DECRETO “RILANCIO”?/ 258 articoli e più burocrazia: imprese lasciate sole

- Sergio Luciano

Nel Decreto rilancio”, 258 articoli per 434 pagine, le cose potenzialmente positive sono confuse; le vere novità sono quelle che mancano

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Palazzo Chigi (LaPresse)
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Il “Decreto rilancio” passa per le finestre. Suona maramalda, questa sintesi, ma è sinistramente sincera sul malloppone – 258 articoli per 434 pagine! – che circola da ieri informalmente tra agenzie di stampa e giornali e che domani dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei ministri. L’allusione alle finestre si riferisce al maxi-bonus fiscale del 110 per cento che verrebbe riconosciuto a chi investisse in una ristrutturazione della propria casa a fini antisismici – e ci sta! – ed a fini energetici, il che significa o cambiare una caldaia di riscaldamento autonomo, il che esclude chiunque abiti in un condominio, o realizzare il mantello isolante, che esclude gli stessi, oppure migliorare gli infissi, esigenza legittima e fattibile, praticamente gratis, praticabile da chiunque. Da qui, il nomignolo di decreto-finestra. Sempre che la mancata bollinatura da parte della Ragioneria di un provvedimento che costerebbe, senza modifiche, 30 miliardi in dieci anni sia superata da qualche opportuna modifica.

Per il resto, in questo “decreto rilancio” o “decreto finestre” c’è un sacco di roba. Quella che è nuova e potenzialmente positiva, è confusa e senza una ratio: i capisaldi sono tre.

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1) I contributi a fondo perduto alle imprese entro i 5 milioni di euro di fatturato, invocati da più parti, e finalmente previsti, ma sinistramente “demandando all’Agenzia delle entrate sia la concessione di un contributo a fondo perduto, sia l’attività di recupero di eventuali contributi indebitamente percepiti”. Sacrosanto, in via di principio: tutte le imprese italiane hanno già un loro conto fiscale dove versano imposte e recuperano eventuali crediti fiscali; giusto anche che l’Agenzia vigili sulla correttezza delle richieste; ma tutto ciò prescinde dal principio di realtà, che racconta salvo irrisorie eccezioni che l’Agenzia fa fronte a stento ai suoi compiti normali, vive una quotidianità fatta di scontri e contenzioso ed è totalmente disattrezzata a svolgere funzioni para-creditizie. Si vedrà.

Vincolante la condizione di aver fatturato nello scorso aprile meno dell’aprile 2019: guai a quelli che, rimboccandosi le mani, hanno fatturato lo stesso o forse di più ma con maggiori costi e quindi perdendo. Finiranno “cornuti e mazziati”, ma è un classico italiano, e poi lo Stato oggettivamente non avrebbe potuto chiedere di microbilanci mensili come requisiti di merito, sia perché nessuna piccola imprese ne fa uno sia perché è appunto il fatturato l’unico parametro più o meno certo, sempre nel principio di realtà della vita economica del Paese, mentre i bilanci – come diceva Enrico Cuccia – sono tutti falsi almeno un po’;

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2) Come si dovrà capire la consistenza delle altre partite grosse: il solo rinvio dei versamenti fiscali al 16 settembre e nessuno sconto;

3) il reddito di emergenza per le famiglie più bisognose, quelle con limite di Isee di 15mila euro e di patrimonio entro i 10mila euro, quindi famiglie davvero povere: due rate tra i 400 e gli 800 euro ciascuna in base al nucleo, erogate dall’Inps, con domanda entro fine giugno…

4) E ancora: 500 euro di tax credit a famiglia per far vacanze in Italia quest’estate ma nessun aiuto agli operatori;

5) un intervento robusto per prorogare la cassa integrazione per una durata massima di 18 settimane, di cui 14 settimane fruibili per periodi decorrenti dal 23 febbraio 2020 al 31 agosto 2020 e 4 settimane fruibili per i periodi decorrenti dal 1° settembre 2020 al 31 ottobre 2020. Nella durata complessiva vengono considerate le 9 settimane già previste dal Dl Cura italia;

6) e ancora tre miliardi per l’Alitalia;

7) sgravi alle imprese sugli affitti, sempre solo per chi in aprile ha fatturato meno dell’aprile 2019;

8) taglio di 600 milioni per le bollette elettriche Iva e poi su mascherine, guanti, ventilatori, valvole e tutti i dispositivi Dpi azzerata fino a tutta la durata dell’emergenza sanitaria, poi ridotta dal 22 al 5%.

9) Bonus sanificazione ambienti di lavoro fino all’80% per spese fino a 80mila.

10) Un fondo cultura da 50 milioni di euro per “investimenti nel settore” (sic!).

Nell’insieme, è un documento omnibus che chiaramente tende ad accontentare il maggior numero di “bisognosi” possibile, purché titolari di voto, con piccole mance e bonus. Ma anche questo difetto è normale, in politica. E comunque, per farsi rivotare, altro che reddito di emergenza e elemosine varie dovrà erogare questa maggioranza. Quanto fatto non basta di certo.

Il vero dato critico della bozza non è ciò che contiene (poco), ma ciò che non contiene.

Il decreto legge non contiene alcuna visione o progettualità e alcuna priorità. Non contiene sburocratizzazione, ma burocratizza ancor di più. Non interviene né sulla macchina fiscale (le tasse non sono state tolte ma solo rinviate), come già si diceva; né su quella creditizia, che da una parte si sta rivelando inadeguata a far fronte ai suoi oneri e andrebbe aiutata con semplificazioni normative, come l’esonero dalla manleva penale in caso di insolvenza dei clienti finanziati; e dall’altra va vigilata perché tende, gestendo le garanzie statali, a risolvere o prevenire i suoi problemi prima o invece di quelli dei clienti…

E poi manca del tutto – ed è in fondo la principale ragione tecnica del continuo rinvio subito dall’ex decreto aprile – un accordo politico ed una convincente strategia verso l’Europa e verso i mercati sulla copertura degli ulteriori 55 miliardi di deficit pubblico che questo decreto aggiungerà ai 25 del decreto Cura Italia e ai 75 che avrebbero comunque rappresentato il saldo netto da finanziare in base alla legge di stabilità ante-virus.

Per capirci: l’Italia è entrate nell’anno bisestile 2020 già sapendo che per far quadrare i conti avrebbe avuto bisogno di finanziarsi sui mercati per 75 miliardi in più rispetto a quanto avrebbe garantito l’avanzo primario di bilancio, ovvero l’importo (positivo, fortunatamente) che avanza dopo aver tolto dalla somma di tutti i proventi del bilancio pubblico (imposte, tasse, accise eccetera) tutti i costi dello Stato salvo quelli del pagamento degli interessi sul debito pubblico. Ecco: a quei 75 miliardi già previsti se ne aggiungono appunto 80, totale un impegno di 155 miliardi sul saldo netto da finanziare.

Chi ce li darà? L’emissione di nuovo debito pubblico, si capisce: sempre se e finché la Bce continuerà ad acquistarne tanto; il Mes, almeno per coprire le maggiori spese sanitarie, sempre che i Cinquestelle non facciano capricci e diano al premier Conte il permesso di accettare l’aiuto europeo. E la ripresa economica, se ci sarà. Ma perché ci sia, è bene che cittadini e imprese si attrezzino come possono per far da sé, senza attendere nessuno maggiore aiuto. Non ne verranno. Non da questi qui.

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