DECRETO IMPRESE/ Le “finte soluzioni” per rider e lavoratori in crisi

- Natale Forlani

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che contiene misure per alcune specifiche crisi aziendali e per i cosiddetti rider

operaio_cuffie_lapresse
Lapresse

È sempre difficile commentare i contenuti di un decreto in assenza dei testi e sulla base dei comunicati della Presidenza del consiglio. A maggior ragione per il decreto approvato martedì dal Consiglio dei ministri, su indicazione  del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, che si caratterizza nella veste di un provvedimento omnibus rivolto a offrire risposte a un insieme eterogeneo di problematiche, in alcuni casi  riconducibili a  singole specificità aziendali. Ivi compresa la reintroduzione dell’immunità penale per i reati ambientali risalenti al passato temporalmente contingentata per il periodo di attuazione del piano di risanamento ambientale per l’Ilva di Taranto.

Un dispositivo che si propone di evitare la minacciata rinuncia a dar corso al passaggio di proprietà, previsto per l’inizio di settembre, annunciato  da ArcelorMittal a seguito delle violazioni degli impegni contrattuali da parte del Governo. Ma probabilmente non sufficiente per superare le polemiche e il clima di incertezza che accompagna la difficile ripresa dell’attività produttiva degli impianti tarantini.

In effetti in questa legislatura, tra proroghe di casse integrazioni aziendali e dei sussidi per i lavoratori socialmente utili, assegni di ricollocamento dirottati sui disoccupati percettori del reddito di cittadinanza a discapito di tutti gli altri, misure per cercare di pilotare alcuni salvataggi aziendali, si sta gradualmente ripristinando la prassi dei provvedimenti normativi destinati a rispondere alle esigenze di singoli gruppi di lavoratori. Contraddicendo in questo modo tutti gli sforzi fatti nel corso degli anni  recenti per riformare il sistema dei sostegni al reddito, delle politiche attive del lavoro e delle prestazioni pensionistiche e previdenziali per offrire garanzie omogenee a tutto l’insieme del mondo del lavoro.

Il decreto recente non fa eccezione. Dispone provvedimenti per erogare risorse per quattro aree di crisi: una proroga dei lavori socialmente utili per il territorio di Isernia, e di una cassa integrazione per la Bluetec di Termini Imerese, un’agevolazione per la riduzione dei costi energetici per la Alcoa di Porto Vesme, un contributo di 10 milioni di euro per agevolare la sottoscrizione dei contratti di solidarietà per la Whirlpool di Napoli.

Il decreto contiene anche una norma finalizzata a far assumere con modalità extraconcorsuali i lavoratori precari dell’Anpal servizi. Problema colpevolmente trascurato nel corso della definizione dell’intesa Stato-Regioni sui navigator.

Il contenuto più importante del provvedimento riguarda però la definizione di una specifica normativa rivolta a regolamentare i rapporti di lavoro dei cosiddetti “riders”, intesi come lavoratori impiegati per la consegna di beni per conto terzi, anche con l’ausilio di piattaforme digitali e con l’utilizzo di mezzi propri. Come ricorderete il tema era stato oggetto, circa un anno fa, dell’organizzazione da parte del governo  di uno specifico tavolo di confronto con il coinvolgimento delle parti sociali.

Confronto che non ha prodotto risultati essenzialmente per la radicale divergenza registrata sulla natura stessa del rapporto di lavoro (dipendente per le rappresentanze dei lavoratori, autonomo per quelle dei datori di lavoro), inducendo il Governo a produrre in via autonoma il testo contenuto nel decreto. La normativa si propone essenzialmente due obiettivi: prevedere l’obbligo delle assicurazioni per gli infortuni e per le indennità di malattia per i lavoratori in questione, a prescindere dalla natura giuridica del rapporto di lavoro, e far adottare degli schemi di remunerazione  misti delle prestazioni composti da retribuzioni salariali orarie e a cottimo, sulla base dei risultati “secondo schemi retributivi modulari, che tengano conto delle modalità di svolgimento delle prestazioni. E che possono essere definiti dai contratti collettivi”.

In buona sostanza il legislatore evita accuratamente di risolvere il dilemma sulla natura giuridica del rapporto di lavoro, e della quantità /modalità della retribuzione dei lavoratori. In buona sostanza rimettendo alla contrattazione collettiva, ovvero ai rapporti tra aziende e lavoratori, il compito di definirle. Lo stesso decreto prevede infatti per questo scopo una moratoria per l’entrata in vigore delle nuove norme, 180 giorni dalla data di riconversione in legge.

Problema risolto? Lecito dubitarne. Infatti, nessuno dei quesiti che stavano all’origine dei contenziosi – la natura giuridica del rapporto, l’ambito produttivo dove applicarle, l’indeterminatezza della remunerazione delle prestazioni – trova adeguate risposte. E in tal senso è lecito pensare che nel corso dei lavori del Parlamento per la conversione in legge saranno prodotte significative modifiche.

Alla luce dei fatti, resto profondamente convinto che il superamento della normativa che regolava  i contratti a progetto, avvenuta con la riforma del Jobs Act, e che aveva dato luogo a una significativa e ben più ampia regolazione contrattuale dei rapporti di collaborazione, sia stata una decisione avventata. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA