LETTURE/ Giovannino e Pino Guareschi, un affetto più grande della guerra

- Egidio Bandini

Pochi sanno che Giovannino Guareschi aveva un fratello. Pino Lodovico fece la campagna di Russia, risultò disperso, poi i due fratelli si ritrovarono

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Pino Guareschi in una tipografia russa

Alzi la mano chi di voi sa che Giovannino Guareschi aveva un fratello. E che fratello!  Pino Lodovico, secondogenito di Primo Teodosio Augusto e della Signora Maestra nasce nel 1917 e cresce nel momento più difficile per la famiglia: i guai economici del padre porteranno infatti al fallimento, dopo diversi pignoramenti e sequestri di mobilio, il 5 novembre 1926.

Superficialmente, ripensando alla vita di Pino Guareschi, verrebbe da dire che egli, prendendo a prestito il titolo di un recente film, potesse con quasi assoluta certezza affermare: mio fratello è figlio unico! In realtà non era affatto così e il legame fra i due rimase ben saldo per tutta la vita, nonostante le loro strade si fossero divise e Pino Lodovico, pur dotato di acume ed intelligenza straordinari, facesse sempre una gran fatica a conservare uno dei tanti lavori intrapresi. Evidentemente aveva ereditato dal padre Primo Augusto l’irrequietezza, la continua tensione a cercare cose nuove, ad interessarsi di tutto ciò che il progresso metteva a disposizione. Ma, esattamente come il padre, senza mai trovare la strada giusta.

Come successe a Giovannino, anche Pino rimane invischiato nel “pasticcio grosso” della seconda guerra mondiale e si ritrova, nel 1942, a far parte del Csir: il Corpo di spedizione italiano in Russia. E da gennaio del 1942 appunto, da un’idea di Pino Guareschi e di altri ufficiali, nasce il settimanale in lingua italiana Dovunque, scritto e stampato per i militari del Csir.

Il periodico, di quattro pagine, viene stampato con macchine e su carta “preda di guerra”, come informa il direttore responsabile tenente Antonio Baldini-Rualis sul primo numero, datato 8 gennaio 1942. Da subito al giornale (evidentemente era una dote di famiglia) inizia a collaborare anche Pino, con la rubrica poetica “L’angolo della Musa” e con la divertentissima lettera in italiano volutamente maccheronico “Pippo scrive a Teresina”, immaginaria corrispondenza fra un soldato di stanza in Russia e la fidanzata rimasta al paesello che, a sua volta, rispondeva sempre su Dovunque nell’immancabile “Teresina scrive a Pippo”.

Ma il settimanale ospita anche numerose altre rubriche di svago, come la “Vetrina” dove si raccolgono caricature degli stessi soldati ed ufficiali, uno schema di parole crociate a premi: “Tra i Camerati che invieranno al giornale la soluzione esatta saranno estratti a sorte alcuni doni che saranno inviati per posta militare presso il reparto. Mandare l’indirizzo scritto chiaro” e lo spazio dedicato allo sport, con le classifiche del campionato di serie A e di serie B, ovviamente italiani.

Pino Lodovico non si limita alle poesie e alle spiritose lettere del soldato alla sua bella; descrive, da giornalista vero, la vita al fronte. Questo un suo pezzo indiscutibilmente commovente: “L’accantonamento di fortuna era di fianco ad una chiesa. Vicino alla chiesa, cinque tombe, tre Tedeschi e due italiani, due Fanti di una Compagnia Mortai. Mentre scendeva la notte, mentre il vento gelido faceva turbinare la neve, in tutta quella squallida desolazione, ho sostato presso le tombe. Fra le croci vi era una piccola corona di fiori dai colori vivissimi, erano dodici fiori, di celluloide, i loro colori di vernice, finti, resteranno così vivaci per sempre, sino a che i petali di celluloide, per la neve ed il tempo, non cadranno consunti…. Nel crepuscolo, così solo e tanto vicino a quei camerati addormentati per sempre, mi sono venute alla mente in uno spontaneo generoso impulso, le ispirate espressioni di un poeta-soldato, Vittorio Locchi, eroe purissimo caduto sul mare, nella sua ‘Sagra di Santa Gorizia’: … e voliamo nel sole, anima mia, facciamoci coraggio e con la voce tremante dalla passione cantiamo ai fratelli di Campo. A quelli che vivono, quelli che sono morti, e a quelli che fra la morte e la vita, sbiancano nei letti lontani dalla Patria”.

Già: la “Sagra di Santa Gorizia”, così cara anche al fratello Giovannino che, spesso, ricorda le pagine di Locchi, commuovendosi al ricordo di quella durissima lotta che portò a costruire, per la prima volta, un’Italia nuova e di come la vissero quelle migliaia di uomini, di soldati, i cui sentimenti si potevano leggere nelle struggenti storie di Santa Gorizia.

Ma Pino Guareschi ci mette, davvero, anche del suo. Scrive cronache struggenti, racconti di vita che hanno lo stile del vero scrittore, come quello dedicato al ricordo di una sera a Botosani, in attesa di partire con la spedizione verso Est: “Siamo stati fortunati: in quel vecchio caffè stasera c’è musica. Però non è il solito complesso sfiatatuccio; stasera perbacco c’è al pianoforte Otto K. Il più famoso caporale di fanteria motorizzata del Reich! Il pianoforte sotto le sue mani diventa un vulcano e le note si rincorrono e vanno alla carica come la cavalleria prussiana. Da uno dei tavolini del fondo, che malamente riesce a reggere un carico non regolamentare di birra scura, un ragazzone biondo, un soldato tedesco, si fa sentire e chiede a gran voce una certa canzone. Il titolo, gridato al pianista, ci arriva come una palla di cannoncino anticarro. È una sola parola, una di quelle espressioni secche, squillanti, tipiche della lingua, il cui suono riempie per un momento il cervello e fugge quindi per l’aria, liquefacendosi come un colpo di gong. Per noi cultori del sole, un titolo simile ci dice, solo dal suono, che sarà una canzone grave, austera. Ma attendiamo: la parola al camerata Otto K. Il più saldo caporale del Reich. Nel vecchio strumento le note hanno cominciato la loro difficile danza, e suoni vigorosi riempiono la sala. Otto K. Suona senza guardare la tastiera. I suoi occhi azzurri sono volti in alto: le sue mani saltellano sui tasti sicure a mobilissime. Era una stranissima canzone tedesca, credo parlasse di una fanciulla bionda, di un soldato alla guerra e di un bimbo. E di gerani anche… “roten und gelbe”… rossi e gialli. Come quelli che vedemmo fioriti a mazzi sulle linde terrazze delle casette tirolesi bianche come monachette. Allora passavamo con un treno lunghissimo, carico delle nostre macchine di guerra. E mentre si correva le casette ci attorniavano come bimbe curiose, innumerevoli, sparse sui monti come i cubetti di un giuoco. Avevano tutte il tetto aguzzo, i festoni di legno attorno, e le persiane verdi con un asso di cuori traforato nel mezzo”.          

Dovunque sopravvive un anno o poco meno, dal momento che l’ultimo numero porta la data del 25 dicembre 1942. Il giornale muore assieme a tantissimi soldati italiani, con la disfatta dell’Armir e il rientro in patria dei pochi sopravvissuti alla sconfitta sul Don il 16 dicembre 1942.

Già in ottobre, però, giunge a Milano la notizia che Pino Lodovico è disperso in Russia. Giovannino Guareschi, ospite a casa di amici nel momento in cui riceve la comunicazione, beve un po’ troppa grappa e, nel mezzo della notte, si ritrova ad urlare alle finestre buie della città tutto ciò che pensava di Mussolini, del fascismo e della guerra. Quello che Giovannino Guareschi aveva detto quella notte, se lo ritrova scritto il mattino dopo, diligentemente riportato sui verbali della polizia fascista. Viene richiamato e l’8 settembre del 1943 si ritrova su di un treno diretto al Lager nazista di Czestochowa. Pino, invece, torna dalla Russia sano e salvo, mentre Giovannino si fa due anni di campo di concentramento.

Rientrato a Milano, Guareschi raccoglie l’intera annata di Dovunque, segnando con il lapis rosso sulle pagine gli articoli scritti dal fratello e conservando le due fotografie che lo ritraggono, regolarmente vistate dalla censura, intento a leggere il giornale o a discutere col “proto” dell’impaginazione. A guardarle oggi, pensando all’Armir, alla campagna di Russia, al dramma delle “centomila gavette di ghiaccio” e a quei soldati che non volevano perdere il filo sottile che li legava alla patria, viene davvero tanta malinconia: “O Sagra di Santa Gorizia, o Vittorio Locchi …Com’è confortante ricordare quegli antichi versi vestiti di favola e di grigioverde”.

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