DECRETO IMPRESE/ Whirlpool e rider, un’elemosina che non aiuta il lavoro

- Gerardo Larghi

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto con misure riguardanti la Whirlpool di Napoli e i contratti dei cosiddetti rider

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Lapresse

“I got so down and out in Frisco/ Tired of the pills and the rain/ I picked up, headed for the sunshine/ I left a good thing behind/ Seemed all of our love was in vain/ My baby’s coming in on the Tucson train”. Mentre l’ottimo redattore del Sussidiario ti chiede cosa ne pensi del nuovo “decreto per la risoluzione di crisi aziendali” ti risuonano nella testa le favolose melodie e le parole dell’ultimo geniale disco di Bruce Springsteen e ti chiedi “ma porca pupazza, ma come si fa a ridursi così? Cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo?” .

Ma come ci si riduce a fare politica industriale stanziando 10 milioni per mantenere la sede a Napoli di Whirlpool? Si capisce che uno che non ha mai visto un’industria in vita sua, quale Giggino nostro, possa affermare che così “Whirlpool avrà a disposizione oltre 10 milioni di euro e non potrà più dire che va via da Napoli”. Ma come fanno a giustificarlo i verdi (quelli al Governo non gli ambientalisti), che loro qualche azienda dovrebbero averla vista e che la Whirlpool ce l’hanno in casa a Varese?

Abbiamo troppa stima e rispetto verso quella grande persona che è Giancarlo Giorgetti per credere che davvero sia convinto che questa è politica industriale. D’altra parte basta esaminare i contenuti di simile “Decreto” (tra virgolette mica per disprezzo dello strumento, ma per impedire ai suoi contenuti di contagiare ciò con cui vengono a contatto) per capire che si tratta di una serie di provvedimenti di distribuzione del reddito. Nobile scopo, senza ombra di dubbio e per il quale ringraziamo il Governo a nome di coloro che ne avevano urgente necessità, ma che con lo sviluppo, l’industria e il rilancio c’entrano come la nostra voce potrebbe c’entrare con il coro della Scala o quelle delle coriste del mitico Bruce.

Sono 15 articoli e vi si parla di tutele per i rider, di rafforzamento delle tutele degli iscritti alla gestione separata Inps; della possibilità di fare donazioni al Fondo per il diritto al lavoro dei disabili; di prorogare al 31 dicembre gli Lsu in attesa di stabilizzazione. Se poi vi chiedete perché si reitera la possibilità della donazione al Fondo per il Lavoro, beh, lasciamo la parola a Di Maio: ‘Il fondo esisteva, ma chi voleva fare una donazione non poteva farlo, perché mancava l’Iban. Ora istituiremo l’Iban”. Il decreto istituisce l’Iban: e noi che pensavamo di averlo già usato ogni volta che siamo andati in banca! Ma questa è l’Italia: ricordate la barzelletta di quel dannato che finisce all’inferno, che può scegliere tra l’inferno tedesco, quello inglese e quello italiano e che alla fine sceglie quest’ultimo perché un giorno manca la pece, un altro il fuoco, un terzo i diavoli scioperano… Siccome poi la politica si fa con le cose serie, ci è stato spiegato che al fondo saranno dirottate anche le risorse provenienti dal taglio degli stipendi dei parlamentari M5S e che ci sono anche interventi per le aree di crisi di Isernia e di Sicilia e Sardegna.

Intendiamoci: mica siamo contro i soldi dati per tenere in piedi la Whirlpool di Napoli, ma davvero siamo convinti che basteranno 10 milioni per lo scopo? No, non per tenerla aperta oggi, ma per tenere a Napoli un sistema industriale che se ne va non per mancanza di soldi (10 milioni per una multinazionale sono come l’euro dato a mio nipote), ma per una generale situazione di scarsa attenzione a chi lavora e a chi fa impresa. Va bene affermare “Noi ci mettiamo i soldi per dire a Whirlpool ‘noi ti diamo una mano, ma tu onora gli impegni’. Con questo intervento ci muoviamo sulla strada di far restare aperto lo stabilimento”, ma non sarebbe stato meglio se si fossero previsti interventi di formazione, di sostegno al sistema aziendale, delle agevolazioni per la ricerca e l’innovazione? Se il clima verso il lavoro fosse meno punitivo, se il cuneo fiscale fosse meno “cuneo”?

Proviamo a esaminare il decreto su rider e crisi d’impresa, il quale peraltro recupera una proposta già avanzata nei mesi scorsi, e che è stata ampliata anche alla disoccupazione: basterà una mensilità di contribuzione nell’ultimo anno, anziché le attuali tre, per beneficiare della cosiddetta dis-coll, della maternità e dei congedi parentali e dell’indennità di malattia e ricovero ospedaliero. Ottima l’idea di aumentare l’indennità al 100%, producendo un incremento anche di quella per malattia. Però i rider continuano a non essere coperti: sono una marginalità che è divenuta simbolo, ma la loro condizione generale non è mutata, perché sono trattati alla stregua di disoccupati, inoccupati, emarginati.

Hanno bisogno di contratti nazionali nei quali si stabiliscano reddito, diritti, coperture, nei quali si parli di formazione, di scatti di anzianità, di tutele: loro come tanti altri che lavorano nelle imprese per internet, o come chi è assunto nelle cooperative farlocche con sede a Timbuctu e che indicono le assemblee di nomina del consiglio di amministrazione e di approvazione del bilancio sociale alle ore 24 del 24 dicembre nella piazza centrale di Ouagadougou, in Burkina Faso. Hanno bisogno di contratti veri firmati da sindacati veri, non da sindacati gialli (gialli perché fanno venire l’itterizia quando si leggono gli accordi che sottoscrivono). Insomma, di uno di quei pezzi di carta che quasi tutti noi abbiamo firmato al momento dell’assunzione.

Mentre il redattore ci parla al telefono tutto questo ci scorre nella testa, sull’onda dei fiati e delle chitarre di Tucson train. E poi arrivano quei versi: “We fought hard of nothin’/ We fought til nothin’ remained/ I’ve carried that nothin’ for a long time/ Now I carry my operator’s license/ And spend my days just running this crane”: sì, anche Bruce parla di formazione continua, di training (non solo di train, please), e dalle rive del Lario dove soggiorna sta dicendo a Di Maio di dar loro una speranza, di mettere qualche soldo sulle politiche attive per il lavoro.

E voi corni e violini dateci dentro: “If they’re lookin’ for me, tell’em buddy/ I’m waitin’ down at the station/ Just prayin’ to the five-fifteen/ I’ll wait all God’s creation/Just to show her a man can change”. Sì prego Iddio per mostrarle che un uomo può cambiare: cambiare vita e lavoro. Certo che se invece si continua a fargli l’elemosina convinti che il futuro sia l’immobilismo e la monoscarpa di Lauriana memoria (per la seconda ripassare dopo le elezioni please), allora sarà dura che il treno per Tucson delle cinque e un quarto entri nella stazione. E a noi ci dispiace dar torto a Bruce.

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