CUNEO FISCALE/ La partita di giro che non aiuta la crescita

- Mauro Artibani

Il Governo punta a un taglio del cuneo fiscale. Ma se questo avviene togliendo risorse alla spesa pubblica, non si avrà più crescita

Banconote Euro
(Pixabay)

Lo scrive su Facebook il viceministro dell’Economia Antonio Misiani: “Secondo un sondaggio pubblicato ieri, la riduzione progressiva del cuneo fiscale, a partire dal 2020, è la misura più apprezzata dagli italiani. Dobbiamo iniziare a farlo il prima possibile, utilizzando tutti gli spazi di bilancio disponibili”. Bene, se la gente non ha in tasca quel che serve, apprezza qualsiasi cosa che gliela riempia.

Il vice del Mef, per rendersi ancor più apprezzabile, sciorina: “La priorità, a mio parere, è iniziare ad aiutare i dipendenti a basso reddito: 3 milioni e 700mila lavoratori ‘incapienti’ che sono rimasti esclusi dal bonus 80 euro di Renzi e che solo in alcuni casi beneficiano del reddito di cittadinanza. Sono i cosiddetti ‘working poors’: lavoratori poveri, spesso precari, part time involontari, collaboratori a basso reddito, dipendenti con salari orari ridottissimi. In tantissimi casi giovani. Un fenomeno assai più diffuso in Italia rispetto alla media Europa”. Con gli occhi umidi e il tono grave chiosa: “Aiutarli è un dovere. Possiamo farlo anche utilizzando lo strumento fiscale, come fanno da tempo Paesi avanzati come gli Stati Uniti”.

Dal fondo della maggioranza, una voce nota si leva: “Due miliardi sul cuneo fiscale non sono una rivoluzione del proletariato, sono un pannicello caldo!”. Misiani, tra il cipiglio e il compito d’istituto, ribatte: “Chi pensa che le risorse ipotizzate dalla Nota di aggiornamento non siano sufficienti, non chieda di rinviare questa misura, ci aiuti a trovare ulteriori fondi. Saremo felici di discuterne, con lo spirito costruttivo di sempre”.

Bene Misiani, quel “dovere” non è un dovere, è un obbligo prima che morale, economico. Essì, la crescita si fa con la spesa aggregata, non con la produzione, né con il lavoro. Se per farla fare a un aggregato (il consumatore) la togli a un altro (la spesa pubblica), riducendo le entrate fiscali, beh… si è fatta una partita di giro.

Mi si consenta una nota di colore: il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. L’Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988. Visto il pregresso, suvvia, non potranno 2-3-5 o 13 miliardi da far girare in tondo a risolvere il problema; possono risolverlo invece quei 1.780 miliardi di reddito generati nel 2018 con la spesa, se riallocati per remunerare la produttività esercitata da ciascuno dei gruppi aggregati.

Occhio i consumatori, spenditori di professione, da soli ne fanno i due terzi; a spesa fatta migliora risolutamente la produttività dell’intero ciclo economico, pure quello del lavoro dove stanno quelli che per “dovere” Lei vuole aiutare. La questione, in questi tempi magri, non sta nel quante risorse impegnare; quante invece attivarne!

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