DAL DL AGOSTO ALL’AUTONOMIA/ L’Italia che predica unità è sempre più divisa in tribù

- Alfonso Ruffo

In Italia si predica unità, coesione, solidarietà, ma in realtà il Paese reale è sempre più frammentato e perde terreno a livello internazionale

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L'Aula del Senato (LaPresse)

Un Paese che predica per l’insieme, ragiona per parti e agisce per pezzi non può che produrre frammentazione. Così l’Italia che, a dispetto della retorica unitaria usata per descrivere la società, nella pretesa che sia uscita più forte e coesa dalla fase critica del coronavirus, mai come in questo momento appare divisa e frastornata.

Più si parla di grandi progettualità destinate a proiettare la nazione verso un futuro radioso, grazie anche e forse soprattutto agli ingenti fondi che si renderanno disponibili, più all’atto pratico si concepiscono provvedimenti che mirano a soddisfare selettivamente questo o quel particolare interesse. Cos’altro può essere, sennò, la pratica dei bonus varata dal Governo per accontentare categorie e sottocategorie d’imprese e lavoratori rinunciando a una visione organica del futuro? Dietro la spinta di esplicite richieste e per ragioni di consenso immediato meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Nell’attuale mercato della politica domanda e offerta s’inseguono e si condizionano a vicenda in una spirale negativa. Una generalizzata sfiducia nel domani consiglia di consumare tutto e subito. Con studiato vantaggio elettorale per i decisori e presunta soluzione dei problemi per i percettori.

Non fa niente se si bruciano risorse preziose prese in prestito in casa e in Europa facendo lievitare il già mostruoso debito pubblico – e qualcuno questi debiti un giorno dovrà pure pagarli -, l’importante è tamponare quel tanto che basta e per il periodo che serve a comprare la preziosa risorsa del tempo.

Intanto facciamo così, poi si vedrà. Finendo con l’accorciare ogni istante di più un orizzonte che invece s’allunga e si allarga e avrebbe bisogno di occhi buoni e potenti binocoli per essere scrutato e capito. Meglio tutti a riva con i braccioli a tenerci a galla piuttosto che spingerci al largo con poderose bracciate.

Se questo è il gioco, vince il più furbo. In entrata e in uscita. Tra chi promette e concede sussidi e chi li insegue e li incassa. Al netto delle misure urgenti, che avrebbero tra l’altro richiesto altra tempestività, a lungo andare la logica della pezza a colori non può che mostrare tutta la sua precarietà.

Di questo si preoccupano i nostri partner dell’Unione quando ci chiedono di conoscere come vorremo spendere i 209 miliardi a vario titolo a noi destinati per rimettere in moto l’economia e promuovere il lavoro. E vorrebbero essere rassicurati sulla nostra capacità di avanzare con le riforme.

Per superare le resistenze degli scettici facciamo appello ai nobili princìpi della coesione e della solidarietà che a lungo abbiamo dimenticato di praticare in patria. E vedremo come sapremo regolarci quando al pettine torneranno i nodi dell’autonomia differenziata e del Mezzogiorno.

La buona volontà dei singoli forse non manca. Ma si procede a piccoli e disparati passi. Come in un ballo dove ci si agita molto per restare sempre allo stesso posto mentre altri avanzano. Sappiamo che dovremmo rincorrerli, ma abbiamo perso la capacità di farlo. Non sappiamo più correre.

Per non lasciare nessuno indietro, come con tanta sensibilità si continua a dire, indietro resteremo tutti. E ci contenderemo quel poco o quel tanto che saremo riusciti a racimolare dividendoci in nuclei sempre più piccoli alla ricerca di soluzioni sempre più misere. Si salvi chi può.

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