DECRETO RILANCIO/ I veri conti sul turismo che smentiscono Conte e Franceschini

- Alberto Beggiolini

Il decreto Rilancio non dà soldi al turismo. Ne parleremo a “Inside” domani 15 maggio, in diretta live alle 18.30, con Michele Emiliano e Gian Marco Centinaio

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Giuseppe Conte con Dario Franceschini (LaPresse)

“Il decreto legge Rilancio approvato dal Consiglio dei Ministri contiene un corposo pacchetto turismo da 4 miliardi di euro per finanziare importanti misure per il sostegno di uno dei settori più gravemente colpiti dall’emergenza coronavirus”, ha detto il ministro Dario Franceschini (ma il Premier poco prima aveva parlato più modestamente di un capitolo di spesa da 2 miliardi). “Dai crediti di imposta per gli affitti; all’esenzione dell’Imu per gli alberghi, agriturismi, campeggi e le altre imprese ricettive; ai contributi a favore delle aziende con grandi perdite di fatturato; agli interventi a fondo perduto per agenzie di viaggio e tour operator; ai fondi per salvaguardare il brand italiano; sino al rafforzamento delle indennità per i lavoratori stagionali e degli ammortizzatori sociali, così come i significativi contributi per la sanificazione e l’adeguamento delle strutture alle prescrizioni sanitarie. Senza scordare la promozione turistica, che avrà fondi destinati al turismo interno a partire dal bonus vacanze, che da solo vale circa 2,4 miliardi di euro”.

Avrà ragione Conte o Franceschini? Saranno 2 o 4 miliardi? Facciamo due conti. Circa 2,4 miliardi di quelli annunciati dal ministro sono schedati in conto “bonus” (art.183), con il medesimo meccanismo che su questo giornale avevamo anticipato già la scorsa settimana: 150 euro per un vacanziere single, quota che si innalza fino a 500 euro per un gruppo familiare numeroso, sempre che si resti al di sotto di un Isee (l’Indicatore di situazione economica equivalente) di 40 mila euro (s’era parlato di un ritocco a 50 mila, soglia che avrebbe fatto estendere il bonus a una platea più vasta di italiani, ma non se n’è fatto niente). Il meccanismo prevede lo sconto dell’80% di questo bonus da parte di chi eroga il servizio (gli albergatori), che a loro volta lo riscatteranno successivamente come credito d’imposta (compensazione in F-24); e la quota rimanente andrà ad aumentare il credito fiscale dello stesso turista.

Ci sono poi i fondi: 50 milioni di euro per l’anno 2020, finalizzati alla sottoscrizione di quote o azioni di organismi di investimento collettivo del risparmio e fondi di investimento, gestiti da società di gestione del risparmio, in funzione di acquisto e valorizzazione di immobili destinati ad attività turistico-ricettive. Non si sa bene che fine abbia fatto il secondo fondo che era stato previsto, con una dotazione di 50 milioni per il 2020, per la concessione di contributi in favore delle imprese turistico ricettive, delle aziende termali e degli stabilimenti balneari, quale concorso nelle spese di sanificazione degli ambienti e degli strumenti di lavoro e di adeguamento degli spazi conseguente alle misure di contenimento contro la diffusione del Covid-19. Probabilmente questo secondo fondo si intende superato dal più ecumenico articolo 130-quater “Credito d’imposta per la sanificazione degli ambienti di lavoro: al fine di favorire l’adozione di misure dirette a contenere e contrastare la diffusione del virus Covid-19, ai soggetti esercenti arti e professioni … spetta un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti. Il credito d’imposta spetta fino ad un massimo di 60.000 euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo di 200 milioni di euro per l’anno 2020”.

Ancora nel vago (“in attesa di una riformulazione del Mibact”) un fondo da 25 milioni a sostegno delle agenzie di viaggio e dei tour operator (art.187-ter). E c’è infine lo stanziamento di 20 milioni (art.186) per il rilancio dell’immagine italiana nel mondo (s’era parlato di 30 milioni, ma evidentemente venti possono bastare…).

Ma allora, se si tralascia il valore effettivo del bonus vacanze, che in realtà è una tax credit che in tantissimi predicono resterà scarsamente utilizzata e che le categorie degli operatori turistici giudicano ulteriormente penalizzante (sarà proprio chi sta subendo gli effetti della crisi e si ritrova con le casse vuote a dover scontare i già magri guadagni), restano sul piatto forse 150 milioni. Come si fa ad arrivare ai 4 miliardi sbandierati da Franceschini? Evidentemente sono esercizi di ragioneria: si può infatti mettere in colonna (articolo 187 del DR) l’esonero di Tosap e Cosap (i canoni per l’occupazione degli spazi pubblici, che però sono tasse comunali che riguardano soprattutto bar e ristoranti, e in parte gli stabilimenti balneari: mancati incassi che andranno ristorati dallo Stato); si può calcolare anche l’esenzione del pagamento della prima rata Imu (imposta municipale propria, con una ripartizione delle quote tra Stato e Comuni) per alberghi, stabilimenti balneari e via dicendo, nel caso però che i gestori siano anche proprietari degli immobili; e si può anche computare il “salto” della prima rata saldo-acconto Irap (l’Imposta regionale sulle attività produttive, gettito alle Regioni, in scadenza il 16 giugno) per “le imprese con un volume di ricavi non superiore a 250 milioni, e i lavoratori autonomi, con un corrispondente volume di compensi”. Oltre all’estensione della Cig e via dicendo.

Resta il fatto che le misure davvero “dedicate” al turismo sembrano poca cosa, soprattutto se si considera il fatturato che il settore genera-va (circa 223 miliardi), il tasso di occupazione garantito (un italiano su 7 lavora nel turismo), o anche a paragone di quei tre miliardi e rotti stanziati per l’Alitalia, compagnia-bandiera che però, anziché profitti, porta solo debiti. Il tutto mentre ieri la Commissione europea ha proposto “un approccio graduale e coordinato per l’allentamento delle restrizioni ai viaggi tra aree e paesi membri con situazioni epidemiologiche sufficientemente simili”. Cosa vuol dire? È di fatto il via libera agli accordi bilaterali tra aree geografiche con simili penetrazioni della pandemia, fatto che taglia fuori dai possibili flussi turistici estivi tutto il nord Italia, e magari anche la Spagna e pochi altri territori, mentre ad esempio l’Austria ha già riaperto i confini con Germania, Repubblica Ceca e Ungheria (non con l’Italia), e la Germania sta per riaprire con Lussemburgo e Danimarca.

Ma già sono noti i “corridoi” stabiliti con la Croazia, che sta preparandosi a drenare buona parte dei vacanzieri estivi del nord Europa, quei corridoi preferenziali che il ministro Di Maio tentava di scongiurare con linee guida pan-europee (e la stessa Ue invocava la non-discriminazione). È andata male, così Di Maio sta ipotizzando accordi BtoB con Cina e Russia e possibilmente anche con la Germania.

Nel frattempo, il turismo italiano, come sempre, sta a guardare.

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