DDL ZAN/ Il caos sull’identità di genere crea una discriminazione ancora più subdola

- Alessandra Servidori

Il Ddl Zan è fuori strada perché si basa su una nozione arbitraria di genere estranea alla Costituzione. Si metta piuttosto mano al Codice di parità

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In aula al Senato (LaPresse)

Sul Ddl Zan, approvato alla Camera e ora in Commissione giustizia al Senato, è più che legittimo far emergere le contraddizioni che in questi giorni agitano i due schieramenti: o sei per la difesa del testo, o sei contro la legge che punisce l’omofobia e la transfobia. Io non sono né l’una né l’altra e ritengo più che legittimo, essendomi occupata di discriminazioni per decenni, elencare i difetti evidenti e problematici del testo.

Il Ddl in discussione ha un elemento di confusione fondamentale: è sul capirci bene che cosa sia l’identità di genere, posto che non c’è ancora univocità scientifica sulla definizione che fa della parola identità/genere un assioma in materia discriminatoria coniugandola con altre discriminazioni e violenze legate al sesso, all’orientamento sessuale, alla disabilità.

Il Ddl confonde il concetto sesso con quello di genere contraddicendo l’articolo 3 della nostra cattedrale costituzionale, per la quale ogni diritto è riconosciuto in base al sesso e non al genere, termine sconosciuto al diritto. Se c’è da mettere mano a una legge bisogna farlo sul Codice di Parità del 2006 e successive integrazioni, che ancora contiene dei vulnus antidiscriminatori per cui la violenza sulle donne è ancora non effettivamente perseguita nei fatti.

Su questa definizione ambigua in particolare si sono consumate negli ultimi anni forzature inconcepibili del diritto antidiscriminatorio, in funzione di gagliarde politiche che dimostrano con superba idiozia di voler cancellare la differenza sessuale tra donne e uomini negando una scientifica differenza antropologica, e creando ulteriormente visioni e conflitti rispetto all’autonomia femminile.

La legge deve chiarire e bene, senza confusioni, che vuole tutelare le persone Lgtb, dunque la libertà e il rispetto delle differenze di tutti noi: l’avversione all’omotransfobia, sotto il profilo culturale, civile e penale è corretto riconoscerla e introdurla nel vivere civilmente, non conficcandola nel comune sentire abolendo i genitali di nascita e sostituendoli con una nuova identità autopercepita, o negando che sono le donne che partoriscono, o pretendendo che maschi che stanno compiendo la transessualità siano accolti nelle case rifugio destinate a donne vittime della violenza, o affidando a presunti esperti corsi inculcati nelle scuole su Lgtbq e gravidanze affidate ad addomi in affitto.

Se un adulto offende una persona omosessuale deve essere comunque oggetto di provvedimento, ma sui giovani stiamo attenti, molto attenti. Secondo il rapporto Sinpa aumentano spaventosamente in questo periodo le richieste di ricovero per bambini e adolescenti non solo a causa della pandemia ma per disturbi neurologici che hanno potenziato lo stress e il sovraccarico per bambini e famiglie. Ecco, occupiamoci di loro meglio e di più e non aumentiamo confusioni, così da seguire i nostri giovani e offrire loro risposte equilibrate e appropriate.

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