DALLA BIRMANIA/ “Pentole e clacson contro i carri armati come a Tienanmen”

- Lettera firmata

Dopo tre giorni di proteste ora la Birmania rischia la guerra civile fra etnie e la balcanizzazione del paese. Tra menzogne e un clima da paura

myanmar birmania golpe 3 lapresse1280 640x300
Proteste in Myanmar (LaPresse)

Caro direttore,
non so fino a quando riuscirò a inviarvi notizie, perché temo che i collegamenti internet possano interrompersi. Stiamo lavorando per creare alternative e bypassare i blocchi, ma chissà!

Ci si era dati tre giorni di “tregua” dopo il colpo di Stato, per non reagire d’istinto, durante i quali ci si è limitati alla protesta delle pentole e dei clacson, tutte le sere alle 20. Anche noi lo facciamo. Mi accorgo che, oltre a essere un momento di protesta, serve anche a sfogare la rabbia.

Nei giorni scorsi su internet si vedeva come a Mandalay alcuni giovani battevano le pentole davanti ai carri armati: una scena simile a quella di piazza Tienanmen. Sono stati arrestati e allora la gente tutta intorno è andata dai soldati a dire: “Arrestate anche noi, non potete arrestare 60 milioni di persone”.

Ora i tre giorni sono trascorsi e si è passati alle proteste di piazza, perciò credo che internet salterà. Già in questi giorni i canali internet sono aperti solo saltuariamente. È stata anche messa in giro la fake news che The Lady era stata liberata con il risultato che la gente festeggiava per le strade, pure con fuochi d’artificio stile Capodanno. Questo è servito per far vedere agli osservatori internazionali che il popolo sosteneva i militari…

Ho tanta rabbia. Non riesco a mangiare né a dormire. L’unica cosa che possiamo fare, per ora, è pregare perché i generali cambino idea. Intanto medici, infermieri, professori universitari, piloti, hostess, insegnanti si sono dimessi o sono in sciopero. La Caritas ha riaperto i dispensari e vi lavorano gratuitamente i medici che si sono dimessi dagli ospedali, ma mancano medicine. Le poche disponibili arrivano dall’India. Le banche sono chiuse, eppure il Kyat, la moneta nazionale, perde ogni giorno il 10%.

Ora abbiamo davanti tre prospettive.

Ovviamente la speranza è quella di un ritorno alla normalità. L’Onu e le democrazie devono fare pressione in questo senso, sapendo che l’ordine è arrivato da Pechino (questo è evidente): nessuno avrebbe mosso foglia senza quell’ordine. Troppo importante il ruolo geostrategico della Birmania per gli interessi cinesi. Va detto anche che questi anni di aperture hanno creato una mentalità che non accetta più un ritorno al passato: un clima di paura, il timore di essere prelevati e arrestati, l’azzeramento del già fragile stato di diritto (pensate alle accuse alla Lady), economia di sussistenza, impossibilità a comunicare… Forse proprio l’impossibilità di controllare tutte le comunicazioni per lungo tempo sarà la svolta. Il controllo dei militari nell’epoca dei cellulari e internet non può più essere totale.

Ci salverà internet? In fondo era nato con questo scopo. Ma come non capire che è cambiato il mondo? Non può più reggere un sistema basato su terrore, paura e menzogna. Come non capire, avendo vissuto 5 anni di crescita (di cui anche l’esercito e i generali hanno goduto) che non si può far tornare indietro l’orologio della storia?

I nostri vicini thailandesi hanno come noi un esercito forte, eppure civili ed esercito convivono e prosperano. C’è una convenienza reciproca. Come non capirlo? Come non capire che avere un unico interlocutore espone il paese a una forma di vassallaggio obbligato? Come non capire che le imprese occidentali non faranno più investimenti qui? Un proverbio asiatico dice: “Molti paesi hanno un esercito ma alcuni eserciti hanno un paese”. Ed è il nostro caso.

La seconda prospettiva è che la Birmania diventi di fatto un nuovo Tibet, giocando sulla cultura pacifica del buddismo e adottando forme più sofisticate di controllo. In fondo Orwell viveva in Birmania!

La terza è quella che si giochi sulle rivalità ancora forti fra l’etnia maggioritaria bamar (65% della popolazione) che abita il centro del paese e le minoranze che abitano ai confini. Sono rivalità che il governo non ha mai risolto: un po’ per un gioco astuto (“divide et impera”) e un po’ per incapacità.

I militari, in effetti, non hanno mai controllato tutto il territorio. Troppo forte l’interesse a dividersi i profitti legati alla coltivazione e al traffico della droga birmana, delle pietre preziose (rubini, zaffiri, giada) e legname pregiato (teck). Ora quelle alleanze sotterranee potrebbero diventare strumento per fomentare gli odi etnici ancestrali e scatenare una guerra civile come successo ai tempi della ex Jugoslavia. Cosa meglio di questo timore giustificherebbe il ruolo dell’esercito?

Non a caso giunge notizia (non ancora confermata) che uno degli stati di confine della Federazione birmana ha dichiarato l’autonomia. Se così fosse, il rischio di scivolare verso uno scenario di guerra civile e di balcanizzazione non sarebbe remoto.

Per tutte queste ragioni vi chiedo, se potete, di sostenere una petizione su internet, da inviare ai potenti della Terra. Questo il link http://chng.it/jSVkmWg82w

Non so se riusciremo presto a sentirci. Lo spero.

(Un lettore dal Myanmar)

—- —- —- —-

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA