LETTURE/ Dal Trono di spade a Bergman, davanti alla morte un eroe non basta

- Giuseppe Feyles

Il “già e non ancora”, l’anticipo della fine, pervade musica e film. Con sfumature diverse, dalla tradizione artistica europea a quella Usa

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Ingmar Bergman nel 1958 (LaPresse)

Dopo la messa in onda della terza puntata del Trono di Spade, premiata anche in Italia da ascolti record, la frase del momento sembra essere quella pronunciata da Arya Stark prima di uccidere (provvisoriamente?) il Re della notte: “Cosa diciamo noi al Dio della morte?” le domandano mentre si prepara la battaglia nella quale i vivi stanno per essere sterminati. “Non ancora!” risponde decisa lei. Sul web impazzano versioni modificate del dialogo, anche scurrili e irriverenti, segno però che la trovata ha colpito l’immaginazione di molti.

Non è la prima volta che gli sceneggiatori americani, maestri nelle battute fulminanti, toccano questo tasto. Nel Gladiatore, mente sale la musica, Juba mormora: “Io ti rincontrerò un giorno, ma non ancora, non ancora”. Nel Signore degli Anelli tocca ad Aragorn: “Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi spezzati, ma non è questo il giorno!”. E tutto il denso dialogo tra Sam e Frodo sui crinali del Monte Fato richiama lo stesso tema. Ecco invece Rocky Balboa, meno definitivo: “Ehi, non ho sentito la campana. Ancora un altro round!?”. Versione rovesciata del concetto è nella scena finale di Blade Runner, forse tra le più memorizzate del cinema. “Ho visto cose che voi umani… È tempo di morire”.

Gli europei sono più complicati e conseguentemente più prolissi. Lo svedese Bergman sul tema ci fa un film intero, Il settimo sigillo. Il cavaliere Antonius Block, al ritorno dalla crociata, patteggia con la morte un rinvio, impegnandolo in una partita a scacchi. “Sei pronto?” gli dice la Morte. “Il mio spirito lo è. Non il mio corpo. Dammi ancora del tempo!”. Nelle sceneggiature italiane, che io ricordi, del concetto ci sono solo le versioni light degli spaghetti western (“la tua ora è suonata…”), segno forse di una cultura meno corrucciata dei nordici. Nella musica, non nel cinema, fa eccezione De André: “Quando la morte mi chiamerà… sorella morte lasciami il tempo di terminare il mio testamento…”. Come sempre amaro.

“Not yet, not yet”: Realtà o fantasia? Per gli screenplayers americani l’ora del destino è segnata, ma la forza e il coraggio dell’eroe possono spostare le lancette più in là. La Bibbia, nel Qoelet, sentenzia che c’è un tempo per vivere e un tempo per morire. Concetto molto poco sceneggiabile, perché così non ci sarebbe via d’uscita. Ma c’è anche lo straordinario dialogo della Genesi, nel quale Abramo, dinnanzi all’empietà di Sodoma, passo passo convince Dio a non sterminare la città (“Non la sterminerò se vi troverò cinquanta giusti… quarantacinque giusti… dieci giusti…”). Prodromo di una magnifica possibilità di indulgenza, resa poi reale, però, non dall’eroe, ma dalla Pasqua.

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