DECRETO AIUTI-BIS/ Perché si taglia l’Assegno unico e non il Reddito di cittadinanza?

- Alessandra Servidori

Il Decreto aiuti-bis evita ancora interventi selettivi e vengono anche tolte risorse che eran state appostate per l’assegno unico

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(LaPresse)

Un provvedimento che scatena le Erinni di chi voleva di più dei 17 miliardi stanziati e senza scostamento di bilancio. È stato possibile a queste condizioni, un taglietto  al cuneo fiscale del 2% da luglio fino a dicembre,  la  modesta rivalutazione anticipata delle pensioni del 2% fino a 35 mila euro lordi, piccoli sconti in bolletta e taglio delle accise prorogati fino al 20 settembre e nuova stretta sugli extraprofitti. Vero è che certamente rappresentano  sparpagliate  voci richieste dalle categorie economiche e sociali più in sofferenza. E francamente la buona notizia è che il plafond per il welfare aziendale sale fino a 600 euro, ma scopriamo che le risorse irrobustite sono il risultato   dello spostando dal fondo “risparmiato”  dell’assegno unico e universale alle famiglie che  risulta a oggi non usato e dunque in attivo e pronto per la trasfusione su altri capitoli. 

Ma la motivazione dell’operazione della sottrazione è tutta accollata alle famiglie che  per il 20% non hanno presentato l’Isee richiesto e hanno ricevuto solo il minimo previsto. Ma la verità è che questo istituto  in profonda sofferenza dalla nascita con la ridondante  motivazione che avrebbe riordinato e aumentato i preesistenti sostegni alle famiglie, non essendo ancora riusciti come Inps e Ministeri a pianificare e riordinare gli istituti precedenti, si rivela un flop per le famiglie a cui si aggiunge il non ripristino  di proroga dello smart working per i fragili e per i genitori degli under 14.

Tra le misure  anche la creazione di una nuova figura per il mondo della scuola, il docente esperto, a cui spetterebbero 5.650 euro in più l’anno, 400 euro al mese. Intervento però inutile come i bonus (psicologo, veterinario, ecc. quando sono spot che sostituiscono lo stato sociale)  perché  finanziare la figura del docente esperto, un meccanismo selettivo dei prof che riguarderà solo 8.000 lavoratori all’anno, diventa una pezza per la riforma della scuola che ha necessità di un rinnovo contrattuale che favorisca l’aggiornamento di tutto il personale scolastico. 

La scelta di finanziare ancora il Reddito di cittadinanza che anche in questi giorni si sta dimostrando una truffa sistematica da parte di un numero sempre molto consistente di persone non aventi diritto, rimane il peccato originale di una politica non selettiva. L’Italia resta in coda alle classifiche per la mobilità sociale che è una componente essenziale allo sviluppo economico di un Paese. Nel rapporto del Word Economic Forum di Davos si punta l’attenzione sulla scuola e il nostro Paese tra gli 82 analizzati dal Global social mobility Index misurati tra 5 parametri sanità scuola, tecnologia, lavoro istituzioni e protezione sociale arriva appena prima di Uruguay, Ungheria e Kazakistan e dopo Portogallo, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Lettonia, Cipro e Polonia. Cioè l’Italia è bloccata dall’immobilità sociale e la scuola è ai primi posti come causa perché un’istruzione e  formazione  favorirebbe gli aiuti alla famiglia e alla mobilità del 10% facendo crescere il Pil italiano del 5 per cento cioè di 100 miliardi di euro in 10 anni. 

Il nuovo Governo chiamato a varare la Legge di bilancio, come peraltro suggerito dal Fmi, dovrà scegliere misure selettive perché con uno spazio fiscale ridotto si dovranno concentrare sulle fasce più vulnerabili e le famiglie italiane in gran parte si stanno impoverendo. La completa attuazione del Pnrr volta a risolvere i problemi strutturali dell’Italia che hanno pesato negli ultimi decenni può trasformare, ammodernandolo, il suo tessuto economico, produttivo e sociale con effetti benefici sulla riduzione del rapporto debito/Pil, ponendo in essere una strategia virtuosa sulla gestione della finanza pubblica e sulla politica di sussidiarietà e la volontà riformista facendo perno soprattutto sulla capacità impositiva della famiglia.

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