STORIA/ Bryks e Černý, fuga per la libertà dalla Germania nazista

- Raffaele Magaldi

Bryks pensò subito di darsi un falso nome, Joseph Ricks. Lo scopo era evadere. Possibilmente insieme all’amico Otakar Černý (2)

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Josef Bryks durante il conflitto (foto da Wikipedia, Ladislav Kudrna)

Continua la storia di Josef Brycks. Seconda parte. Leggi qui la prima puntata

Le fughe da Wartburg – Come si può leggere dagli scritti dell’epoca dello stesso Bryks, il trattamento riservato ai prigionieri di origine cecoslovacca era sostanzialmente diverso da quello dei prigionieri britannici. Invece di vedersi riconosciuto lo status di prigionieri di guerra, e quindi l’applicabilità dei principi della Convenzione di Ginevra, i cecoslovacchi venivano considerati come traditori e disertori. Questo comportava che fossero processati sommariamente e nella maggior parte dei casi giustiziati. Per questo motivo era fondamentale spacciarsi per britannici e Bryks nella sua prima lettera a Trudie, in cui la informava dell’abbattimento e della cattura, si firmò “Joseph Ricks”. La lettera provocò nella donna una reazione di sollievo e di sorpresa allo stesso tempo: ma l’importante era sapere che Josef fosse ancora vivo. Come ebbe modo di raccontare lei stessa, dopo quella lettera la sua convinzione di riabbracciare Bryks divenne incrollabile.

Nel campo di prigionia di Wartburg Josef ritrovò l’amico Otakar Černý. I due iniziarono a pianificare una fuga praticamente da subito. Armati di cucchiai, coltelli e legname di vario tipo raccolto in giro per il campo, scavarono e puntellarono un tunnel che arrivava ben oltre la recinzione. La fuga durò otto giorni per Černý, catturato a causa del primo errore di valutazione dei due amici, che puntando verso la Svizzera neutrale decisero di rischiare l’attraversamento di un villaggio di montagna per guadagnare tempo. Bryks riuscì a evitare la cattura e la sua fuga continuò per qualche giorno. Dopo aver rubato una bicicletta a Giessen, un centinaio di chilometri a nord di Francoforte, ed essere scampato a una sparatoria vicino Offenbach, le condizioni fisiche di Bryks iniziarono a diventare critiche: le privazioni della fuga portarono la dissenteria e la cattura divenne inevitabile. Un gruppo di pattuglia della Hitlerjugend, la gioventù hitleriana, lo trovò e lo riconsegnò alla Wehrmacht, che ricondusse Bryks al campo di Wartburg.

Non passò molto tempo prima che il ventiseienne Josef tentasse di fuggire nuovamente. Nell’agosto del 1942 l’impresa riuscì grazie a delle lamette da barba, con cui Bryks tagliò il pavimento in legno della baracca in cui era rinchiuso e passando sotto le fondamenta raggiunse e superò il recinto. Raggiunta nuovamente Francoforte, tentò di rubare un Messerschmitt Me-109 da un campo volo relativamente incustodito ma fu fermato appena prima di metterlo in moto. Dopo aver fatto perdere le proprie tracce attraversando a nuoto il fiume vicino, Bryks sarebbe addirittura riuscito a raggiungere Karlsruhe, ma l’8 settembre fu nuovamente catturato da una pattuglia della Wehrmacht. Questa volta sarebbe stato deportato in Polonia, dove avrebbe preso parte a un evento importante nella storia della seconda guerra mondiale e della Polonia stessa.

L’Oflag Szubin, l’amico ritrovato e l’insurrezione – Grande fu la sorpresa e la gioia di Bryks quando, deportato nell’Oflag Szubin, nel cuore dell’allora Governatorato generale, ritrovò il grande amico e compagno di avventure Černý. E grande fu anche il desiderio di fuggire di nuovo. Grazie ai contatti con diversi civili polacchi che avevano impieghi e responsabilità all’interno del campo, Bryks e Černý entrarono in contatto con la Resistenza locale. Con il coinvolgimento dell’organizzatissima Armia Krajowa il piano di fuga era chiaro: il gruppo si sarebbe diretto verso Varsavia, dove avrebbe aiutato le forze di resistenza locali in diverse operazioni contro le truppe tedesche. In cambio avrebbero ottenuto passaggio verso la Svezia neutrale, da cui avrebbero potuto raggiungere nuovamente la Gran Bretagna. Basandosi sulle esperienze di fuga precedenti, si decise di scavare un tunnel che sarebbe sbucato in un vicino campo di patate. Il 4 marzo 1943 Černý riuscì a fuggire attraverso il tunnel insieme a un piccolo gruppo di circa una decina di prigionieri. Bryks invece fu portato fuori in una botte usata per il trasporto delle urine raccolte dalle latrine. Ricostituito il gruppo in serata, i fuggitivi si misero immediatamente in cammino. Pochi giorni dopo raggiunsero Varsavia.

Con lo scoppio della rivolta del ghetto di Varsavia, l’Armia Krajowa provò ad affondare il colpo contro gli invasori tedeschi. Bryks e Černý parteciparono a diverse missioni di supporto ai ribelli dentro il ghetto, ma a maggio vennero nuovamente arrestati, traditi forse da alcuni esponenti dell’ala comunista dell’AK, corrotti dalla Gestapo. Questa volta gli interrogatori furono particolarmente violenti e Bryks fu anche trafitto al ventre con la baionetta da una guardia ucraina. Trasportato in ospedale in gravi condizioni, venne poi deportato, insieme a Černý, nello Stalag Luft III di Sagan, sempre nel territorio del Governatorato generale.

“La Grande Fuga” e la fine della guerra – Nel campo di Sagan Bryks e Černý trovarono già un gruppo determinato a fuggire e vi si unirono. Ancora una volta i due cechi si ritrovavano coinvolti in eventi che sarebbero poi passati alla storia: il gruppo in questione infatti era quello che aveva progettato di scavare i tunnel “Tom”, “Dick”, e “Harry” e quella fuga, che avvenne nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1944, avrebbe ispirato il celebre film La Grande Fuga, girato nel 1963 con protagonista Steve McQueen. Černý riuscì a fuggire insieme ai settantasei prigionieri che imboccarono il tunnel Harry, l’unico rimasto utilizzabile. Bryks venne invece interrogato perché era presente nella baracca in cui partiva il tunnel. Nel frattempo, cinquanta dei settantasei fuggiaschi furono catturati e giustiziati (Černý non era tra questi) e anche per Bryks le cose sembravano prendere una china pericolosa: nel corso delle indagini infatti giunse dalla Gran Bretagna la comunicazione della promozione sul campo in cui erano riportati i suoi dati anagrafici esatti, incluso un incontrovertibile timbro sulla nazionalità: “Czech”.

(2 – continua)

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