ARTE/ Giotto, “Cristo morto”: il Padre soffre con gli uomini

- Giulia Sponza

Fissare “Il Compianto” di Giotto nella Cappella degli Scrovegni è imbattersi con la purità del dolore, condivisa dal Padre con le donne e Giovanni

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Giotto, Compianto su Cristo morto (1306), particolare

Fissare Il Compianto alla Cappella degli Scrovegni è imbattersi con la purità del dolore. In nessuna delle figure che compongono la scena trovano infatti spazio ripiegamenti compiaciuti o sentimentalismi artificiosi, ma tutta la tensione dei personaggi confluisce e trova la sua ragione nell’atteggiamento abbandonato del Cristo morto, in cui il corpo, ormai inerte, sembra tuttavia prolungare la consegna di sé al Padre, gridata dalla croce.

Il nucleo pittorico e comunicativo dell’affresco ci pare identificabile nel gesto di Maria che, abbracciando teneramente il Figlio, penetra con il proprio lo sguardo ormai esanime di Lui nel tentativo amorevole di restituirgli la vita.

Al pathos della Vergine fanno eco le altre presenze che animano la scena di una sinfonica armonia gestuale; l’equilibrio stabilito dall’alternarsi ritmico dei vuoti e dei pieni, dai corpi inclinati o raccolti, dalle tonalità di colore delicatamente giocate in un simmetrico contrappunto, rivelano l’intensità altamente drammatica dell’opera.

Nessun particolare sfugge: di ciascun protagonista Giotto ha saputo cogliere il moto di un dolore trattenuto e insieme offerto, che si compie – fino a compenetrarsi – nella protesa coralità degli sguardi puntati tutti sul corpo oramai esangue del Maestro.

Dalla dispiegata apertura delle braccia di Giovanni, l’occhio si lascia docilmente guidare sulle due figure di sinistra: l’una, dolorosamente sorpresa, suggerisce nel gesto una sorta di incredulo smarrimento frammisto ad un impeto di muta rassegnazione; l’altra, tutta ravvolta sotto il mantello della sua gelosa sofferenza, pare vinta da uno scoramento rassegnato senza tuttavia cedere alla disperazione. Dietro di loro, come a prolungare l’eco di questo singhiozzato silenzio, s’intuisce il litanico lamento delle pie donne che, con pudica ritrosia, si affacciano alla scena.

Gli angeli, che inondano il cielo del dolore stesso di Dio, ne assecondano il ritmo fino a gridare lo strazio del Padre, obbediente lui pure alla propria opera di redenzione. Cielo e terra, infine, sembrano trovare – nella deserta aridità della natura – il culmine della loro espressione.

Contrastano, nello svolgimento liturgico del dramma, le figure, leggermente isolate sulla destra, dei due apostoli: nell’espressione di ieratica certezza dipinta sui loro volti, sembra già trasparire la Chiesa nel compito di custode e depositaria della tradizione.

Ogni gesto è come sospeso a quel misterioso istante della storia nel quale Giotto ha scelto di fissare il vertice della pietà per Cristo: una pietà materna e filiale insieme, una pietà dunque umana, capace di sorreggerne i piedi, il capo, le braccia, capace di piangere la vita e la bellezza, ma anche di struggersi per la nostalgia di uno sguardo, capace infine di una gratuità che trova in Maria il paradigma ultimo dell’amore.

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