DAL TEXAS ALL’UCRAINA/ Ramos e Shishimarin, quanto ci importa della loro vita?

- Edoardo Canetta

Giovani che uccidono senza pietà, giovani mandati a uccidere. Di chi la colpa di tanto male?

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Il sergente russo Vadim Shishimarin

Un giovane di 18 anni ha compiuto l’ennesima strage in una scuola americana. Quasi in contemporanea un giovane sergente russo, più o meno della stessa età di quello del Texas, è stato condannato all’ergastolo da un tribunale militare ucraino per aver ucciso a sangue freddo un civile.

Il giovane texano è stato ucciso dalla polizia, il giovane russo dovrebbe passare tutta la vita in carcere ad espiare la sua colpa. Giustizia è fatta! O no?

Nel primo caso l’opinione pubblica si è scatenata a denunciare la leggerezza con cui si affidano le armi in alcuni Stati americani. È come se il Texas sia rimasto, più o meno, quello di Tex Willer. Per quanto riguarda ciò che è successo in Ucraina, invece, delle armi usate nessuno parla. Lì le armi te le danno gratis i vari comandi militari, sia quelli russi che quelli occidentali. Ce ne sono di tutti i tipi, alcune ancora in fase di sperimentazione, magari in previsione di un conflitto più allargato.

Ma torniamo ai due colpevoli. Che lo siano non c’è dubbio, e non bisogna togliere loro il “valore” della responsabilità. Anche se, almeno nel primo caso… Rimane il destino di giovani che vengono messi nella situazione di perdere ogni criterio morale, nel senso più ovvio di distinguere il bene dal male. Si sentono legittimati a compiere quello che vogliono, o che vogliono altri, arrivando a fare quello che altri non osano, solo perché temono le conseguenze.

Non c’è dubbio che vanno puniti, possibilmente non uccisi, e magari neanche “sepolti vivi” per sempre. Non perché così non sta bene, ma perché così sembra che a noi non importi molto della loro vita, come a loro non importava molto della vita degli altri.

Oggi mi è venuto in mente uno strano codice di leggi che sicuramente quasi nessuno conosce. Si chiama codice “Zheté Zharghé” (le sette leggi). È un antico codice nato tra i nomadi della steppa, che prevede una serie di norme sostitutive del principio della vendetta e anche del carcere, istituzione che tra i nomadi è un po’ difficile da gestire. Non tutto quello che c’è in questo sistema giuridico è condivisibile, ma mi ha sempre colpito il fatto che, in caso di crimini, anche ritenuti gravi come l’adulterio, non si preveda l’uccisione del reo, se è giovane, ma la sua rieducazione, affidata agli anziani della tribù. Questi nomadi non hanno potuto conoscere i dettami della nostra Costituzione, ma in fondo li hanno un po’ precorsi.

Non erano cristiani, e neanche troppo musulmani, che prevedevano pene ben più severe, ma cercavano la pacificazione della loro gente e amavano i loro giovani più di quel senso di giustizia-vendetta che piace anche a tanti di noi. Per l’ennesima volta rischio di passare per buonista e pacifista, io che certi delinquenti li colpirei con una gragnola di… Indovinate di che cosa?

P.S.: Per i parenti e gli amici delle vittime innocenti. Dal libro di Gemma Calabresi Milite La crepa e la luce: “Si può vivere una vita d’amore anche dopo un dolore lacerante. Si può credere negli esseri umani anche dopo averne conosciuto la meschinità. Si può trovare la forza di cambiare prospettiva, allargare il cuore, sospendere il giudizio”.

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