DEBITO & RIPRESA/ Le illusioni su patrimoniali e ministeri spazzate via da Draghi

- Paolo Annoni

Nel discorso all’Accademia dei Lincei Draghi ha lanciato dei messaggi importanti sulla crescita e sul livello del debito pubblico

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi (a destra) con Daniele Franco, ministro dell'Economia (LaPresse)

Nel discorso all’Accademia dei Lincei di giovedì, il presidente del Consiglio Draghi ha delineato gli effetti che la pandemia ha avuto sull’economia e la società italiana e poi quelli sul debito pubblico. Il debito pubblico italiano è salito dal 135% del Pil al 160%; a questo si aggiunge l’incremento del debito privato. Secondo il presidente del Consiglio, “è molto probabile che, per diverse ragioni, questa fase di crescita del debito, pubblico e privato, non sia ancora terminata” perché “dobbiamo fronteggiare l’emergere di nuove e pericolose varianti del virus”.

L’economia italiana, in buona compagnia, è ancora convalescente e gli effetti del lockdown su famiglie e imprese sono ancora attuali; interi settori navigano dopo oltre un anno a vista. Le politiche espansive, sia fiscali che monetarie, sono ancora necessarie. In questo scenario si pone il problema del debito, un termine che nel discorso di giovedì compare più di 40 volte. A questo proposito Draghi ci dice due cose. La prima è che “una politica fiscale espansiva non è in contrasto con la graduale discesa del rapporto tra debito e Prodotto interno lordo”, la seconda è che “dobbiamo crescere di più di quanto si stima oggi, anche per contenere l’aumento del debito. Se portiamo il tasso di crescita strutturale dell’economia oltre quello che avevamo prima della crisi sanitaria, saremo in grado di aumentare le entrate fiscali abbastanza da bilanciare l’aumento del debito che abbiamo emesso durante la pandemia”.

È impensabile anche solo pensare di far scendere il rapporto debito su Pil nel medio periodo senza innestare una dinamica di crescita. Aumentare la crescita con patrimoniali e maggiori aliquote fiscali non funziona perché le imprese chiudono o scappano all’estero, i consumatori non spendono e le famiglie spaventate non fanno figli. Quello che serve, il passo successivo, è la distinzione tra debito “buono e cattivo” che è un sinonimo di spese o investimenti buoni e cattivi o “minori tasse o non incremento delle tasse” buono o cattivo. È questa la distinzione che introduce Draghi.

Il rischio dietro l’angolo, per usare le parole del presidente del Consiglio, è pensare che basti “costruire ministeri per far aumentare la produttività”. Questo è di gran lunga il rischio maggiore nello scenario attuale. Sono tutti d’accordo che non si possa far altro che aumentare il debito, che le banche centrali debbano continuare a coprire i governi anche a rischio di inflazione e che le famiglie debbano essere sostenute. In questo contesto il rischio è spendere male e soprattutto espandere a dismisura il ruolo dello Stato che non sarà mai efficiente come il privato, a cui fa ormai concorrenza anche sui salari, e che rischia di investire per creare un mondo utopico senza tenere in considerazione famiglie e consumatori. 

La tassa occulta in questo caso è l’inflazione cattiva. È questo il metro per capire se le politiche economiche funzionano o meno. Se lo standard di vita si riduce in un contesto di prezzi crescenti e bassi salari vuol dire che siamo caduti nell’errore di pensare che siano i ministeri o i piani quinquiennali che lasciano ai margini famiglie e imprenditori a “fare la crescita”. La crescita la fanno famiglie e imprese e lo Stato può aiutare e fare meno danni possibili. Forse il modello cinese funziona, ma a un prezzo in termini di libertà personale che non è facile da pagare.

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