LETTURE/ “Pange lingua”, Chi può darsi come cibo agli amici con le sue mani?

- Laura Cioni

L’inno è un gioiello di luce e musica: l’Aquinate avvicina al mistero cantato l’anima che sosta in preghiera davanti al gesto con cui Gesù sceglie di rimanere tra gli uomini

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Leonardo da Vinci, Ultima cena, particolare (1495-98)
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L’amore di san Tommaso d’Aquino per l’Eucaristia è abbastanza noto: i suoi confratelli lo vedevano spesso inginocchiato davanti all’altare in un muto colloquio con la presenza di Gesù nel segno del pane. Forse da quella lunga preghiera traeva ispirazione anche gran parte della sua immensa opera filosofica.

Il papa Urbano IV lo incaricò di scrivere gli inni per l’ufficio della solennità del Corpus Domini, istituita a Orvieto nel 1264 in seguito al miracolo di Bolsena. Il grande filosofo diventa poeta e nascono alcune delle composizioni più belle della liturgia: tra le altre, la sequenza Lauda Sion, l’inno Adoro Te devote per il ringraziamento dopo la Comunione, il Pange lingua, inno per i primi e secondi vespri e per la Benedizione. Per quest’ultimo Tommaso si rifà all’omonimo inno di Venanzio Fortunato, composto circa sette secoli prima. Anche in questo caso lo scriba sapiente ha saputo trarre dal suo tesoro cose vecchie e nuove.

Pange, lingua, gloriósi
Córporis mystérium,
Sanguinisque pretiosi,
Quem in mundi pretium
Fructus ventris generosi
Rex effudit gentium.

Nobis datus, nobis natus
Ex intacta Virgine,
Et in mundo conversatus,
Sparso verbi semine,
Sui moras incolatus
Miro clausit ordine.

In supremae nocte cenae
recumbens cum fratribus,
observata lege plene
cibis in legalibus
Cibum turbae duodenae
se dat suis manibus.

Verbum caro, panem verum
verbo carnem efficit:
fitque sanguis Christi merum,
et si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.

Tantum ergo sacramentum
veneremur cernui,
et antiquum documentum
novo cedat ritui;
praestet fides supplementum
sensuum defectui.

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Genitori Genitoque
laus et iubilatio,
salus, honor, virtus quoque
sit et benedictio;
Procedenti ab utroque
compar sit laudatio.

L’inno è composto di sei strofe di sei versi ciascuna, divisi in distici. I versi sono quadrimetri trocaici, la rima è alternata. Dalla struttura metrica di questa composizione si conferma tutto il debito del Medioevo alla cultura classica e dunque le solide fondamenta dell’edificio culturale costruito in un millennio di lavoro intellettuale.

Canta, o lingua,
il mistero del corpo glorioso
e del Sangue prezioso
che il re delle nazioni,
frutto benedetto di un grembo generoso,
sparse per il riscatto del mondo.

Si è dato a noi, nascendo per noi
da una vergine purissima,
visse nel mondo spargendo
il seme della sua parola
e chiuse in modo mirabile
il tempo della sua dimora quaggiù.

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Nella notte dell’ultima cena,
sedendo a mensa con i suoi fratelli,
dopo aver osservato pienamente
le prescrizioni della legge,
si diede in cibo agli apostoli
con le proprie mani.

Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola
il pane vero nella Sua carne
e il vino nel Suo sangue,
e se i sensi vengono meno,
la fede basta per rassicurare
un cuore sincero.

Adoriamo, dunque, prostrati
un sì gran sacramento;
l’antica legge
ceda alla nuova,
e la fede supplisca
al difetto dei nostri sensi.

Gloria e lode,
salute, onore,
potenza e benedizione
al Padre e al Figlio:
pari lode sia allo Spirito Santo,
che procede da entrambi.
Amen.

È evidente che la traduzione non può rendere la pregnanza del testo originale né la musicalità dei versi, ma almeno avvicina al mistero cantato l’anima che sosta in preghiera davanti al gesto con cui Gesù sceglie di rimanere tra gli uomini. In trentasei brevi versi è condensato il mistero della salvezza, dall’Incarnazione alla dimora storica, dall’amicizia con i suoi all’estremo dono di sé. Intelligenza e cuore concorrono a cesellare per il tesoro della Chiesa un gioiello di luce e di musica.

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