DAL GIAPPONE/ “Casa e lavoro, come il Covid sta cambiando le nostre abitudini”

- Marco Spola

Il Giappone, incredibilmente, è ancora indietro nella rivoluzione digitale, ma la pandemia sta portando cambiamenti significativi

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Tokyo (foto Luca Sciortino)

Immaginando il Giappone si pensa sempre ad una nazione tecnologicamente avanzata, dove si sperimentano nuove tecnologie e si accantonano immediatamente quelle obsolete. I visitatori invece spesso rimangono meravigliati da come qui coesistano facilmente il nuovo e il vecchio. Nell’isola dalle infrastrutture futuristiche, dove in città diversi livelli di autostrade si intrecciano ai treni sollevati senza conducente e macchine elettriche si sfiorano silenziose, ancora si usano i fax e i timbri sostituiscono la firma in tutti i documenti ufficiali e transizioni bancarie. Mentre il mondo industrializzato si è lanciato verso una trasformazione digitale rapida, il Giappone è sempre stato cauto in questo ambito. Ma anche qui il Covid-19 ha introdotto un sostanziale cambiamento.

Il Giappone ha introdotto nel secolo passato delle innovazioni tecnologiche che hanno conquistato il pianeta. Le radio durante il boom economico; gli orologi al quarzo che hanno spazzato molte delle aziende svizzere; la Sony con l’introduzione del Walkman e poi la Toyota con il sistema kaisen e le macchine ibride (ora sono già sull’idrogeno). Sempre alla ricerca dell’efficienza e della ricerca avanzata (basti pensare alla Shiseido), il Giappone ha agito sempre solo in risposta ad un bisogno presente.

L’invecchiamento della popolazione giapponese e una cultura avversa al rischio hanno però rallentato le capacità di questa nazione di innovare negli ultimi anni. Non solo il Giappone con un’età media di oltre quarantotto anni è il paese più anziano del mondo, ma la generazione con oltre 65 anni è quella che detiene la maggior parte delle risorse finanziare del paese ed influenza la politica del paese, quindi prodotti e servizi sono tipicamente fatti su misura per loro.

La stessa leadership politica del paese è vecchia e dominata dagli uomini, come nelle società di un tempo. Il gabinetto del primo ministro Suga ha un’età media di 60 anni e comprende sole due donne. Molti degli alti funzionari, anche coinvolti nelle olimpiadi sfiorano se non superano gli 80 anni e appartengono ad una generazione diversa, che si è formata molto prima della venuta anche solo dei computer.

Il sistema finanziario è forse il meno digitalizzato al mondo. Mentre altre nazioni hanno adottato tecnologie di pagamento digitale, il Giappone continua ad essere un’economia basata sul contante. È normale vedere persone che pagano cifre oltre i duemila euro in contante e diverse attività non accettano carte di credito internazionali, solo locali. Le transazioni digitali sono poco contemplate, bisogna prima registrare il destinatario con una serie di scartoffie che vanno rigorosamente timbrate con l’hanko, il timbro personale che sostituisce la firma, in modo da essere perfettamente identico da una volta con l’altra.

Anche le procedure amministrative richiedono sempre un contatto fisico per poter apporre il proprio “hanko” sui moduli. Le sovvenzioni per il Covid-19 ad esempio si dovevano richiedere incollando su un foglio la fotocopia della propria carta di identità ritagliata e poi spedire il modulo via posta. Insomma un lavoretto manuale di bricolage che richiedeva qualche decina di minuti, molto lontani da soluzioni digitali.

La scuola è l’altro settore che è rimasto molto indietro in questi anni. Durante la pandemia, solo il 5% delle scuole giapponesi è riuscita a fornire un insegnamento a distanza e l’80% degli studenti dichiara che la tecnologia non fa parte del loro percorso scolastico (fonte OCSE).

Ma come sempre nella sfida risiedono le opportunità e il Covid-19 ha spinto il paese ad un forte cambiamento. Se fino ad un anno fa la maggior parte dei datori di lavoro non avevano visto il vantaggio dello smart-working e gli impiegati non potevano andare a casa prima del proprio capo, adesso le grandi aziende stanno scoprendo i vantaggi (anche economici) del tele-lavoro. La Fujitsu ha annunciato l’anno scorso che avrebbe ridotto gli spazi degli uffici cittadini del 50% riducendo così gli alti costi di affitto e permettendo ai dipendenti di lavorare da casa. Le vendite online, che nella società giapponese avevano una penetrazione inferiore al 10% contro gli oltre 40% della Cina e USA, stanno iniziando ad essere prese in considerazione, anche se il rituale della vendita fisica è ancora qualcosa di importante, soprattutto per quella generazione coi soldi che consuma e che ha tempo.

La casa, che se prima della pandemia era il dominio delle mogli e figli mentre era l’ufficio dei padri, ora è diventata improvvisamente un luogo di tutti, dove i padri mentre lavorano online devono contribuire alla faccende domestiche dando una spinta verso una maggiore uguaglianza di genere.

Non tutti i mali vengono per nuocere quindi. La pandemia, che grazie al cielo ha coinvolto poco il Giappone, ha sicuramente destato la società a cambiamenti che erano necessari e che probabilmente, speriamo, saranno irreversibili. Il Giappone ha ora l’opportunità di accelerare la trasformazione digitale e contribuire al nuovo mondo, portando la sua cultura unica di artigianato, eccellenza esecutiva, un servizio ineguagliabile con il meglio della tecnologia. 

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