trascorso un ventennio e che il nostro cinquenne fosse venuto a chiedere una buona lettura per dipanare il suo quesito infantile. Be’, va confessato, non sarebbe facile suggerire, così su due piedi, qualcosa di veloce e illuminante assieme. A meno di non essersi imbattuti nel saggio semi sconosciuto (ma facilmente reperibile online) di Tullio Ascarelli intitolato Antigone e Porzia.

Ascarelli (1903-1959) fu un giurista di origine ebraica, esperto di diritto commerciale comparato, costretto dalle leggi razziali a rifugiarsi in Brasile. Il suo stuzzicante saggio consente di accostare le due figure femminili nell’ottica del quesito iniziale. L’Antigone di Sofocle è una delle donne più famose della storia, mentre Porzia, la protagonista del Mercante di Venezia di Shakespeare, lo è – immeritatamente – molto meno. Entrambe sono personaggi letterari, frutto del pensiero di un artista, ma d’altra parte anche la personalità di ciascuno è frutto di un paziente (e tenace) lavoro creativo.

Dicevo che Antigone è una delle donne più studiate della storia, tranne che come sposa. Infatti Antigone, per usare un’espressione di Giacomo Contri, “nichilizza”, “fa nulla” e tra le cose che “nichilizza” c’è appunto il suo matrimonio con Emone, il figlio di Creonte, legittimo re di Tebe. Il nesso tra Emone e Creonte è un nesso importante perché iscrive(rebbe) il matrimonio con Antigone, revocato anzitempo dal suicidio dell’eroina tragica, nella dimensione pubblica della polis.

Antigone trascina Emone nella sua furia suicida perché non ha fede nel patto che fonda ogni società, quello tra uomo e donna come quello tra i cittadini. La donna di Shakespeare è agli antipodi. Porzia, il più lusinghiero dei suoi personaggi femminili, sposa l’amato Bassanio e con la stessa passione si ingaggia nelle vicende pubbliche della sua città. La commedia come noto è ambientata a Venezia e verte, come la tragedia di Sofocle, su un paradosso giuridico rappresentato dalla pretesa di Shylock di essere risarcito con la famosa “libbra di carne” di Antonio: il mercante di Venezia. Nella vicenda Porzia è implicata indirettamente perché Antonio si era indebitato in favore di Bassanio per permettergli il matrimonio con la ricca ereditiera. Davanti al Doge Porzia scioglie il paradosso “in punta di diritto”, scovando un vizio di forma nel contratto, che non prevedendo anche il “sangue” di Antonio non permette di ottenerne la “carne”.

L’argomento di Porzia ha diviso (e divide) le schiere dei giuristi tra chi, come Ascarelli, ne ammira la capacità di portare la primavera nell’inverno delle leggi attraverso la continua interpretazione di queste ultime, e chi invece svilisce il suo “artificio interpretativo” a furbizia femminile, a mero argomento tecnico che non individua l’ingiustizia recondita del contratto nel suo essere “contro natura”.

Ma se è questo lo stato dell’arte degli studi neppure la lettura di Ascarelli servirà al nostro ex cinquenne per sciogliere il suo dilemma infantile. Anche per lui non sono previste scorciatoie e se vorrà “prender partito” non gli resterà che usare la testa, evitando di perderla, come secondo Freud avviene nell’innamoramento.

Per chi scrive i dubbi su Porzia stanno a zero e il motivo è presto detto. Porzia non si limita a difendere il suo matrimonio con Bassanio che verrebbe funestato dalla condanna (a morte) di Antonio, ma si muove sulla scena pubblica offrendo al Doge, simbolo della città, l’appiglio giuridico per schierarsi dalla sua parte, nel contempo salvare la reputazione della Serenissima e l’onorabilità delle sue leggi. Porzia non si chiude in un privato dorato e autosufficiente, ma si cura della civitas, mantenendo l’ambizione di vivere in un paese delle cui leggi andare fieri.

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