DA CONTE A DRAGHI/ Come cambia la comunicazione politica con la fine del casalinismo

- Alberto Contri

Con il cambio di esecutivo, se Draghi troverà la fiducia del Parlamento, cambierà molto anche nella comunicazione istituzionale

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Giuseppe Conte (Lapresse)

La ricreazione è finita. Così è suonato il breve discorso del Presidente Mattarella con cui ha annunciato la necessità di dare vita a un Governo tecnico. Concisione, sobrietà, indicazione di un perimetro che sembrerebbe limitato a pochi punti: lotta alla pandemia, piano vaccinale, rilancio del Paese, adeguato utilizzo del Recovery fund, sostegno all’economia con particolare riguardo alla coesione sociale. Saranno pure pochi punti, ma ciascuno di questi potrebbe contenere un’enciclopedia, in particolare di tutto quello che non è stato fatto, e di tutti gli errori cui occorrerà mettere rimedio.

Limitando l’osservazione della scena dal punto di vista della comunicazione, si può notare che in poche ore, appena terminata la mission impossible del Presidente della Camera, il contesto è completamente cambiato. I retroscenisti più informati parlano di un Mattarella semplicemente furioso per l’incapacità dei partiti di cogliere l’ultima chance, e che finalmente ha deciso di suonare la campanella di fine ricreazione. Già nella definizione di “Governo tecnico con personalità di alto prestigio” c’è un implicito giudizio sulla scarsa o nulla competenza del precedente, composto da un nutrito gruppo di scappati di casa che hanno scassato il bilancio dello Stato senza ricavarne alcun risultato positivo. L’improvviso silenzio di Conte ha poi svelato come le sue imbambolanti affabulazioni, cucinate a dovere dal cuoco di fiducia Casalino, a poco a poco erano riuscite a creare una notevole distanza dalla realtà. 

Anche i più restii hanno finalmente compreso il baratro in cui un pur bravo comico ha portato il Paese, sdoganando il concetto che “uno vale uno”. Come ci sono elettricisti capaci per aver frequentato con profitto l’Istituto Tecnico, ci sono ministri capaci per aver frequentato le università e i master giusti. Mentre nessuno chiamerebbe mai un cameriere improvvisatosi elettricista, sono invece stati promossi a ruoli di governo persone senza uno straccio di cv. Obbligando pure quelli che il cv ce l’avevano, a fare buon viso a cattiva sorte. 

Ignoranti di tutto, hanno confuso la comunicazione con la visibilità sui social network, inondandoci di tweet, post e dirette Facebook, facendo regredire la difficile arte di governo a un chiacchiericcio giovanile. Ritenendo che annunciare provvedimenti corrispondesse alla loro esecuzione (per chi non lo sapesse mancano all’appello diverse centinaia di decreti esecutivi).

È stata una sorta di ubriacatura collettiva, cui non si sono sottratti i conduttori dei salotti televisivi, con le loro estenuanti maratone in attesa di questa o quella dichiarazione, obbligando i poveri inviati davanti ai palazzi del potere “a riferire le ultime novità” esposti al freddo e alle intemperie, quando i lanci di agenzie, le news, gli sms dei parlamentari chiacchieroni si potevano e si possono benissimo riferire da studio. Ma nella retorica televisiva del “dicci le ultime dal fronte” una simile quotidiana messinscena serve a drammatizzare un racconto che ha ben poco di interessante. 

La pandemia ha inevitabilmente complicato tutto, giustificando la permanenza al potere di una classe dirigente incompetente con la scusa dell’emergenza. Durante la quale sono stati commessi errori gravissimi, e da più parti sta emergendo quella verità che non si poteva dire pena l’accusa di essere giudicati negazionisti: curata nelle prime 72 ore con farmaci di uso comune, l’infezione può essere domata nella grande maggioranza dei casi.

Con gravissimo ritardo l’Aifa sta ora approvando quei protocolli che centinaia di medici intelligenti e coscienziosi hanno applicato fin da marzo scorso su migliaia di pazienti, salvando moltissime vite. Ora non è il momento, ma ci vorrebbe prima o poi una Norimberga per chi ha addirittura osteggiato questa soluzione e ha distrutto l’economia del Paese con i lockdown mirando unicamente ai vaccini, quando medici che non hanno avuto timore di visitare subito i pazienti hanno scoperto che la malattia era una pericolosa infezione comunque curabile a domicilio. 

Sarebbero bastati questi motivi per voltare pagina. Ma c’è voluta l’opera per nulla disinteressata di un ex-Premier senza più seguito popolare ma con una nutrita pattuglia di senatori, per far cadere il governo, dicendo per una volta le cose giuste. Per un verso è stata una meravigliosa eterogenesi dei fini, anche grazie agli imbarazzanti errori di un partito di grande tradizione politica come il Pd, che Concita De Gregorio ha stigmatizzato con la penna intinta nel curaro sulle pagine di Repubblica – che è tutto dire – tratteggiando con una perfezione senza pietà la figura del suo segretario. E stupendosi che si faccia consigliare da una sorta di deus ex-machina (Goffredo Bettini) da cui poche persone di buon senso comprerebbero mai un’auto usata. 

Ma la sarabanda della comunicazione non è mica finita: archiviate le consunte domande sulla durata del Governo, adesso già impazzano gli interrogativi su che tipo di esecutivo metterà in piedi Draghi, se fatto solo di tecnici o anche di politici, e di quali. Così il circo mediatico potrà continuare a pestare l’acqua del mortaio, per raccattare audience e vendere pubblicità. Certo sarà meno facile, perché è intuibile che il nuovo Premier non twitterà né posterà alcunché, limitandosi ad agire con i fatti. Nel frattempo i parlamentari, senza più la paura di perdere stipendio e pensione, potranno continuare a farlo al suo posto, cianciando come al solito dell'”interesse del Paese”.

Un’ultima annotazione: su Draghi si è detto di tutto, incluso il fatto che rappresenterebbe gli interessi di una cupola finanziaria che pilota da sempre le grandi scelte. Se è vero che ha lavorato per grandi banche d’affari, è anche vero che ha saputo salvare l’Eurozona con interventi che non sembrano essere stati dettati da questo genere di interessi. Certo, fa una certa impressione leggere un post di Francesco Amodeo datato 31 agosto 2020: “Il Governo Conte cadrà entro fine anno. A farlo cadere sarà Matteo Renzi. È stato deciso al Bilderberg del 2019, dove gli hanno chiesto di rendersi garante dell’accordo PD/M5S. Di fondare poi un proprio partito in modo da diventare ago della bilancia in attesa del prossimo segnale. Segnale che arriverà se troveranno un’intesa su un nome tipo Draghi, sostenuto anche da Forza Italia e dalla parte anti-salviniana della Lega“. Così si spiega, come già dicono alcuni editorialisti, perché prima o poi vedremo Renzi su qualche poltrona di qualche organismo internazionale. 

Sembra quasi di essere in una serie televisiva, ma siamo invece immersi nella dura realtà. Fosse anche pilotata, la scelta di Draghi sembra proprio l’unica possibile. Vivaddio, finalmente un uomo di governo con un cv ricco e solido come pochi. Del resto, non si dice da sempre che “quando il gioco si fa duro debbono entrare in campo i duri“?

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