DA UNA SCUOLA DI BERGAMO/ “Nelle nostre lezioni, il dramma della vita e della morte”

- int. Francesco Fadigati

L’esperienza educativa della scuola paritaria La Traccia a Bergamo, tra le più colpite dal coronavirus. “Possiamo offrire solo il bene che sostiene noi educatori”

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LaPresse

Bergamo è una delle zone più pesantemente colpite dal coronavirus. In città è attiva, sin dal 1983, una importante scuola paritaria, La Traccia. Abbiamo chiesto all’attuale rettore, Francesco Fadigati, di raccontarci come stanno vivendo questa drammatica situazione.

Professor Fadigati, Bergamo è una delle aree più duramente colpite dal coronavirus. Abbiamo tutti davanti agli occhi l’immagine della lunga fila di camion militari che portavano via le bare dei tanti defunti. Come state vivendo, in quanto comunità scolastica della Traccia, questa drammatica situazione?

La nostra comunità è particolarmente toccata dall’esperienza della sofferenza: tanti nostri ragazzi e colleghi hanno vissuto un lutto in famiglia o stanno vivendo l’esperienza della malattia di un parente; abbiamo casi di ragazzi i cui genitori si sono dovuti isolare dalla famiglia per evitare di compromettere la salute dei più anziani o dei più piccoli. Tutti i giorni, durante i nostri videocollegamenti con gli studenti o nei contatti con loro, riceviamo queste notizie e le condividiamo fra noi insegnanti e dirigenti, per poter tenere presente il dolore che la nostra comunità sta vivendo. Se non guardassimo in faccia tutto questo dolore, se in qualche modo girassimo la testa dall’altra parte, non saremmo uomini: invece indicarcelo, sostenerci nel portarlo nel cuore, ci sta cambiando, perché ci chiede continuamente di andare all’essenziale, a ciò che veramente regge di fronte a tutto questo mare di sofferenza.

Nella lettera – la terza – inviata nei giorni scorsi alle famiglie, ai ragazzi e ai colleghi, di fronte al “clima di sofferenza che in tante case si respira in questo periodo”, si esprime “il desiderio sincero di poter offrire un conforto e un sostegno”. La lettera è già, di per sé, una significativa modalità di vicinanza; in quali altre forme questo desiderio sta trovando attuazione?

Personalmente sono molto colpito da come in questa circostanza tutti gli adulti – gli insegnanti, i dirigenti, il personale di segreteria – si stanno facendo prossimi al dolore delle famiglie. Ma questo conforto e questo sostegno, che continuano ad esprimere uno sguardo di bene più grande di cui noi per primi siamo oggetto – è veramente l’attuazione di quel “mistero della luna” cui accennava il Papa nell’Angelus di domenica 22 marzo: comunichiamo per riflesso ciò che riceviamo -, passano ogni giorno attraverso il nostro fare quotidiano scuola online: come ci ha fatto notare con gratitudine una mamma, persino fare l’appello dal computer, in questi giorni, può esprimere uno sguardo pieno di stima e sostegno a ciascuno dei nostri ragazzi e alle loro famiglie. Di per sé, poi, questa vicinanza si sta esprimendo secondo una creatività che commuove: dai video che le maestre postano per i loro bambini, alle merende online con i propri alunni, agli scambi quotidiani di mail con studenti e genitori, al video che gli insegnanti di educazione fisica hanno prodotto insieme a tutti i colleghi per accompagnare i ragazzi con un sorriso. E, come dicevamo ieri con una giovane collega, le domande e le ferite acute e urgenti dei nostri ragazzi diventano per noi adulti occasione di compiere significativi passi di consapevolezza personale: di fronte a un ragazzo che ha visto partire per l’ospedale il nonno e che qualche giorno dopo ha appreso da una telefonata la notizia della sua morte, non puoi offrire altro se non ciò che sostiene la tua vita di adulto, fino alla radice della tua persona. In questa circostanza è più evidente che in educazione possiamo offrire solo il bene che sostiene noi educatori.

Sempre nella lettera, sono citati racconti di genitori e insegnanti “colpiti dal tipo di fermento che sta accadendo nei ragazzi e nei bambini”. Ci può raccontare un episodio fra questi che vi ha particolarmente colpiti?

Faccio veramente fatica a sceglierne uno, perché sono davvero numerosi e ci stiamo dando il compito di raccoglierli per custodirli e “meditarli nel nostro cuore”, perché l’origine di una scuola come la nostra si rinnova e mantiene viva guardando e imparando da questi fatti così significativi. Se devo dirne uno che mi ha particolarmente impressionato è quello di una ragazzina di terza media che tutti i giorni scrive alla propria insegnante una mail con “le meraviglie del giorno”. Le racconta tutte le piccole cose che normalmente aveva dato per scontato e che in questo momento – in cui i suoi famigliari sono malati – si rivelano ai suoi occhi come preziose, ricche di una potenza che prima non aveva mai visto: “Il caldo di ieri; il vento sugli alberi, sotto un tiepido sole di primavera; le rose cresciute nel mio giardino”. Questa ragazza commentava: “Il nascere di una rosa è l’inizio di un cammino che continua, anche se ci sono delle difficoltà”. Questo passo di crescita che in tanti ragazzi si sta realizzando, esprimendosi in domande nuove, costituisce per noi adulti un punto di provocazione, di invito alla nostra maturazione, tanto che la sua professoressa le scriveva: “la tua condivisione di piccole meraviglie per me è davvero importante. (…) Mi ricordano quanto sono desiderata e amata in ogni istante”. Questa dinamica è essenziale nel rapporto educativo, l’adulto cammina insieme al ragazzo e reciprocamente docente e studente contribuiscono coi propri passi alla crescita dell’altro. Oppure un altro esempio: i ragazzi del nostro liceo eletti alla consulta hanno preso l’iniziativa di organizzare una raccolta fondi per l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; in questo caso la loro presa di consapevolezza si è espressa in un gesto di umanità significativo per tutto il territorio.

Avete scritto che “Crescere è poter entrare insieme nella realtà, fino alla sua misteriosa profondità, fino alle domande drammatiche che suscita in ciascuno”. Di fronte a tanta sofferenza e a così tanti morti, cosa significa per voi in concreto, perché non si traduca nello slogan “andrà tutto bene”, che offre una consolazione falsa e a buon mercato e aiuti – soprattutto i più giovani – a stare davanti al mistero del dolore e della morte senza censure o anestesie?

Quando al mattino ci presentiamo di fronte ai ragazzi per le videolezioni, ciascuno di noi insegnanti porta la sua persona nella sua totalità: i drammi, le domande, le fatiche che sta vivendo; ma porta anche ciò che costituisce risorsa per affrontare il medesimo dramma di tutti: la positività che abbiamo incontrato nella vita e che ci ha persuasi a rischiare una proposta di scuola libera, la quale parte da una esperienza e quindi da una ipotesi di significato, di bene totale sulla realtà. In questo senso quel che stiamo vivendo in questi giorni è educazione all’ennesima potenza: se, come ricordava don Giussani, l’educazione è introduzione alla realtà totale, quello che accade ogni giorno nei videocollegamenti è che nelle stanze e nelle case dei nostri ragazzi entra il respiro misterioso e vibrante del reale: la forza dei versi di Virgilio, la bellezza della grammatica, delle equazioni, la profondità della storia e della filosofia, offerti da maestri che vivono personalmente un rapporto intenso con le proprie materie, con le proprie domande e con una ipotesi di significato che li alimenta.

E i ragazzi come percepiscono tutto questo?

Questo i nostri studenti lo sentono, tanto che si sentono liberi di consegnarci le loro domande e inquietudini più profonde: lo fanno perché sentono che per noi questi interrogativi fanno parte della vita, anzi sono decisivi e sono affrontabili alla luce di un’esperienza di significato. Se no i ragazzi sentirebbero la necessità di nasconderle, censurarle, come tanti propongono: ne avrebbero paura come di una cosa nemica. Cercherebbero così di soffocarli, invece che porli. Penso, ad esempio, a un ragazzo che scriveva a una collega: “A questo punto mi sto chiedendo… che ne sarà di noi?”. Oppure a una maestra i cui bambini hanno consegnato domande e provocazioni vertiginose: “Maestra, hai visto i camion che portavano via i morti senza neanche chi gli voleva bene e da soli?”. A una studentessa che scriveva a un professore: “ogni volta che vedo il volto di mia madre segnato da un dolore così viscerale, sento confusione, perché lei, a differenza mia, non ha dei testimoni di qualcosa che toglie la paura. Vorrei poterlo essere io”. Oppure a una ragazza del liceo che ha chiesto ai suoi compagni e professori se ad una certa ora si connettevano in videoconferenza con lei e la accompagnavano a dire una preghiera per la morte della mamma di una sua amica. Se questi ragazzi si sono sentiti liberi di porre queste vertiginose domande, di condividere i propri bisogni o di proporre gesti del genere ai loro insegnanti è perché hanno sentito davanti a sé una presenza pronta a prenderli sul serio, fino a coinvolgersi con loro; una presenza che non risponde con pacche sulla spalla o con slogan rassicuranti, ma con una certezza esistenziale che si esprime in una compagnia concreta, magari affermata fra le lacrime.

Come declinate tutto questo nel lavoro didattico che quotidianamente state portando avanti, sebbene in forme ovviamente diverse da prima?

Fin dai primissimi giorni di sospensione delle lezioni i nostri ragazzi hanno potuto partecipare delle videolezioni tenute dagli insegnanti e i nostri docenti hanno accettato immediatamente la sfida affascinante di cambiare forma alla propria proposta didattica, di interrogarsi su ciò che è essenziale, come diceva anche un bellissimo articolo della Fondazione Grossman di Milano. Io e i dirigenti siamo rimasti impressionati dal moto di creatività contagiosa che ha caratterizzato gli insegnanti: in questi giorni è una continua condivisione di tentativi, strumenti informatici, modalità nuove per raggiungere i ragazzi nelle loro case. Stanno reperendo e rielaborando materiale iconografico, video, documentari, testi: come nel racconto di McCarthy La strada, in questa operosità si vede una paternità disposta a cercare in mezzo alle macerie tutto il bene che può alimentare il figlio, senza paura di sporcarsi le mani. Ci stiamo accorgendo poi di un aspetto fondamentale: esserci abituati a concepire la lezione non come un’erogazione frontale di nozioni, ma come un dialogo vivo di scoperta vissuta insieme ai ragazzi, sta permettendo anche ora lezioni dinamiche, dove l’apporto degli studenti è ancora più decisivo. Ad esempio, consegniamo ai ragazzi un racconto, magari accompagnato dal file audio del professore che lo legge, e poi ci incontriamo nella videolezione per condividere le scoperte sul testo che ciascun ragazzo ha fatto alla luce di alcune domande guida. Il dialogo diventa allora intensissimo, capace di raccogliere in una sintesi il contributo personale che ciascun studente ha vissuto e scoperto nel corso della propria esplorazione. Ci stiamo accorgendo che i testi della letteratura “parlano di più” e dialogano in modo intenso con la ragione dei ragazzi, sollecitata dalle urgenze della circostanza presente.

In questi anni si è spesso sentito parlare di cambiamento d’epoca, talvolta, forse, in modo persino eccessivo. Questo virus, invece, rappresenta davvero una cesura storica inaspettata e piena di incognite per il futuro. Cosa potrà significare, quanto sta accadendo, per la vostra scuola – che tra l’altro in quanto paritaria è più esposta economicamente – e per tutta la scuola italiana?

Quale tipo di cambiamento a livello culturale e antropologico porterà il coronavirus si vedrà nel tempo. Anzi, per capirlo occorrerà davvero guardare molto, interrogarsi a fondo, non affrettare letture approssimative. Per quanto riguarda invece le condizioni più contingenti, sappiamo bene, proprio per il rapporto stretto che viviamo con i genitori della nostra scuola, che molte famiglie, oltre che essere toccate dal dramma della malattia, stanno già affrontando o attraverseranno ingenti problemi economici. Questo, prima ancora che preoccuparci, ci addolora e ci interroga profondamente. Da anni la nostra scuola costruisce una festa di fine anno che, oltre che consentire ai ragazzi di rielaborare ed esporre le scoperte vissute durante l’anno sotto forma di mostre e incontri di approfondimento, ha lo scopo dichiarato di raccogliere fondi per sostenere il diritto allo studio. Intendiamo infatti aiutare chi, pur desiderando di scegliere liberamente una proposta scolastica come la nostra – che in quanto pubblica dovrebbe poter essere offerta a tutti! – pure non può permettersi di sostenere le rette della scuola paritaria. Quest’anno molto probabilmente, a causa dell’emergenza sanitaria, non potremo neppure organizzare la festa per sostenere i nuovi bisogni. Stiamo pensando quindi una forma diversa per poter raccogliere i fondi e offrire comunque un aiuto concreto alle famiglie, a sostegno del diritto allo studio.

Il timore diffuso, da parte delle scuole paritarie, è che questa situazione possa rappresentare per tante di esse il “colpo di grazia”. È così?

Qui si tocca un tema cruciale, che è quello della libertà di educazione: se è un valore il fatto che le famiglie abbiano la possibilità di scegliere liberamente fra più tipologie di proposta educativa pubblica, allora occorre cominciare a guardare le scuole libere come un reale contributo alla società e non come istituti elitari o diplomifici; è necessario iniziare un reale processo di valorizzazione anche attraverso il potenziamento di un sussidio economico alle famiglie: starà alle famiglie decidere poi presso quale tipo di proposta educativa spendere questo contributo di cui ormai c’è un bisogno impellente. Del resto, dal momento la scuola statale e paritaria condividono lo stesso obiettivo, che è crescere degli uomini con una ragione spalancata, dotati di intelligenza critica, di capacità costruttiva e di apertura umana, cominciare a liberarsi di pregiudizi anacronistici e contribuire gli uni al percorso degli altri, non potrà altro che costituire un bene per l’intera società. Il coronavirus forse una cosa ce la sta già mostrando: solo un’educazione e una consapevolezza del proprio valore e di quello degli altri permette di sacrificare qualcosa di sé per il bene comune. Allora, invece che combattere una sterile battaglia di fazioni, occorrerà unire le migliori energie per contribuire alla ricostruzione di un popolo.

(Marco Lepore)

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