FINANZA/ Tutti gli indizi che spingono il petrolio al rialzo

- Mauro Bottarelli

L’era del petrolio a basso costo è finita e sono tanti gli indizi che spingono a pensare un suo rally sui mercati, come spiega MAURO BOTTARELLI

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Foto Ansa

Il petrolio si prepara ad andare in rally e non è una bella notizia. I cambiamenti del trend del dollaro stanno infatti aiutando l’aumento dei prezzi delle commodities e un primo impatto di questo processo è ben visibile nei grafici petroliferi del Nymex, dove i prezzi hanno rotto la resistenza storica di 88 dollari, un qualcosa di significativo che potrebbe subire un’accelerazione se la tensione tra le due Coree continuerà a salire.

Il mercato petrolifero, d’altronde, da sempre è influenzato dai livelli di supporto e resistenza, i più importanti dei quali sono 68,78 e 88 dollari, creando quindi una banda di contrattazione tra 68 e 88 dollari che è durata dall’agosto 2009 al novembre 2010, evitando trend direzionali forti e oscillando nella cosiddetta attività di trattazione rally-and-retreat.

Capite, quindi, che la rottura di quota 88 dollari è decisamente significativa, per almeno una ragione: questa rottura è parte di un trend rialzista cominciato nel settembre scorso e destinato a una crescita di lungo periodo. Un ritorno al vecchio supporto di resistenza presuppone che un rimbalzo sia da leggere in chiave bullish e quindi prevede un rapido balzo verso il successivo bersaglio di resistenza, ovvero 98 dollari, un livello significativo per il petrolio dal novembre 2007 al febbraio 2008, quando si registrò la rottura e il volo verso quota 110 dollari e più.

Quindi, prepariamoci a dover fare i conti con due tipi di resistenza, quella tecnica a 98 dollari e quella psicologica a 100: rotta questa, si può volare rapidamente ed è il grosso rischio per i mercati del 2011. Anche perché stando al 2010 World Energy Outlook dell’International Energy Agency, il petrolio resterà il carburante dominante almeno fino al 2035, con automobili e aerei a garantire la supremazia dell’oro nero sulle fonti rinnovabili e alternative.

L’era del petrolio a basso costo è finita, così come è finita la folle fluttuazione che nel luglio 2008 vide il petrolio a 147 dollari il barile, salvo ritracciare a 35 il dicembre dello stesso anno: scordatevi petrolio a 40 dollari il barile per moltissimo tempo, l’attuale range di contrattazione, di fatto, è il nuovo floor del prezzo, non il “soffitto”. Utilizzando un mantra dell’industria, “tutto il petrolio da 40 dollari è stato scoperto”, capiamo quale sia il problema sostanziale.

Stando alle ultime stime di riserve annuali della BP, infatti, il mondo ha riserve sufficienti di petrolio per i prossimi 43 anni e di gas per 64 anni, stando all’attuale standard di utilizzo. Il problema è che le stime di BP non riflettono la commerciabilità delle rimanenti riserve, visto che non tutti i barili sono uguali: uno che giunge onshore dall’Arabia Saudita è molto più semplice da ottenere rispetto a uno frutto di trivellazione marina in Brasile o dei ghiacci nell’Artico.

La domanda globale di petrolio continua a crescere dall’attuale tasso di circa 86 milioni di barili al giorno, ma le stime dell’Iea parlano di una domanda che giungerà a 94 milioni di barili al giorno nel 2020, livello che porterà le aziende petrolifere a dover produrre enormi quantità di idrocarburi da fonti ostili, come mari profondi o ghiacci, e quindi di difficile commercializzazione: ovviamente, più è difficile trovare ed estrarre, più è alto il costo del petrolio.

 

O la Cina vede la crescita dimezzata, ipotesi remota ma non impossibile, oppure continuerà a essere il primo consumatore al mondo di petrolio, dopo che nel 2000 utilizzava soltanto la metà di quanto “bruciato” dagli Usa e quindi a spingere sulla leva della produzione: unite a questo le spinte speculative di corner e squeeze già operanti e capite il perché del mio pessimismo rispetto al rally di inizio nuovo anno.

 

Inoltre, le trivellazioni in alto mare della Deepwater Horizon riprenderanno dopo l’incidente di quest’anno – piaccia o meno, gli Usa hanno bisogno del petrolio del Golfo del Messico alla faccia dei pennuti con le ali intrise e il faccino da vittima di Barack Obama – ma i costi assicurativi e per le più stringenti misure di sicurezza incideranno pesantemente sui conti delle compagnie: e, secondo voi, su chi li scaricheranno?

 

La nuova scommessa, oggi, risiede nella regione del Caspio, destinata a diventare la più grande produttrice di idrocarburi al mondo, non a caso la stessa BP sta puntando dritta all’Azerbajan per riprendersi dal salasso subito. Le stime dell’Iea prevedono che la produzione petrolifera della regione del Caspio salirà dal picco di 2,9 milioni di barili al giorno del 2009 a circa 5,4 milioni di barili al giorno tra il 2025 e il 2030, con il Kazakistan a recitare il ruolo di motore trainante di questa crescita. Solo Arabia Saudita, Brasile e Iraq sono destinate a crescere di più in questo periodo, mentre il Turkmenistan sarà la dinamo della produzione mondiale di gas.

 

Non a caso il business del presente per le compagnie petrolifere è il petrolio non convenzionale – le cosiddette oil sands – capace di far respirare le riserve di crude oil e porre un argine alla discrepanza tra domanda e offerta nei flows di petrolio convenzionale. Stando ai dati dell’Iea, il petrolio non convenzionale giocherà un ruolo sempre più importante nella fornitura globale da qui al 2035, con alcune aziende che già dipendono mani e piedi da esso. La Royal Dutch Shell, per esempio, è pesantemente dipendente dal petrolio non convenzionale per la crescita della produzione, soprattutto dal progetto dell’Athabasca oil sands in Canada e quello gas-to-liquids Pearl in Qatar. La stessa BP pare interessata a esplorare il progetto canadese per pareggiare con petrolio non convenzionale l’esborso dell’avventura azera in chiave crude oil, ovvero il core business.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per un mix velenoso: prezzi in trend rialzista, speculazione pronta a salire in giostra, domanda crescente e costi sempre maggiori per sicurezza, estrazione e produzione. Quanto l’incidente della Deepwater Horizon abbia fatto comodo alle società petrolifere, lo capiremo a nostro danno solo nel 2011: fate un biglietto aereo a febbraio-marzo e vedrete la differenza da oggi. Così come sarebbe il caso di prepararci in tempo a nuove tensioni nelle ex Repubbliche sovietiche del Caspio, con colpi di Stato, rivolte ad orologeria e guerre asimmetriche a fare da corollario agli affari dei soliti noti. Come vedete, anche il 2011 sarà all’insegna del business as usual: nulla cambia mai.

 

P.S. A pagina 39 del Corriere della Sera di ieri si dava conto di un misterioso trader che avrebbe fatto incetta del 90% del rame trattato alla London Metal Exchange: non vi pare di aver già sentito questa notizia? Già, su ilsussidiario.net del 7 dicembre: come vedete, anche la “grande stampa”, con i suoi tempi, alla fine ci arriva. Auguri a tutti.

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