LETTURE/ Maigret, la sconfitta di un uomo normale

- Silvia Stucchi

Pasqua, tempo di Resurrezione e di speranza: per contrasto, merita una (ri)lettura uno dei più disperati, ma anche più riusciti romanzi di Simenon

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Georges Simenon

Pasqua, tempo di Resurrezione e di speranza: per contrasto, merita una (ri)lettura uno dei più disperati, ma anche più riusciti Simenon, con protagonista il commissario Maigret:  Maigret e il cliente del sabato  (Adelphi), storia tragica, senza redenzione né catarsi, scritta nel 1962, di un uomo votato alla sconfitta.

La trama: un sabato sera d’inverno, il commissario, rientrato a casa, si sente dire dalla moglie, l’ineffabile signora Maigret, che in salotto lo aspetta un tipo strano, desideroso di parlare con lui. Maigret si trova di fronte a un uomo con il labbro leporino “in piedi in un angolo con il cappotto ancora addosso e il cappello in mano”, che, intimidito, nemmeno osa guardare in faccia il commissario. Il visitatore viene immediatamente riconosciuto come il tipo che, almeno per cinque volte nei due mesi precedenti, sempre di sabato, si era presentato al commissariato di Quai des Orfèvres, chiedendo di parlare con Maigret, ma desistendo sempre dall’intento. Né, del resto, il commissario se ne era troppo stupito: il commissariato è luogo per eccellenza che attira tipi strambi, come la vecchia merciaia in pensione che viene regolarmente ad accomodarsi nella sala d’attesa, per poi mettersi a sferruzzare placidamente accanto alla vetrata: una pazza, ma assolutamente innocua. 

Nel “cliente del sabato”, però, c’è qualcosa di diverso: una carica di disperazione che raramente Maigret ha visto. Il poveretto, di nome Planchon, dichiara infatti al commissario di essere intenzionato a uccidere la moglie e il suo amante. E così, in questa prima confessione ambientata fra le pareti dell’accogliente appartamento di Maigret in Boulevard Richard Lenoir, mentre, dietro la porta, la signora Maigret attende di servire la cena, Planchon racconta la sua storia: figlio illegittimo di madre povera, complessato per la sua condizione fisica, timido e impacciato, dopo una giovinezza senza amici né donne, è riuscito, con impegno e sacrifici, a rilevare la ditta di imbiancatura dove aveva iniziato a lavorare come operaio. Diventato un piccolo imprenditore, gli era sembrato di toccare il cielo con un dito dopo aver incontrato una ragazza, Renée, guarda caso arrivata da poco a Parigi proprio dal paesino bretone di cui Planchon era originario, disposta a sposarlo: avutane una figlia amatissima, Isabelle, il mite e malinconico imbianchino potrebbe avere realizzato il sogno di una vita tranquilla e serena. La moglie, però, da due anni, non solo è diventata l’amante di Roger Prou, un tipo aitante ed energico. E da quando Planchon li ha scoperti in intimità nella sua stessa casa, quel villino che, pieno di gioia per la conquista di una vita “normale” aveva dotato di ogni comfort, lei e Prou nemmeno hanno la decenza di nascondere più la loro relazione: il giovane ormai si è stabilito a casa di Planchon, dorme nella camera matrimoniale con Renée, lavora nella ditta di imbiancatura, tenendo direttamente i rapporti con i clienti, ed è persino entrato nelle grazie della piccola Isabelle; mentre al povero marito non resta che una brandina in cucina, dove ritorna a tarda notte, dopo essersi ubriacato nei bistrot dei dintorni. 

Ormai, il poveretto accarezza morbosamente l’idea di uccidere la moglie e l’amante: passa il tempo a elaborare piani complicatissimi, a escogitare come e dove occultare i corpi; il solo pensiero che lo dissuade è che, se dovesse essere arrestato e processato, Isabelle, che è ancora una bambina, finirebbe in un istituto. 

Maigret si rende conto che l’intenzione di Planchon è reale, anche se è convinto che l’uomo non potrebbe mai mettere in atto il suo intento; ma, vista la disperazione del poveretto, riesce a farsi promettere che, ogni sera, gli telefonerà. Tuttavia, questa disponibilità all’ascolto di un disgraziato che da due anni ingoia umiliazioni, ben presto si rivela vana: pochi giorni dopo, infatti, Planchon scompare. La moglie e l’amante, che Maigret, a prima vista e con una certa ammirazione, qualifica come “una coppia di belve”, feroci, energici, capaci di imporsi nella vita e di ottenere quanto vogliono, affermano che Planchon, un lunedì sera di fine dicembre, ha fatto le valigie e se ne è andato, non prima di aver liquidato la sua parte di società a Prou, come attesta una scrittura privata dalla firma assai dubbia. Ma la testimonianza di una prostituta con cui Planchon era stato proprio quella sera fa vacillare queste dichiarazioni. E ben presto, dalla Senna viene ripescato un cadavere, identificato come Planchon, mentre il denaro che Prou avrebbe pagato per rilevare la metà della ditta viene trovato nascosto sotto il parquet della camera di Isabelle… Messa di fronte alle proprie responsabilità, la coppia di amanti diabolici scoppia, e della loro travologente passione non restano che odio e accuse reciproche. E Maigret, che non ha potuto fare nulla per il suo “cliente del sabato”, un mite strapazzato dalla vita, non potrà fare altro che testimoniare al processo, con il paradossale risultato di alleggerire la posizione giudiziaria di Renée. 

Lettura perfetta per un pomeriggio tranquillo, il romanzo, forse il più bello fra le settantasei avventure di Maigret (anche se Maigret e la famiglia felice gli può contendere la palma), ci porta, per qualche ora, lontano dalla primavera che esplode di colori dentro il grigiore di una Parigi senza incanto, immersa nel freddo dicembrino.

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