DECESSI COVID/ “Nessun nuovo picco, il calo vero solo da metà maggio”

- int. Raffaele Antonelli Incalzi

In Italia i decessi restano purtroppo alti. E un calo sarà visibile solo da metà maggio. Con le riaperture servono più vaccinazioni e comportamenti virtuosi

Terapia intensiva Covid
Un reparto di terapia Intensiva Covid (LaPresse)

Dai 400 morti di venerdì ai 251 di ieri. Mentre il governo, affrontando “un rischio ragionato”, annuncia le prime riaperture per le attività all’aperto e mentre la campagna vaccinale supera la soglia psicologica del 50% di over 70 già immunizzati, il numero di decessi sembra dare tregua, anche se l’Italia occupa pur sempre il nono posto in Europa per il numero totale dei decessi provocati dalla pandemia di Covid-19 con 1,79 decessi per mille abitanti, al di sopra della media dei paesi europei, pari a 1,19.

E secondo l’Aifa (dati al 26 marzo 2021), la Rete nazionale di farmacovigilanza ha riportato complessivamente 100 segnalazioni di “decesso seguito alla vaccinazione da Covid-19”: 76 casi fatali per il vaccino Pfizer-Comirnaty (1,1 ogni 100mila dosi), 12 per il vaccino Moderna (tasso 2,8), 12 per il vaccino AstraZeneca (tasso 0,7).

Il tasso di segnalazione totale è pari a 1,1 casi ogni 100mila dosi di vaccino somministrate. Sono numeri accettabili? Perché la mortalità in Italia, nonostante la campagna vaccinale che interessa soprattutto gli over 70, resta alta? Quando vedremo calare i decessi?

Lo abbiamo chiesto a Raffaele Antonelli Incalzi, direttore del reparto di Geriatria dell’Ospedale Policlinico universitario Campus Bio-Medico di Roma e presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria.

L’Italia fa registrare ancora più di 250 morti al giorno. Perché?

Innanzitutto perché c’è una quota molto rilevante di soggetti anziani ancora colpiti ed essendo la mortalità in questa fascia di età, specie fra gli uomini, abbastanza elevata, le ripercussioni sono inevitabili. La seconda ragione dipende dal fatto che non vi sono state misure sufficientemente rigorose. Infine, un certo ritardo nelle vaccinazioni. Tutto questo purtroppo concorre a determinare questo triste risultato.

Dobbiamo aspettarci un nuovo picco dei decessi?

No, ma non illudiamoci che ci sarà un rapido calo dai valori attuali, perché le rianimazioni sono piene oltre il 30% in numerose regioni e calcolando una mortalità che oscilla fra il 35-40% gli esiti sono facili da desumere. Quindi ancora per il mese in corso e per parte di maggio avremo una mortalità non trascurabile.

Ma oggi di Covid si muore di più in ospedale, a domicilio o nelle Rsa?

Nelle Rsa non più, anzi, con le vaccinazioni e l’adozione di device e comportamenti virtuosi si è minimizzato il rischio. Negli ospedali, e in particolare nelle rianimazioni, invece sì, si muore di Covid.

Venerdì si è superata la soglia del 50% di over 70 che hanno già ricevuto almeno una dose, mentre tra gli ultra80enni la quota sfiora il 90%. Potremmo vedere presto segnali positivi sul calo dei decessi?

Sicuramente, anche perché andiamo incontro verso la stagione estiva e il caldo ha un effetto inibente sulla diffusione e replicazione del virus. Ma, se partiamo dal numero attuale di pazienti ricoverati, non illudiamoci che questo presto significhi una settimana o due. Un calo dei decessi penso che sarà visibile da metà maggio.

La Rete nazionale di farmacovigilanza dell’Aifa ha segnalato (dati al 26 marzo 2021) cento decessi dopo il vaccino, ma solo in un caso c’è il nesso di causalità. Il tasso di segnalazione è di 1,1 casi ogni 100mila dosi somministrate. Siamo in un range tollerabile e accettabile?

Tenga presente che si tratta di decessi avvenuti entro il 28° giorno dalla somministrazione del vaccino e in alcuni casi è davvero molto fantasioso pensare a un nesso di causalità, in molti altri è praticamente impossibile dimostrarlo. Inoltre l’età media, la complessità clinica di questi pazienti per comorbidità pre-esistenti fa ritenere che il vaccino non abbia alcuna responsabilità. E anche l’unico caso con nesso di causalità è relativo a un paziente cardiopatico particolarmente grave in cui lo stato febbrile indotto dalla dose inoculata ha provocato un’ipotensione e poi la morte. Lì il nesso si può ritenere provato. Il dato, quindi, non deve assolutamente destare preoccupazione.

Molti soggetti segnalano effetti post-somministrazione pesanti (mal di testa, vomito, astenia…): quanto possono essere pericolosi per persone anziane e con diverse comorbidità? Possono portare a conseguenze letali?

Questi effetti sono più comuni fra i soggetti più giovani e più di sesso femminile. Negli anziani sono meno comuni e comunque non hanno particolari effetti negativi quoad vitam. Possono essere fastidiosi, ma non pericolosi.

I vaccini sono da evitare se si seguono delle terapie?

Assolutamente no. Esistono solo circostanze molto selezionate in cui il vaccino può essere differito, per esempio ridurre una terapia immunosoppressiva al dosaggio che rende possibile la risposta al vaccino. Ma direi che nella stragrande maggioranza dei casi il vaccino va fatto. E in ogni caso è sempre il medico curante che di volta in volta può valutare eventuali dubbi del paziente.

Giusto privilegiare l’immunizzazione degli over 75 per garantire più velocemente le riaperture?

Noi dobbiamo garantire la sopravvivenza e quindi è giusto immunizzare chi è più esposto al rischio di morte. E’ un fatto innanzitutto morale.

Il governo ha deciso una graduale road map di riaperture, iniziando il 26 aprile con le attività all’aperto. Rispetto alle riaperture di febbraio, abbiamo ricoveri in ospedali e in terapia intensiva molto più alti. Non a caso Draghi ha parlato di “rischio calcolato”. Come si può evitare che questo rischio si traduca in una nuova fiammata dell’epidemia con conseguente ennesima marcia indietro verso restrizioni e lockdown?

Semplicemente accelerando le vaccinazioni e imponendo comportamenti virtuosi. Ho la percezione che ci sia in questo momento un certo allentamento, una ridotta consapevolezza della reale gravità della situazione da parte delle persone. Non vorrei che questo inducesse ad assumere comportamenti a rischio.

Dopo i casi AstraZeneca e Johnson&Johnson, secondo lei, è cresciuta la diffidenza verso i vaccini?

Soprattutto, e stranamente, in alcune regioni d’Italia. Non so spiegarmi questa disomogeneità territoriale. Però devo dire che questi fenomeni tendono ad attenuarsi. La mia speranza è che, riducendosi l’attenzione enfatizzata dei media, anche il timore, mediamente infondato, venga meno e si torni a un buon tasso di adesione alla campagna vaccinale.

(Marco Biscella)

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