ELEZIONI EUROPEE 2019/ L’eredità cristiana? Non è un problema di fede, ma di ragione

- Augusto Lodolini

Elezioni europee 2019. Il dibattito sembra lasciare in ombra il problema delle sue vere radici, quelle giudaico-cristiane

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Statue della Sainte-Chapelle (1248), Parigi (Pixabay)

L’intervista al filosofo francese Pierre Manent apparsa sul numero di aprile del mensile Tracce contiene spunti interessanti in vista delle prossime elezioni per il Parlamento europeo. Una prima osservazione su cui riflettere è la distinzione che il filosofo fa tra la “idea” di Europa e l’Europa come realtà. Ed ecco cosa dice su quest’ultima: “È l’insieme dinamico delle nazioni europee, risultato della storia, è uno stile di vita, una civiltà che è propria di questo insieme di Paesi”. E aggiunge: “L’Unione Europea tende troppo spesso a costruirsi contro l’Europa reale, perché rigetta le nazioni e la loro storia. Per esempio, non vuole sentire parlare di cristianesimo, la religione dell’Europa, e mira a sostituire le forme di vita proprie dell’Europa con un’amministrazione dei diritti umani”.

Per molti commentatori, anche cattolici, quella del riferimento dell’Unione Europea alle sue radici cristiane è una battaglia persa, se non addirittura di retroguardia o comunque sterile. Non pare di questo parere Manent, che continua così: “Si può discutere sul senso e sull’uso della parola ‘radici’. Ma quel che è importante sottolineare è che la questione cristiana, la questione del cristianesimo è davanti a noi. Gli europei vogliono diventare un continente in cui il problema di Dio sarà confinato nello spazio privato e per così dire intimo, dove cesserà di essere un problema considerato e dibattuto nello spazio pubblico? L’Europa è l’insieme umano dove la questione di Dio è stata dibattuta con più intensità, profondità e libertà. Se noi permettiamo che questa immensa energia spirituale e intellettuale sparisca in una indifferenza nichilista, vivremo una vita mutilata”.

Si tratta, quindi, di un problema del tutto attuale che attiene a quale Europa vogliamo costruire. Una preoccupazione presente anche nell’intervento di Papa Francesco al convegno “(Re)Thinking Europe. Un contributo cristiano al futuro del Progetto Europeo” tenutosi a Roma nell’ottobre del 2017. A proposito del ruolo delle religioni in Europa, il Papa affermò: “Purtroppo, un certo pregiudizio laicista, ancora in auge, non è in grado di percepire il valore positivo per la società del ruolo pubblico e oggettivo della religione, preferendo relegarla ad una sfera meramente privata e sentimentale. Si instaura così pure il predominio di un certo pensiero unico, assai diffuso nei consessi internazionali, che vede nell’affermazione di un’identità religiosa un pericolo per sé e per la propria egemonia, finendo così per favorire un’artefatta contrapposizione fra il diritto alla libertà religiosa e altri diritti fondamentali”.

A ben vedere è qui il problema principale alla base dell’attuale Unione Europea: l’aver relegato in “una sfera meramente privata e sentimentale” l’eredità giudaico-cristiana che è il fondamento dell’Europa reale. Ciò malgrado gli sforzi di Giovanni Paolo II e dell’allora cardinale Ratzinger, sostenuti peraltro tiepidamente da Romano Prodi, all’epoca presidente della Commissione europea. Il punto non è di costruire un’Europa confessionale, ma di decidere quale debba essere la “sua anima”, citando ancora il precedente intervento di Papa Francesco, per il quale i cristiani “sono chiamati a ridare anima all’Europa, a ridestarne la coscienza, non per occupare spazi – sarebbe proselitismo – ma per animare processi che generino nuovi dinamismi nella società”.

Questo processo non può riguardare solo la società civile, ma è necessario coinvolga anche le istituzioni, altrimenti l’esito sarà un’Unione Europea sostanzialmente laicista e sostanzialmente staccata – come afferma Manent – dall’Europa reale che, malgrado la progressiva scristianizzazione, rimane almeno culturalmente legata alla sua vera storia. Non è un caso che allora le opposizioni più forti vennero dalla Francia, che vorrebbe come radici dell’Europa solo la sua Rivoluzione con la sua “dea ragione”. Vale la pena di citare ancora Manent che, commentando il discorso di Benedetto XVI al College des Bernardins, nel 2011, osservava: “Trovo d’una ironia deliziosa che sia proprio il Papa, cioè colui che agli occhi del moderno razionalismo rappresenta la superstizione, la rinuncia alla ragione, il sacrificio dell’intelletto, a riportare in primo piano la questione della ragione”.

Forse quest’Europa laicista pensa di aver vinto la sua battaglia contro il cristianesimo, ma rischia di trovarsi di fronte a un avversario ben più agguerrito: l’islam, che non rinuncerà tanto facilmente al suo ruolo pubblico, se non altro per l’inesistente separazione tra fatto religioso e fatto politico che lo contraddistingue. Torna alla mente un discorso del 2000, in cui il cardinale Giacomo Biffi affermava: “Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente’, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa ‘cultura del niente’ (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto”.

Forse, come il chicco di grano del Vangelo, anche l’Unione Europea deve morire per poter rinascere e dare molto frutto.

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