DAL GIAPPONE/ “Qui il lockdown è telelavoro e 400 euro al giorno per chi chiude alle 20″

- Marco Spola

Giappone, Sud Corea e Hong Kong non hanno predisposto una campagna vaccinale. Aspettano di veder i risultati in Occidente

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(Foto Marco Spola)

TOKYO – Nella capitale del Giappone il totale dei casi di Covid nel mese di gennaio ha sfiorato quota 40mila, più del doppio del mese precedente. La situazione attuale ha costretto il governo ad estendere lo stato d’emergenza, che secondo l’ordinanza precedente doveva durare fino al 7 febbraio, ma ora verrà estesa fino almeno a marzo. Il primo ministro Yoshihide Suga ha dichiarato che nonostante i casi siano in diminuzione soprattutto nell’area metropolitana di Tokyo, i contagi sono ancora superiori a quota 500, costringendo quindi l’esecutivo a limitare gli assembramenti.

Secondo un recente sondaggio, circa il 45% degli intervistati ha detto che lo stato di emergenza dovrebbe essere esteso in tutte le aree in cui è ora in vigore, e la stessa percentuale ha detto che dovrebbe essere esteso solo nei luoghi che sperimentano un aumento delle infezioni. In totale, il 90% è d’accordo che le restrizioni vengano estese, mentre solo il 6% ha detto che dovrebbero essere revocate in tutte le aree.

Lo stato d’emergenza in Giappone non è una restrizione vera e propria. I governatori locali richiedono, ma senza obbligare, la chiusura dei locali dopo le 20, sostenendo chi aderisce con un incentivo di circa 50mila JPY al giorno (circa 400 euro). Per il resto, i treni circolano regolarmente, solo qualche cambio d’orario ma per il resto sono sempre affollati come nei periodi normali. I negozi sono aperti, anche se la gente obiettivamente esce di meno e gli uffici continuano a favorire il telelavoro.

Situazione simile in Sud Corea, dove il governo per il momento ha solo imposto il divieto di assembramenti superiori alle cinque persone. Hong Kong ha imposto infine uno stringente lockdown solo in un piccolo quartiere povero della città.

Mentre in Cina, dove si sono registrati casi in alcune regioni del nord e a Shanghai, è iniziata un’intensa campagna vaccinale, prima con le categorie a rischio in prima linea, per poi completare tutta la popolazione entro luglio, ultimi gli anziani. A breve inizieranno le festività del Capodanno cinese e già si teme per gli spostamenti di oltre 200 milioni di abitanti.

Ma tornando a Giappone, Corea e Hong Kong, nessuno di questi tre Stati al momento ha annunciato una politica di vaccinazioni vera e propria. In Giappone per ora non sono previsti vaccini neppure per il personale medico, se ne parlerà forse a marzo. Lo stesso ad Hong Kong che prevede di iniziare con le categorie più a rischio a fine febbraio, mentre la Corea addirittura a maggio.

Difficile dire se questa sia una politica giusta o meno, sicuramente per il momento questi paesi preferiscono tenere sotto stretto controllo i contagi ed aspettare che la ricerca sui vaccini si perfezioni, per poi imparare dagli errori dei paesi occidentali. I sondaggi fanno inoltre emergere che le popolazioni in Asia (Cina esclusa) sono poco propense a sottoporsi al vaccino. C’è infine una questione sull’approvazione dei farmaci. Se per il momento solo Hong Kong ha approvato il vaccino di Pfizer, Giappone e Corea non ne hanno ancora approvato nessun tipo, seppure abbiano aperto canali con le maggiori case farmaceutiche.

In sostanza, il vaccino non è la priorità in questo momento, anche se il primo ministro del Giappone Suga dovrà fare i conti con un’altra questione molto delicata e ancora poco certa, le Olimpiadi. I Giochi che originariamente erano previsti per il 21 luglio 2020 sono stati spostati al 23 luglio 2021, ma troppe sono ancora le incertezze, costringendo il governo ad attuare una politica vaccinale più stringente. Per il momento quindi meglio tenere la mascherina e sperare nell’immunità di gregge. 

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