DALLA GERMANIA/ I numeri Covid non convincono (tutti) e partono le molotov

- Edoardo Laudisi

Mente aleggia lo spettro del lockdown, il materiale incendiario lanciato contro il prestigioso Istituto Koch è il segnale che non tutti i conti tornano

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La cancelliera tedesca Angela Merkel (LaPresse)

BERLINO – La notte tra sabato e domenica 25 ottobre ignoti hanno lanciato materiale incendiario contro l’Istituto Robert Koch, nel quartiere di Schöneberg. L’Istituto Koch fa parte del ministero federale della Salute tedesco e si occupa di controllo e prevenzione delle malattie infettive in Germania. Il giorno prima l’istituto aveva annunciato il record di 11.176 nuove infezioni invocando regole più dure per combattere il virus, tra le quali un possibile nuovo lockdown. Inutile dire che Covid è tornato a spadroneggiare sui media tedeschi.

“Se non riusciremo a limitare i contatti personali nelle prossime due o tre settimane, i numeri aumenteranno così tanto che per fermare l’infezione non ci rimarrà che imporre un altro lockdown”, ha detto Karl Lauterbach, l’esperto in materia di sanità della Spd, il partito dei socialdemocratici oggi al governo del paese. Secondo Lauterbach i Länder tedeschi (stati federali) non hanno fatto abbastanza per evitare la seconda ondata e ora stentano a trovare una politica omogenea. “Purtroppo non è più sufficiente stare attenti e rispettare le regole dell’AHA-L (Distanza-igiene-mascherine)” ha dichiarato l’esperto in una intervista recente alla Bild.

Un po’ di dati. Innanzitutto, va detto che se è vero che il numero delle infezioni comunicato dall’Istituto Koch è il più alto dalla scorsa primavera, bisogna aggiungere che paragonare i due periodi non ha molto senso dal momento che nella scorsa primavera si facevano molti meno test. A domenica 25 ottobre in Germania si registrano 429.181 infetti da inizio pandemia di cui 317.100 guarigioni, 102.049 malati tra gravi e leggeri e 10.032 deceduti. L’indice di infezione nazionale è passato da 68,4 casi (ogni 100.000 abitanti) a 74,9 con punte di 114,9 per Berlino centro e Brema. Il fattore di riproduzione del virus, chiamato Valore R, che segnala quante persone vengono contagiate da un infetto, è salito a 1,39 (la settimana scorsa era 1,23), il che vuole dire che un infetto contagia 1,39 persone oppure 10 infetti quasi 14 (tutti i dati: Ministero della salute tedesco). 1,5 è considerata la soglia critica oltre la quale l’epidemia diventa pericolosa mentre a marzo, durante il picco e prima del lockdown, il valore aveva raggiunto 3,33 punti. Diciamo che se il virus fosse un titolo azionario, con segnali di trend in ascesa così chiari, questo sarebbe il momento giusto per scommettere sulla sua crescita.

La cancelliera Angela Merkel ha confermato l’aria da lockdown 2, in un discorso alla nazione trasmesso dalle televisioni giovedì scorso e ritrasmesso sabato. Il discorso iniziava così: “Il precetto del momento è ridurre i contati sociali, incontrare meno persone, stare in casa”. Soltanto la voce timida del ministro dell’Economia Peter Altmaier ha provato a smorzare la cupezza del momento dichiarando che “Non ci deve essere un nuovo lockdown a livello nazionale e non credo che sia necessario”. Ma le parole del pacioso Altmaier sembravano un auspicio più che una dichiarazione. I moniti della cancelliera sembrano aver avuto già effetto, se è vero che le ferrovie tedesche confermano una riduzione drastica dei passeggeri a inizio autunno, dopo la ripresina dell’estate quasi covid-free. Per il momento comunque, il governo non ha preso nessuna decisione a livello nazionale lasciando spazio di manovra ai Länder.

A rimettere le cose nella giusta prospettiva ci ha pensato Georg Baum, amministratore delegato dell’Associazione ospedaliera tedesca, che descrive la situazione attuale come gestibile nonostante il crescente numero di infezioni. “Gli ospedali sono molto allarmati senza però essere frenetici”, ha detto Baum in un’intervista a un giornale locale. “Attualmente ci sono circa 8.000 letti di terapia intensiva liberi, con altri 10.000 posti che possono essere liberati rinviando cure non necessarie. Inoltre, non tutti i pazienti che vengono in ospedale con un’infezione Covid hanno bisogno di un trattamento medico intensivo”. Secondo Baum dei 6.000 pazienti attualmente in cura negli ospedali per il Covid-19, circa 1.000 sono in terapia intensiva. Quindi se il cittadino sta attento e segue i consigli della cancelliera Angela Merkel, gli ospedali non andranno in crisi. Tutto sommato quindi la situazione è seria ma non drammatica.

E torniamo al cocktail molotov lanciato contro l’Istituto Koch che, ricordiamolo, non può prendere nessuna decisione legislativa ma solo suggerire delle strategie al governo. L’istituzione si è attirata l’ira di alcuni attivisti che l’accusano di giocare sporco coi dati. Secondo il movimento che si oppone alle politiche anti-Covid, Querdenken, (pensare fuori dagli schemi), l’equazione secondo la quale tutti i pazienti positivi al test sono infetti, e quindi malati, è sbagliata perché i test hanno un margine di errore. Spesso infatti identificano come positivo un segnale proveniente non da Covid-19 ma da uno tra i molti altri tipi di Corona­virus appartenenti alla famiglia Sars-­Cov-2. Quindi chi è positivo al test non sarebbe automaticamente infetto da Covid-19 e non dovrebbe essere aggiunto automaticamente ai malati, come invece fa l’Istituto Koch. Il che mette in discussione anche la registrazione degli asintomatici, di coloro cioè che in un primo momento erano risultati positivi senza però aver mostrato i sintomi della malattia, e successivamente sono risultati negativi. Il ministero della Sanità li conta come malati guariti. Grazie a questi escamotage i numeri degli infetti e dei malati sarebbero gonfiati ad arte e non rispecchierebbero l’andamento reale dell’epidemia.

Ora immaginate, dicono i Querdenken, che in una città si eseguano dei controlli di velocità con un autovelox e che a fine giornata vengano identificati cento trasgressori. Immaginate poi che il giorno successivo si ripeta l’operazione ma con dieci autovelox, trovando mille trasgressori. A questo punto se qualcuno vi dicesse che in un giorno solo il numero dei trasgressori è aumentato di dieci volte voi ci credereste? È una storia analoga al pesa più un chilo di piume o un chilo di ferro, storia che riesce giusto ad ingannare qualche allocco ma che sembra funzionare a meraviglia nel caso del Covid, dove la paura annebbia la vista.

Infatti, la moltiplicazione dei test ha fatto scoprire molti più malati, ma sulla variazione del rapporto testati/infetti nel tempo, che contiene un’informazione essenziale per valutare se ci sia un incremento esponenziale dell’epidemia, i media tacciono. La polemica purtroppo non risparmia nemmeno i morti, i cui dati non si distinguono tra chi è deceduto esclusivamente a causa del virus e chi aveva malattie croniche sulle quali il virus ha agito come acceleratore.

Tesi antitesi sintesi, diceva il maestro del pensiero dialettico, il tedesco Hegel. Ma essendo media e politici tedeschi per nulla disposti a un confronto dialettico sul Covid-19, difficilmente questo avrà luogo. Ed è un peccato, perché servirebbe a fare chiarezza una volta per tutte. A provare qualcosa in questo senso ci hanno pensato un gruppo internazionale di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica che hanno firmato la Dichiarazione di Great Barrington, Usa. Inizia così: “In qualità di epidemiologi delle malattie infettive e di scienziati della salute pubblica, siamo molto preoccupati per gli effetti dannosi sulla salute fisica e mentale causati dalle politiche adottate dai Governi in materia di COVID-19, e raccomandiamo un approccio che chiamiamo “Protezione Focalizzata” (Focused Protection)”. Vale la pena di leggerla tutta.

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