DALLA GERMANIA/ Woke: quando il politicamente corretto è l’anticamera della dittatura

- Edoardo Laudisi

A Berlino pubblicata una guida politically correct sull’inclusione per i dipendenti pubblici. Le differenze non omologate non sono più tollerate

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Manifestazione Lgbt a Colonia (LaPresse)

DA BERLINO – Recentemente il Senato di Berlino a maggioranza rosso-rosso-verde ha pubblicato una guida per i dipendenti pubblici che dispone l’uso corretto della lingua, in modo da renderla più inclusiva. La guida di 44 pagine fa parte di un programma nazionale sulla diversità, che mira a formare i dipendenti degli uffici pubblici per renderli in grado di comunicare con le persone indipendentemente dal loro sesso, origine etnica o colore della pelle, età, disabilità, religione, ideologia e identità sessuale.

L’Ufficio statale per la parità di trattamento contro la discriminazione, con sede presso l’ufficio del senatore della giustizia Dirk Behrendt (Verdi), si è occupato di stilare il regolamento. Alle linee guida, che istruiscono sui corretti comportamenti ai quali il funzionario dovrà attenersi per essere più inclusivo, è allegata una lista con le parole da evitare o sostituire con termini politicamente corretti. Le persone con un background migratorio, ad esempio, diventano “persone con una storia di migrazione” o “persone con una storia internazionale”. Non si potrà più dire “stranieri”, ma piuttosto “residenti senza cittadinanza tedesca”. Anche il termine “richiedente asilo” dovrà essere sostituito perché fuorviante. Infatti esiste un diritto fondamentale all’asilo e quindi per chiarire il concetto e fissarlo bene nelle menti va usato il termine corretto di “persona avente diritto alla protezione”.

Secondo gli autori della neolingua impiegatizia, nero (schwarz in tedesco) non è la descrizione di un colore della pelle, ma la definizione politica di “persona che subisce il razzismo”. Per renderlo più chiaro, la “s” di schwarz va scritta rigorosamente in maiuscolo, come se fosse un sostantivo e non un aggettivo. Inoltre, termini come “colorato” o “pelle scura” sono banditi, a causa del loro significato razzista, coloniale e discriminatorio. In questo contesto l’espressione “fare il portoghese”, che in tedesco si dice comunemente schwarzfahren, cioè viaggiare in nero, non si può nemmeno pensare e va cancellata dalle menti e rimpiazzata con la meno colorita “viaggiare senza un biglietto valido”.

Più avanti le istruzioni si avventurano in quella specie di labirinto di Cnosso che sono le espressioni dell’identità di genere, dedicandovi ben undici delle 44 pagine. Qui i dipendenti statali berlinesi vengono istruiti su concetti come “desiderio sessuale indipendente dal genere” e termini come “cissessualità”. Il prefisso “cis” indica che una persona “vive secondo il genere assegnato alla nascita”, cioè che gli uomini si sentono uomini e le donne donne, cosa per nulla scontata nel terzo millennio, mentre con il termine pansessualità vengono prese in considerazione anche le persone transgender e intersessuali, nonché le persone “non binarie”.

La ragione di questo accanimento linguistico è un principio caro alla programmazione neurolinguistica, che mira a rieducare i comportamenti rimodellando il linguaggio. Opinioni e azioni sono influenzate e guidate dal linguaggio: agendo su di esso con un meccanismo di ricompensa (far parte dei buoni) / punizione (essere escluso dalla vita sociale), si può cambiare l’impronta culturale di un individuo e, se si fanno le cose in grande, di una società. Per ottenere l’effetto desiderato, però, la tecnica ha bisogno di una entrata che tutti possano accogliere a braccia aperte.

Molti sottovalutano la natura e gli obiettivi di quella che è a tutti gli effetti una ideologia importata in tempi relativamente recenti dagli Stati Uniti e il suo metodo invasivo di fare propaganda. Funziona così: inizialmente si genera un’approvazione spontanea da parte del pubblico tendenzialmente progressista, avanzando delle richieste che tutti possono solo accettare, come l’antirazzismo o l’anti-sessismo. Dopodiché, una volta che il pubblico ha associato gli attivisti con la categoria morale di causa buona e giusta, accogliendoli come i difensori degli oppressi, si apre il cavallo di Troia e zac, saltano fuori una serie interminabile di teorie estremiste, prevaricatorie, razziali, intolleranti, violente o semplicemente assurde come quella che nega la base biologica dei sessi. A questo punto il sottoscrittore progressista va in confusione: non aveva dato il suo consenso per tutta quella roba, però non si può tirare indietro, perché la causa è pur sempre buona e giusta e poi hanno aderito tutti. Incapace di opporre ragionamenti critici, l’anima in pena finisce per affidarsi ai precetti politicamente corretti, esattamente come un tempo si affidava alla verità divulgata dal partito.

Un esempio pratico serve a chiarire. Prendiamo gli Antifa, un gruppo di attivisti sedicenti antifascisti presente in tutte le grandi città del mondo occidentale. Nessuno può seriamente avere qualcosa contro le persone che si oppongono al fascismo. Che l’Antifa, tuttavia, emuli di volta in volta ideali collettivisti o sovversivi, perseguiti chiunque la pensi in modo diverso proprio come un nazifascista, compia atti violenti contro cose e persone e non solo rifiuti l’ordine di base democratico, ma lo combatta apertamente, ha poco a che vedere con l’antifascismo e molto con la criminalità urbana. Ma siccome in fondo si tratta di bravi ragazzi che combattono contro i cattivi, beh, si può sempre chiudere un occhio e magari anche due.

Nel suo libro L’opinione pubblica e i suoi nemici Bernd Stegemann, drammaturgo al teatro Berlin Ensemble e professore di Storia del teatro presso la scuola di recitazione Ernst Busch di Berlino, sostiene che il movimento americano Woke, i risvegliati, che si occupa di questioni identitarie, di giustizia sociale, razziale – Black life matters – e discriminazioni contro la comunità Lgbt, stia “cercando eventi sui quali mettere in scena la propria indignazione”. Secondo Stegemann, non c’è l’intenzione di migliorare la società, ma quella di rappresentare uno scandalo che aumenti i sostenitori del gruppo facendo vergognare gli altri.

“Solo una parte esigua dell’opinione pubblica è ancora interessata a questioni serie trattate con ragionamenti razionali”, scrive Stegemann. “Per contro, il clamore sui temi della razza e del genere ha raggiunto vette altissime”. I sostenitori della politica identitaria vogliono che i gruppi umani siano ancora una volta differenziati in base alle caratteristiche di sesso, genere, colore della pelle, etnia, origine e religione. Per loro non si tratta di uguaglianza, ma di trattamento preferenziale. La Generation Offended, come la definisce la pubblicista e regista francese Caroline Fourest, vorrebbe passare dalla polizia di stato alla polizia del pensiero.

Pochi media si oppongono a questa tendenza e l’impressione è che nella società contemporanea la libertà di espressione, la libertà di stampa e le capacità individuali siano meno importanti delle battaglie per la corretta morale. E allora ecco la smania di purificazione dei discepoli risvegliati che scrutano i social media per trovare tracce di un razzista, sessista, fascista e punirne i peccati. Gli articoli di fede degli svegliati non possono essere discussi, sono verità rivelate. I critici sono razzisti, sessisti o malvagi. Quindi devono essere messi a tacere, per il momento con shit storms organizzati ad arte, in futuro chissà.

Per fortuna la politica identitaria alla base del fenomeno Woke inizia a trovare degli oppositori. Intellettuali come lo scrittore britannico Douglas Murray o gli accademici afroamericani Glenn Loury, Coleman Hughes e John McWhorter, il matematico James Lindsay, il filosofo Peter Boghossian o lo psicologo canadese Jordan Peterson, ad esempio. In generale nei paesi anglosassoni la critica all’ossessione identitaria è più articolata rispetto all’Europa continentale, dove però iniziano ad alzarsi voci di dissenso. Una di queste è del drammaturgo berlinese Bernd Stegemann citato prima.

In un passaggio della sua Storia della filosofia, Bertrand Russell si sofferma sulle discussioni estenuanti dei dotti patristici intorno alla natura delle entità spirituali, mentre intorno a loro l’Impero romano andava in frantumi. Il filosofo britannico sospende per un attimo la sua indagine filosofica e annota laconicamente come invece di discutere di sesso degli angeli, costoro avrebbero fatto meglio a impiegare le loro energie per provare a riformare l’Impero.

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