DECRETO RILANCIO/ Forte: fondo perduto (vero) e investimenti, i due grandi assenti

- int. Francesco Forte

Il decreto rilancio è in via di approvazione dal Governo. Il provvedimento è molto corposo, ma rischia di non aiutare la ripresa

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Dopo continui rinvii, aggiunte, strappi e ricuciture in seguito a dissidi all’interno della maggioranza sulle misure da approvare, il decreto rilancio, ex decreto aprile ed ex decreto maggio, è ancora in via di definizione. Le ultime bozze parlavano di un provvedimento di quasi 260 articoli e oltre 400 pagine. «Nella mia vita ho fatto e visto molte leggi, anche, finanziarie: le più lunghe erano brevissime rispetto a questo decreto. Non capisco perché sia scelto di fare un provvedimento così lungo», è il primo commento di Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie.

Professore, una delle ultime novità del decreto è una riduzione dell’Irap annunciata l’altra sera dal ministro Gualtieri. Cosa ne pensa?

Aspettiamo di leggere il provvedimento definitivo, ma mi sembra che si siano posti alcuni paletti, anche piuttosto arzigogolati, sullo stop al saldo e all’acconto di giugno. Diverso sarebbe stato prevedere uno sconto sull’Irap per chi, avendo subito una chiusura a causa dei Dpcm sul coronavirus, non ha potuto svolgere la sua attività e quindi ha avuto un danno.

In effetti si è ipotizzato di concederlo alle imprese che abbiano perso almeno un terzo del fatturato rispetto a quello dell’aprile 2019…

Così però si penalizza chi magari è riuscito a tenere stabile il fatturato, o a ridurne le perdite, ma ha visto nel contempo aumentare i costi e quindi diminuire i suoi utili. E poi non bisogna dimenticare che si può aver avuto un fatturato minore per cause indipendenti dal coronavirus, quindi c’è il rischio di dare un bonus anche a chi non è stato realmente danneggiato.

Il grosso degli aiuti alle imprese riguarda però i contributi a fondo perduto per quelle sotto i 5 milioni di fatturato, gli sconti sulle ricapitalizzazioni per quelle tra i 5 e i 50 milioni di fatturato e l’intervento di Cdp per quelle con fatturato più alto. Qual è il suo parere al riguardo?

Mi sembra un meccanismo inutilmente complicato quando bisognerebbe dare somme a fondo perduto ai settori che hanno subito la chiusura, proporzionalmente al danno presunto, il più possibile indipendentemente dal livello di reddito, basandosi quindi sulla perdita del fatturato. Andrebbe anche studiato il modo di far arrivare tali somme nel modo più rapido possibile, anche come credito di imposta immediatamente utilizzabile. Non si può infatti perdere altro tempo e arrivare quando le imprese hanno già chiuso i battenti.

Lei prevederebbe questi stanziamenti a fondo perduto anche per Partite Iva, lavoratori autonomi e professionisti?

Sì, perché anche loro sono stati danneggiati. Deve essere un indennizzo per chi ha subito un ingiusto danno. Ingiusto dal suo punto di vista, naturalmente. Mi spiego con un esempio. Se i Vigili del fuoco per poter spegnare l’incendio in un palazzo, cosa giusta, danneggiano prima un altro fabbricato, è chiaro che il proprietario di quest’ultimo ha subito un danno ingiusto. E ai sensi dei principi generali del diritto stabiliti dal codice civile, chi ha subito un danno ingiusto ha diritto a un indennizzo.

In proporzione ai mancati guadagni?

Sì. È chiaro che è difficilissimo calcolarli e bisogna basarsi su parametri opinabili, ma comunque oggettivi, come il fatturato. Bisognerebbe anche parametrare il tutto utilizzando un criterio temporale basato sui giorni in cui un’attività, causa Dpcm, è dovuta rimanere chiusa. Tutto questo può essere previsto in un decreto attuativo, ovviamente da emanare rapidamente.

Altra grossa parte del decreto riguarda i sostegni all’occupazione, con la proroga di quanto previsto nel decreto cura Italia. Cosa ne pensa?

Secondo me si sarebbe dovuto semplicemente creare una Cassa integrazione straordinaria causa coronavirus, anziché utilizzare quella ordinaria. In questo modo si sarebbe potuto prevedere di coprire chiunque esercitasse un lavoro, reso impossibile dalla pandemia, indipendentemente dal tipo di rapporto esistente (dipendente, autonomo, collaboratore, ecc.). Si sarebbe potuto pensare anche a differenziazioni a seconda della situazione familiare (figli a carico) o del luogo di residenza (per tener conto del diverso costo della vita).

Sono stati previsti anche dei bonus per incentivare i consumi. Oltre all’ampliamento di quelli per le ristrutturazioni, si è pensato a un voucher vacanze.

Non mi convince molto questa idea di un bonus per le vacanze. Io avrei previsto in questo decreto delle indicazioni su quando e come poter tornare a parlare di vacanze, così da dare modo anche agli operatori del settore di prepararsi, pensando poi in un secondo momento, con un altro provvedimento, a un voucher vacanze.

In generale, secondo lei cosa manca in questo decreto rilancio?

Non mi convince l’idea di fondo. Va bene fare più deficit e quindi più debito, ma se ciò è finalizzato ad attività produttive, possibilmente investimenti. Per esempio, in questo periodo di scuole chiuse in edilizia scolastica. Quindi, è giusto aiutare le imprese a non chiudere, ma occorre anche mettere in condizione il Paese di tornare a crescere, così anche da salvaguardare meglio i posti di lavoro.

(Lorenzo Torrisi)



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