DAL MYANMAR/ I “nuovi ladri di Pisa”: anche i ribelli guadagnano dalla guerra

- Lettera firmata

In Myanmar la situazione è così confusa che viene il dubbio legittimo che anche le etnie ribelli al potere dei militari sfruttino la situazione per interesse personale

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Ancora violenze in Myanmar

Caro direttore,
mi permetto di porgere alla tua attenzione alcune riflessioni: per certi versi ciniche, fredde, sconfortanti ma da cui non posso esimermi.

Queste considerazioni nascono da un’attenta riflessione sui gesti di inaudita violenza legati agli scontri fra le forze paramilitari negli stati di confine e l’esercito golpista di cui in queste settimane ti ho scritto. Pur nella drammaticità degli eventi, mi è sorto un dubbio. Occorre guardare ai fatti senza paraventi ideologici, senza schemi preconcetti tra buoni e cattivi. La domanda è: “Fu vera gloria?”.

Mi spiego. I fatti sono gravissimi (persone arse vive) ma – drammaticamente – in un simile contesto di conflitto sono possibili. Giocano odi razziali atavici e l’uso di stupefacenti che alterano totalmente i sentimenti umani. Il dubbio è che – depurati i fatti da queste considerazioni – il tutto sia una sorta di guerra “guerreggiata”: non ci sia un reale intendimento di rivolta organizzata da parte dei leader etnici. Insomma accade come per “i ladri di Pisa”: di giorno litigano su come spartirsi il bottino e poi vanno a rubare insieme di notte.

Perché questa affermazione pesante?

Vedo da parte delle varie forze paramilitari una serie di azioni non coordinate, sparse. Non uno schema concertato volto alla restaurazione della democrazia. E se fosse fumo negli occhi? Non solo.

In una visione cinica, rilevo che questi leader hanno tutto l’interesse economico a che questa situazione prosegua. Da sempre hanno guerreggiato contro il potere centrale ma hanno anche sfruttato economicamente la loro rendita di posizione a fini personali. Per essere espliciti, domando: chi controlla lo sfruttamento indiscriminato delle foreste di teak, l’attività estrattiva delle miniere di pietre preziose (giada, rubini, zaffiri) e il loro contrabbando, la produzione di oppio con relativa trasformazione e contrabbando? Governo, militari e forze etniche: tutti insieme. Ognuno ha la sua “mezza”. Alla gente le briciole.

Tutte attività estremamente lucrose. Non stiamo parlando del banale contrabbando di sigarette dei vicoli napoletani! Tutti avevano una loro partecipazione. Per non parlare delle royalties legate agli oleodotti e pipeline che dai porti birmani giungono fino a Kunming (Cina).

Cosa c’è di meglio di un vuoto di potere, per allargare il business? O, dato il nuovo equilibrio di poteri, alzare il prezzo della propria percentuale?

E accanto a ciò, perché non cogliere l’occasione per ricevere prebende da potenze estere per continuare la guerra! Così sono nati i signori della guerra, in ogni parte del mondo: fanno la guerra per procura. Conviene a tutti: tranne a chi è sul campo e muore.

Per cui, caro direttore, io temo che gli scontri di queste settimane – e quelli che seguiranno – saranno “specchietti per le allodole” o – per dirla all’italiana – “teatrino della politica”. Drammatico: si parla di uomini, donne e bambini uccisi. Ma, ripeto, siamo certi che ai capi militari, siano essi esercito o leader etnici, la cosa realmente interessi?  Ognuno di loro dopo gli scontri, avrà anche l’onore – come in questi giorni – delle telecamere e delle interviste in cui proclamerà le sue ragioni.

Ma siamo certi come dicevo che non siano i novelli “ladri di Pisa”? O domani non staranno guardando se il saldo dei loro conti correnti a Singapore è cresciuto? È una visione cinica? No. Ultra cinica. Ma possibile.

Alla domanda iniziale rispondo come don Lisander: “Ai posteri l’ardua sentenza”. Dove riporre la speranza? Scusate il disturbo.

Un lettore dal Myanmar

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