DDL CONCORRENZA/ Stop ai meccanismi anti-concorrenziali 
per le licenze software nel mercato del cloud

- Edmond Dantès

Nel provvedimento approvato in Aula al Senato anche una norma per limitare l’abuso di dipendenza economica dei grandi player (vedi Microsoft) che costringono i loro clienti a pagare due volte licenze software già acquistate

L'Aula di Palazzo Madama (LaPresse)

Nel provvedimento approvato in Aula al Senato anche una norma per limitare l’abuso di dipendenza economica dei grandi player (vedi Microsoft) che costringono i loro clienti a pagare due volte licenze software già acquistate per costringerli a fornirsi anche dei loro servizi cloud

Se ne era parlato già a febbraio, quando decine di aziende – mobilitate dall’associazione di categoria europea CISPE – avevano scritto alla Commissaria Margrethe Vestager per chiedere che il Digital Markets Act contenesse anche delle norme per limitare le pratiche scorrette di alcuni grandi player per quanto riguarda la cessione di licenze software nel mercato del cloud. Risultati di quella sortita? Pochi. Il DMA infatti è stato varato a inizio luglio senza contenere norme che potessero frenare questi meccanismi anti-concorrenziali.

Ma in cosa consisterebbero queste pratiche anti-concorrenziali? Un esempio, in sintesi: quando un’azienda acquista le licenze software da un player come Microsoft (ad es. il pacchetto Office) e vuole trasferirlo su una “macchina” in cloud che non utilizza Azure (il cloud di Microsoft), ma un’altra tipologia di cloud fornito da un’altra azienda, viene costretto dal fornitore di licenze software di cui sopra a pagarle una seconda volta.

Un meccanismo spiccatamente contrario alla concorrenza, perché un’azienda che usa i software forniti da una di queste big si trova costretto ad utilizzare anche il cloud fornito da quest’ultima pur se la scelta preferita sul mercato era in realtà un’altra. Si chiama in gergo “lock-in”, o più classicamente in italiano “abuso di dipendenza economica”, e – secondo uno studio pubblicato da I-Com a maggio – costa alle imprese italiane ben 1,6 miliardi di euro all’anno in termini di costi aggiuntivi che potrebbero essere reinvestiti in forza lavoro o in ulteriore digitalizzazione.

Come arriva la svolta? Quando, in seno alla discussione del DDL Concorrenza, Confcommercio promuove e ottiene l’approvazione di un emendamento che scoraggia finalmente questi meccanismi, e che recita: «Le pratiche abusive realizzate dalle piattaforme digitali possono consistere anche nel fornire informazioni o dati insufficienti in merito all’ambito o alla qualità del servizio erogato e nel richiedere indebite prestazioni unilaterali non giustificate dalla natura o dal contenuto dell’attività svolta, ovvero nell’adottare pratiche che inibiscono od ostacolano l’utilizzo di diverso fornitore per il medesimo servizio, anche attraverso l’applicazione di condizioni unilaterali o costi aggiuntivi non previsti dagli accordi contrattuali o dalle licenze in essere».

Festeggia Paola Generali, Presidente di Assintel-Confcommercio: “L’introduzione di questo principio nel nostro ordinamento è particolarmente importante e favorirà sicuramente il processo di trasformazione digitale che enti pubblici e privati stanno perseguendo, anche nel quadro del PNRR. Da anni promuoviamo l’innovazione digitale e gli ultimi segnali che provengono dal DESI dimostrano che siamo sulla strada giusta. Ma tutto l’ecosistema dell’offerta di soluzioni digitali, grandi imprese e PMI, deve muoversi nella stessa direzione garantendo un mercato equo e competitivo, evitando di cadere in pratiche anti concorrenziali. Solo così si creano le condizioni per una vera e sana crescita. Ringrazio il Parlamento per aver ascoltato le nostre istanze”.



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