DAL MYANMAR/ A Pasqua si può risorgere in un lager?

- Lettera firmata

In Myanmar si vive nel terrore delle esecuzioni sommarie. I pochi cattolici hanno trovato la forza di affidarsi a Cristo risorto e fare opere di carità

myanmar birmania golpe 8 lapresse1280 640x300
Protesta pacifica contro il golpe a Rangoon, Myanmar (LaPresse)

Caro Direttore,
quest’anno la Pasqua in Birmania è drammatica. Qua tutti noi viviamo una quaresima lunga due mesi, o meglio: è un Venerdì Santo che dura da due mesi e – temiamo – durerà ancora a lungo. Nel frattempo la situazione peggiora, di giorno in giorno. Siamo davvero come gli apostoli. Chiusi nelle nostre case. Impauriti. Nessuno accende più neanche la luce, per altro già assai precaria.
Sparano ed ammazzano tutti. Se i militari decidono di entrare in una casa, i padroni sono sicuri di morire.

Per certi versi, questo ci porta a non avere più le precauzioni che usavamo: stare in casa o uscire con attenzione. A decidere è solo il caso, il destino. Non è più neanche questione di chi è pro (?) o contro. Di chi esce per protestare o per comprare il latte. Sparano, ammazzano e saccheggiano, a caso. Andremo alla guerra civile, la popolazione non potrà sopportare.

E in tutto questo c’è il Covid che qua viene percepito veramente come un “male minore”. Comunque “comprensibile”. Ci sono migliaia di morti per Covid, nessuno si lamenta. Drammatico. Per tutti, in un paese profondamente buddista e uso a leggere questi fatti come “il Karma”, è comprensibile. Ma il ritorno alla schiavitù, al terrore non è accettabile. Si può accettare di morire per malattia ma non per il Male che fratelli infliggono impunemente e senza ragione ad altri fratelli. Solo mossi dalla sete di potere e denaro.

In questo quadro tragico, la piccola comunità cristiana ha vissuto la Settimana Santa come ha potuto. Innanzitutto mi commuovono i gesti di solidarietà grandi e piccoli. I dispensari suppliscono come possono al blocco della sanità pubblica. È una battaglia impari. Vi lavorano gratuitamente i medici e gli infermieri che si sono dimessi dagli ospedali statali. Le parrocchie spontaneamente, insieme ai buddisti, organizzano raccolte e distribuzione di cibo. Altri addirittura ospitano nelle loro povere case i dipendenti statali che si sono dimessi e hanno dovuto lasciare gli appartamenti (ferrovieri, impiegati, ecc.). Anche il santuario della Madonna di Lourdes a Mandalay ospita gli sfollati.

Ma al di là dei gesti di carità, pur importanti, il semplice fatto di trovarci per pregare, saperci uniti in comunione con tutto il mondo, ci aiuta. I sacerdoti e i vescovi riescono con la loro presenza a dare speranza. Le parole passano in second’ordine. Non c’è altro da fare, anche per un cattolico tiepido e peccatore come me, se non stare insieme a questa gente, ai gesti e alla liturgia. Qua, fra questa gente, ritrovo almeno un po’ di umanità.

Davvero che differenza rispetto ai Venerdì Santo e le Pasque del passato! Nei canti, letture e liturgia c’è tutta la tragedia personale di ognuno e di un popolo. Mi hanno colpito i canti liturgici (Pange lingua, Tantum ergo, ecc.) che incredibilmente anche qui cantano in latino. Mi hanno fatto tornare ai tempi dell’oratorio. Non so cosa capiranno, come forse non capivano i nostri nonni. Ma l’universalità\cattolicità della Chiesa passa anche attraverso questo. Cercherò di spiegare loro il testo e il valore di quel gesto universale. Poi nelle letture non solo è descritto il dramma di quei momenti ma anche quello di questi giorni. C’è il tradimento di Giuda (anche lui assetato di potere e denaro), Gesù che si offre per espiazione del male, fino alla croce. C’è il tradimento di Pietro e il suo pianto amaro, la paura degli apostoli. Il loro nascondersi insieme in una casa. Sembra il racconto di questi giorni, qui. Ma c’è la speranza, la certezza che Dio muore ma poi al terzo giorno risorge e vince la morte e il male del mondo. A noi non resta che esserci.

Io non so dove sia il bene in questa circostanza ma davvero mi trovo come Pietro a dire: “Io non so niente, ma via da Te, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. Da dove, se non a partire da qui, Suor Ann poteva trovare la ragione per andare davanti ai militari e piangendo, inginocchiarsi e chiedere pietà! Io non so come facciano i non cristiani. Su cosa basare la vita, la speranza, in questa situazione, se non c’è la certezza della Resurrezione?   

È vero, siamo fragili e pochi. Abbiamo anche paura ad andare in Chiesa, ma poi pensiamo che sarebbe lo stesso se andassimo a fare la spesa. Davvero la nostra speranza è Gesù. Siamo l’1% della popolazione ma solo la speranza-certezza della Resurrezione può dare senso a questi mesi che altrimenti sarebbero “una favola raccontata da un idiota in un eccesso di furore” (Shakespeare).

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA