LETTURE/ Vassallo, quando l’opinione è al potere ci salva solo il cuore

- Mario Sammarone

Nicla Vassallo nel suo “Non annegare” affronta il tema della crisi della conoscenza nel tempo della “fine della competenza”. Un impegno che ha a che fare con la felicità

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Raffaello, Scuola di Atene, Platone e Aristotele, particolare (1509-11)

La conoscenza in declino, e l’ignoranza che dilaga. Sembra il luogo comune di un circolo di intellettuali demodé o il mero assillo di qualche professore non rassegnato alla decadenza culturale, eppure il nostro tempo postmoderno e postilluminista, pur essendo completamente assuefatto alla scienza e alla tecnica, ha messo in evidenza come il vecchio paradigma per cui l’uomo o la donna che sa di più è anche colui o colei che ricopre incarichi sociali più importanti, è in crisi.

Oggi la conoscenza viene additata come un lusso, una vuota attività perfettamente inutile per una élite improduttiva o indolente, come se il sapere fosse una forma di divinità obsoleta e negletta, sostituita dall’imperante pressapochismo (digitale) del nostro tempo.

Un nuovo libro della filosofa Nicla Vassallo, dal titolo Non annegare. Riflessioni sull’ignoranza e sulla conoscenza (Mimesis 2019), ci spinge a queste riflessioni. L’autrice, che insegna filosofia teoretica a Genova e a Londra, da sempre sensibile ai problemi di genere e discriminazione, affronta i grandi argomenti della conoscenza e della sua crisi nel tempo della cosiddetta “fine della competenza”.

Oggi è facile entrare nell’agone dell’opinione. Basta una ricerca rapida, e via, chiunque può dissertare di tutto: ci si può improvvisare esperti di lusso, di calcio e finanza, diete per cani, erboristeria e psicologia del profondo, per non parlare di cucina, medicina e filosofie più o meno orientaleggianti.

Onde non aprire ulteriori questioni, limitiamoci a ricordare quello che dicevano gli antichi greci, che da buoni antichi non conoscevano altro mondo se non quello dei rapporti faccia a faccia, de visu. Aristotele, nel famoso incipit della sua Metafisica, osservò come l’uomo sia spinto naturalmente verso la conoscenza – del resto ci chiamiamo homo sapiens. Per lo Stagirita – ed è questo uno dei grandi lasciti del pensiero antico – prima di intraprendere qualsiasi azione pratica, poetica o politica che fosse, occorre, anzitutto, conoscere. Se non conosco, meglio non esprimere giudizi; e se non esprimo giudizi, meglio astenersi dall’azione.

Al contrario, oggi si tende a esprimere posizioni frettolose, spesso senza una fondazione oggettiva. La competenza è messa in discussione. Siamo nel tempo dell’opinione effimera e dilagante, inconsistente quanto vuota. Vediamo all’opera una nuova ed effimera doxa all’ennesima potenza grazie ai sistemi di comunicazione digitali. Quello che importa è stare al centro dell’attenzione, non i contenuti di ciò che si dice. La verità è relegata a rimpianto o a miraggio di un’altra epoca.

Il paradosso è che sembra, per alcuni versi, di essere tornati nell’antica Grecia. Come? Sono passati venticinque secoli, eppure oggi i media digitali permettono a tutti di intervenire e creare opinione. Esiste un nuova agorà digitale che ha sempre più effetti sul mondo – sociale e politico, ma anche economico – reale. Tutti possono entrare nell’agone dell’opinione, e così esercitare un’azione di influenza politica. Ma un’opinione non basta, specie se basata su un effimero utile particolare o su dei valori non condivisi. Una società ha bisogno di una fondazione oggettiva, che renda autorevole il sapere e anche chi lo possiede.

Certo, qui non si critica il diritto di ciascuno a dire la sua. Le società occidentali si fondano sulla libertà. Pensate a cosa accadrebbe se qualche sapientone o potente di turno indicasse alla gente ciò che sia di volta in volta da dire o da non dire, da pensare o da non pensare, da scrivere o da non scrivere – e la storia, maestra di vita, è tragicamente ricca di esempi in tal senso.

È perfettamente legittimo dedicarsi ad altro rispetto a, diciamocelo, noiosissimi e spesso aridi libri (anche in versione digitale). Platone diceva che gli esseri umani non sono tutti uguali, ciascuno ha la sua natura che lo porta a realizzare quello che è. In altre parole, lo studio non è un imperativo. Qui si vuole criticare, invece, la tendenza a opinare di tutto, e allo stesso tempo avere pretese di verità assoluta, non conoscendo o avendo solo una visione parziale di ciò di cui si parla. Le società democratiche moderne si fondano sulla mediazione, ma chi ha il compito di mediare non può cadere nel pressapochismo. È il weberiano lavoro intellettuale come professione a essere in discussione.

Si dirà, perché faticare ancora per conoscere qualcosa, perché compiere i lenti passi della cultura, perché studiare, in una battuta, se si può fare copia-e-incolla e accedere allo scibile con un clic?

Sembra la nemesi del vecchio ideale illuministico, secondo cui la conoscenza avrebbe reso gli esseri umani liberi e migliori. Un’ideale regolativo che sostanzialmente ha dominato nell’Occidente dalla fine del Settecento, pur con significative eccezioni come, ad esempio, la critica della Scuola di Francoforte. È grazie all’Illuminismo che si è costruita la nostra società, in cui l’uomo o la donna media sa una miriade di cose, a volte anche inconsapevolmente, in più rispetto al suo omologo del 1819 o dell’819.

La domanda è: questa conoscenza ha reso l’uomo migliore? La stessa domanda si applica alla società in cui noi tutti viviamo. Siamo ottimisti, e rispondiamo sì, o almeno lo crediamo, perché la domanda è complessa. Ma per quanto siamo ottimisti, dovremmo sforzarci per rispondere a una seconda, cruciale domanda: questa conoscenza, in cui siamo immersi e che nella stragrande maggioranza dei casi ci padroneggia, ci ha reso più felici?

Forse una risposta viene fuori da ciò che dice Nicla Vassallo. L’autrice, che porta avanti con capacità persuasiva e passione le sue ragioni autenticamente illuministiche, ci parla di Cartesio, il grande filosofo della modernità che dubitò di tutto il mondo tranne dell’io che pensa, mettendo l’etica, e il bene dell’uomo, sul ramo più alto della ricerca. Vale a dire, la conoscenza deve sempre essere rivolta al miglioramento della vita dell’uomo (e della donna, ovviamente). Il sapere non deve essere arido e sganciato da ciò che è bene per l’essere umano.

Il saggio zen non sa come si costruisce un ponte, una casa o un’automobile, non avrà letto Kant o Dostoevskij, probabilmente, però saprà che qualsiasi conoscenza deve essere sempre associata a un senso positivo e alla ricerca della felicità. La conoscenza deve avere un cuore, deve andare oltre la logica di cui è costituita, rimanere nella sua dimensione umana e vitale. Altrimenti, perché darsi tanta pena per conoscere?

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