LETTURE/ Lo schiaffo postumo di Morselli al piccolo Italo Calvino

- Lorenzo Ettorre

In anticipo sui tempi, Guido Morselli affidò al suo romanzo “Il comunista” una critica spietata del Pci e della sua ideologia

Palmiro Togliatti
Palmiro Togliatti nel 1945 (LaPresse)
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Un capolavoro. È difficile usare un altro termine. Il comunista di Guido Morselli è uno di quei romanzi che ti entra dentro per non uscirne più. Uno di quei romanzi che non ti lascia più lo stesso, una volta letto, armandoti di strumenti con cui leggere e decrittare la realtà penetrandola fin nei suoi più labirintici ambagi. Un pregio, questo, che solo i grandi capolavori vantano. Appunto.

La storia è una storia di dissenso. E di dolore. Quelli di un militante comunista che vive le aporie e le contraddizioni del grande partito-chiesa comunista. Un partito che fornisce identità, che pretende di illuminare e spiegare il presente, chiarendo il passato e dando speranza al futuro. Ma un partito che – mutatis mutandis – chiede in cambio tutto: l’intimo, il cuore, l’anima di ognuno. Non ammette che possa esserci un “privato” di affetti e sentimenti perché tutto è politica, nelle origini e nei fini. Walter Ferranini, il protagonista, è un comunista doc che si dona al partito come una cosa (quasi) naturale, giusta da fare anche per riscattare un passato “americano” di cui un po’ vergognarsi. Si accorge ben presto, tuttavia, che sono in pochissimi, come lui, a farlo. Gli altri, i più, si sono adagiati nella reificante mentalità borghese che pure in teoria dichiarano di voler combattere, e ci sguazzano dentro come meglio non si potrebbe. Usando un lessico “rivoluzionario”, si intende: “anche questo qui” – fa dire Morselli a un infastidito Ferranini – “sempre alle prese con gli occhiali. Non ce ne è uno che ci veda coi suoi occhi”.

Si sente schiacciato, Ferranini: rimanere appiccicato al collante identitario che l’ideologia gli garantisce – un parziale che diventa totalità nel caos alienante di una vita che vede consumare se stessa – oppure guardare finalmente in faccia la realtà, chiedersi se val la pena difendere quel poco rischiando però di lasciar scivolare via il tutto? E poi, una volta abbandonato il suo mondo, l’alternativa può ridursi all’alienante individualismo borghese che fagocita l’essere con l’avere? O c’è dell’altro, più umano, più vero?

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Rimettere in discussione se stesso è, in effetti, la sfida del romanzo: una sfida così radicale da veder sanguinare in controluce la ferita di ognuno. Perché è ad ognuno di noi che il protagonista rivolge il suo grido: “e tu come faresti?” sembra dirci Walter, nei meandri più nascosti dei suoi silenzi, quando il panico si fa crepacuore e sembra non dargliela vinta. È un dubbio granitico e feroce che inchioda: forse è per questo che Il comunista di Morselli è stato così febbrilmente rifiutato dalla critica cosiddetta “ufficiale”, finendo nei rivoli affollati e angusti dei romanzi postumi. Quei romanzi che sono “troppo” avanti rispetto ai tempi che li hanno partoriti, troppo chiari per essere veri, e per questo condannati a diventare simulacri di timori e imbarazzi, e bollati spesso come artefatti. È quanto fece Italo Calvino con Il comunista, quando rifiutando la pubblicazione per Einaudi scrisse a Morselli: “[…] direi che ci vorrebbe più consapevolezza dell’operazione linguistica che sta facendo; dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo inventare”.

Non lo conoscevano affatto, invece, beandosi della sola fumosissima presunzione di sapere. Quel “lo lasci dire a me” dà poi l’impressione di nascondere un certo recondito veleno per la sfacciataggine con cui Morselli si ritaglia uno spazio tutto suo per dire come le cose stanno. È una presunzione ancora schiacciata dai lacci di convinzioni politiche poco propense ad accogliere nuove idee e nuovi linguaggi.

In un mondo vecchio il nuovo affascina, il nuovissimo terrorizza, verrebbe da dire. Anche i più grandi come Calvino.

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Bisogna allora leggere Il comunista e avere il coraggio di lasciarsi abbracciare dal dramma di Walter, perché ogni epoca ha la sua idolatria da smascherare e il suo bigottismo da far implodere. E la letteratura – non a caso così troppo spesso bollata come effimera e femminea chimera da chi nella sua ottusa pretesa di concretezza abbaia alla luna le sue funeree voluttà – è l’arma più potente dell’uomo per mettere a nudo il potere. Da sempre. “La profonda ragione della letteratura” – ci ricorda Morselli nel romanzo – “la sola che le dia un valore, è la conoscenza del mondo umano”.

È niente? È un’alba. Che è il vero contrario del niente.

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