DDL OMOTRANSFOBIA/ La legge piena di rischi, oltre il reato d’opinione

- Paola Binetti

La legge sulla Transomofobia è approdata alla Camera. Il rischio è quello di creare una paradossale discriminazione alla rovescia

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(LaPresse)

La legge sulla Transomofobia è approdata alla Camera dei Deputati con la ferma volontà dei suoi proponenti di concluderne l’iter quanto prima. Sorprende come una maggioranza litigiosa su tutto trovi nella tutela dei nuovi diritti civili il suo collante culturale. L’incipit della legge è il no alle discriminazioni di cui sono oggetto le persone della comunità LGBT; discriminazioni che spesso culminano in episodi di violenza: violenza grave in alcuni casi, anche se più spesso si tratta di commenti critici, di gesti sgradevoli, di scelte che hanno obiettivi diversi. Ma non c’è dubbio che chiunque si sente discriminato percepisce un disagio profondo, che mette in crisi la sua sicurezza e forse anche la sua autostima. Ma allora il tema della discriminazione dovrebbe includere molte altre categorie, penso agli anziani e alle violenze che subiscono in quei Centri dove andrebbero tutelati per la loro stessa fragilità. La discriminazione peggiore oggi colpisce persone portatrici di handicap, che debbono ancora lottare per la loro autonomia, fortemente limitata per le tante barriere architettoniche. C’è la discriminazione di bambini con problemi del neuro-sviluppo che non ricevono affatto in misura adeguata la rieducazione-riabilitazione a cui avrebbero diritto, sia a scuola che nei centri specialistici. C’è la discriminazione a cui sono soggette le donne sul piano della retribuzione o della progressione di carriera; la discriminazione che ha subito il Meridione d’Italia e che ha determinato lo spopolamento di interi paesi.

Se il rischio della discriminazione non fosse un rischio permanente, non sarebbe stato necessario inserire l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…”. Sul binomio irrinunciabile del No alla Violenza e del No alla Discriminazione, si sta cercando di introdurre il reato d’opinione, penalizzando chi non la pensa come i proponenti della legge. Con la naturale conseguenza di fare una discriminazione paradossale nei confronti di chi si permette di dissentire, in questo caso rispetto a una maggioranza decisa ad approvare la legge in tutti i modi e a tutti i costi, nei tempi più brevi possibili come una sorta di trofeo.

Ma non è solo il reato di opinione l’ostacolo maggiore di questa legge; appare perfino peggiore la manipolazione didattico-pedagogica che si vuole introdurre in nome di una presunta educazione al gender, negando le differenze in nome di una fluidità di genere che permette di passare con la massima libertà da una condizione all’altra a seconda della propria volontà e del proprio desiderio. Ai bambini sarà facile offrire testi che cominciano dai certificati di iscrizione a scuola con la sostituzione dei termini madre e padre con il termine di genitore A e B. Come definire allora cos’è la maternità senza apparire discriminanti? E come si potrà rispondere al bambino che chiama la mamma, che questo è un fatto discriminante nei confronti del padre? E quando nel tempo dell’adolescenza cominceranno le prime cotte, le prime simpatie a sfondo sentimentale, il ragazzo rifiutato potrà sempre vantare la clausola della discriminazione e incriminare la compagna che lo respinge. E che dire del padre che non intende lasciare la casa al mare al figlio gay, perché non ne condivide la scelta? È facile denunciarlo per discriminazione. E poco importa se chi lo accusa è il figlio o il suo compagno. E che dire della partecipazione sportiva di soggetti LGBT in squadre di calcio, di pallavolo, ecc.? Si potrà dire che per gareggiare occorre stare nella propria classe di appartenenza o si incorrerà nel rischio di essere tacciati come omofobi?

Difendere una propria opinione, che differisca dal pensiero LGBT, diventa in questo caso una tale condizione di rischio da obbligare le persone a cedere in anticipo per non essere condannate alla gogna mediatica, attualmente tutta schierata a favore dei diritti civili, condensati in un unico ed esclusivo diritto. Il diritto ad assumere la sessualità che una persona vuole in una soggettività che nulla concede all’oggettività del dato biologico, alla semplice concretezza del dato naturale. Il concetto di natura è totalmente escluso dalla legge in questione, come se non esistesse un’ecologia umana che impone il rispetto della natura, analogamente a quanto fa ogni onesto approccio ecologico.

Eppure contro questa legge, oltre alla voce di molte associazioni di ispirazione cattolica, si è levata anche la voce di movimenti femministi, che a sorpresa sono scesi in campo ribaltando affermazioni filo LGBT, ormai standardizzate in una serie di luoghi comuni che sono diventati lessico diffuso su tutti i media. Dice il Manifesto presentato da una serie di movimenti femministi: “In tutto il mondo l’identità di genere viene brandita come un’arma contro le donne. L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi, in particolare quella dei corpi femminili, viene fatta sparire. È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere, è l’essere donna a disposizione di tutti. Luogo in cui le donne nate donne devono chiamarsi ‘gente che mestrua’ o ‘persone con cervice’ perché nominarsi donne è trans-escludente. Chi dice che una donna è un essere umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Sylvane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter. È il luogo in cui le quote politiche destinate alle donne vengono occupate da uomini che si identificano come donne; si appropriano dei fondi destinati alla tutela delle donne, delle azioni positive, delle leggi, dei posti di lavoro per le donne di cui usufruiscono uomini che si dichiarano donne”.
Tra i firmatari dell’Appello c’è l’Udi nazionale, la storica associazione femminile del Partito comunista, protagonista di molte battaglie a tutela dei diritti delle donne, a cominciare dalla legge che ha riconosciuto il loro diritto a votare e ad essere votate. C’è Arcidonna, Arcilesbica, Associazione Donne insieme e molte altre Associazioni femminili. Tutte contestano questa legge.

Nel dibattito in Aula, che ha impegnato e sta impegnando, l’intero pomeriggio della Camera dei Deputati emergono esempi pesanti di chiara impronta ideologica che possono condurre a una condanna aspra di chi dissente. Si potrebbe raccogliere un florilegio di insulti, aggressivi in qualche caso, supponenti e per lo più denigratori verso chi non è d’accordo. I discriminati sono coloro che credono nella famiglia formata da un uomo e una donna; chi sostiene che i figli abbiano una madre e un padre; chi difende l’educazione di bambini a bambine perché imparino a sviluppare la propria sessualità come chi esprime la propria naturale attrazione verso persone di sesso diverso, senza per questo voler discriminare nessuno, ma solo difendere i propri sentimenti e le proprie emozioni.

E per questo i genitori dovranno poter scegliere anche la scuola in cui inviare i propri figli, senza temere manipolazioni ideologiche, che non hanno solo una importante interfaccia etica, ma anche un’evidente contraffazione delle conoscenze biologiche, per far saltare i naturali confini della scienza.

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