DALLA CINA/ Pechino e Washington alle prese col partito iraniano della guerra

- int. Francesco Sisci

A breve l’Iran supererà il limite delle riserve di uranio a basso arricchimento consentito dall’accordo sul nucleare del 2015. A Teheran c’è un partito della guerra che preoccupa Usa e Cina

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Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo (LaPresse)

Secondo il portavoce dell’Agenzia iraniana per l’energia atomica, fra 10 giorni l’Iran supererà il limite delle riserve di uranio a basso arricchimento consentito dall’accordo sul nucleare del 2015. Lo scorso 8 maggio Teheran aveva rivolto una sorta di ultimatum ai paesi europei firmatari dell’accordo, dopo l’abbandono degli Usa, chiedendo loro di prendere una posizione decisa pro o contro, ma la risposta non è mai arrivata: “In questo momento” ci ha detto Francesco Sisci, giornalista e sinologo, per oltre 20 anni corrispondente da Pechino per Ansa, Il Sole 24 Ore e La Stampa, “dopo le elezioni, l’Europa, in attesa di eleggere presidenza e commissioni varie, non è certo in grado di prendere una decisione così importante”. Mentre gli Usa giocano come il gatto con il topo, dicendosi pronti a colloqui senza condizioni con l’Iran e poi accusandolo dei recenti attacchi alle petroliere nel Golfo, ci si chiede che ruolo giochi la Cina in questa situazione.

Usa e Cina sono entrambe coinvolte con l’Iran. Che tipo di rapporti ha Pechino con Teheran?

Sono buoni ma non idilliaci, anche perché la Cina nei suoi rapporti internazionali è molto equilibrata ed equilibrista, ad esempio ha ottimi rapporti con il Pakistan che riveste un ruolo strategico molto importante. Certo non si può dire che la Cina sia il braccio destro dell’Iran.

Quindi?

Negli ultimi mesi, forse anche in funzione antiamericana, i rapporti si sono intensificati; a fronte di questo dieci giorni fa c’è stata la dichiarazione del segretario di Stato americano di essere pronti a colloqui senza alcuna prevenzione. È stata un’apertura storica. Dopo questo episodio è arrivata questa bizzarra storia degli attacchi alle petroliere nel Golfo.

Ecco: la Cina può aiutare a risolvere questa crisi? E come?

Siamo davanti a una storia davvero bislacca difficile da affrontare. L’ultima cosa che uno vuole, quando gli si apre la possibilità di sedersi a un tavolo, è di fare attacchi come quelli di settimana scorsa. È una storia strana perché entrambi i paesi, Cina e Usa, per fare i loro interessi vorrebbero scogliere il nodo iraniano.

Non c’è un’importanza strategica dell’Iran per la Cina, ad esempio per quanto riguarda l’apertura della Via della Seta?

Sì e no, nel senso che il vero partner strategico di Pechino è il Pakistan, il quale non ha rapporti buoni con l’Iran che ha invece rapporti migliori con l’India. In particolare la Cina mira a fare di Sindh il proprio hub portuale, importantissimo per lo sbocco sull’Oceano Indiano. È una scacchiera molto complicata.

Secondo un’ipotesi accreditata c’è una componente del regime iraniano che non vuole l’accordo sul nucleare e soffia sul fuoco, le risulta?

Non è una novità, è una storia che esiste da quando è nato il regime islamico. Da sempre esistono due componenti, una molto antiamericana e una più possibilista. C’è una parte all’interno del regime che non ha interesse alla pace ma alla guerra, che significa affari, finanziamento della guerra in Yemen e in Siria. Il partito della guerra in Iran è un partito forte che muove interessi seri. Un buon rapporto con gli Usa significherebbe invece migliori soluzioni in Siria e nello Yemen.

L’attuale crisi del Golfo interferisce con la guerra dei dazi tra Usa e Cina?

No, sono partite separate. L’interesse americano potrebbe essere quello di togliersi il problema dell’Iran, che per Washington non è un problema strategico ma un mal di testa: libererebbe problemi come quello del Golfo, dello Yemen, della Siria, risolverebbe una serie di questioni politiche. La Cina non ha le capacità per intervenire in questa questione. È più probabile che il partito iraniano della guerra si senta minacciato e possa forzare la situazioni con risultati molto gravi per il quadro mediorientale.

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