FINANZA/ Tutti i numeri che condannano gli Usa alla crisi

- Mauro Bottarelli

Gli ultimi dati macro provenienti dagli Usa non lasciano molto spazio all’ottimismo e sui rimedi da mettere in campo contro la crisi sembra regnare il caos. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Barack Obama (Foto Ansa)

Di brutte notizie potevano arrivarne tante nel primo giorno di riunione del Federal Open Market Committee, l’organismo preposto a decidere la politica monetaria degli Usa, martedì scorso, ma nessuno si aspettava proprio la peggiore, almeno parlando a livello macro.

 

La produttività nel settore non agricolo negli Usa nel secondo trimestre ha infatti segnato un calo a sorpresa dello 0,9%, contro le previsioni di un +0,2% degli economisti: il calo registrato è il primo dalla fine del 2008 e conferma – stando agli analisti – che la ripresa americana ha ufficialmente perso slancio.

Che fare, quindi? Prendere atto della situazione e smetterla con gli ottimismi di facciata. La Fed, infatti, ha lasciato invariato il costo del denaro ai minimi storici, con il tasso sui Fed Funds sempre compreso fra lo 0 e lo 0,25%. E la motivazione è che il ritmo della ripresa dell’economia Usa è rallentato negli ultimi mesi e nel breve periodo è destinato a essere più modesto del previsto. E, in più, sottolinea le pessime condizioni del mercato del lavoro, di quello immobiliare e di quello del credito bancario «che ha continuato a contrarsi».

La nota diffusa dal Comitato di politica monetaria aggiunge che i tassi di interesse resteranno «eccezionalmente bassi per un periodo prolungato. Il ritmo della ripresa della produttività e dell’occupazione – si legge nel documento – è rallentato nei mesi recenti. I consumi delle famiglie stanno aumentando gradualmente ma restano frenati dall’elevata disoccupazione, dalla modesta crescita dei redditi, dalla debole ricchezza delle famiglie e dalla restrizione nella concessione di credito», afferma la Fed, sottolineando che «le spese delle aziende in apparecchiature e software stanno aumentando: in ogni caso gli investimenti in strutture non residenziali continuano a essere deboli e le aziende riluttanti ad assumere. Il credito bancario ha continuato a contrarsi. L’inflazione rimarrà contenuta per diverso tempo. Il comitato manterrà i tassi fra lo 0 e lo 0,25%»: le condizioni economiche assicurano che i tassi rimarranno a «livelli eccezionalmente bassi per un periodo prolungato. Per aiutare la ripresa economica in un contesto di stabilità dei prezzi, il comitato manterrà all’attuale livello i suoi titoli e reinvestirà i proventi ottenuti in titoli di Stato di lungo termine».

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Questo dovrebbe aiutare l’economia, mantenendo i tassi di interesse sui mutui bassi: «Il comitato continuerà a monitorare le prospettive economiche e gli sviluppi finanziari e impiegherà tutti gli strumenti necessari per promuovere la ripresa economica e la stabilità dei prezzi». Ma non tutti sono d’accordo con questa scelta, visto che il voto all’interno del Fomc non è stato unanime con Thomas Hoening, il falco della Fed di Kansas City, che reputa l’economia in modesta ripresa in linea con le previsioni. Quindi, una situazione straordinaria che richiede nuovamente una misura straordinaria: un nuovo programma di quantitative easing, di allentamento quantitativo che pomperebbe moneta fresca nell’economia attraverso l’acquisto di titoli, denominato QE2, seconda tranche del precedente programma con cui la Fed acquistò oltre 1.000 miliardi di dollari di obbligazioni garantite da mutui.

 

Ma la Fed deve ancora comprare titoli di Stato, oppure ripetere gli acquisti dei “mortgage bond”, alleggerendo le banche magari in cambio di una politica meno rigida nei confronti di chi chiede un mutuo? Stando alle dichiarazioni ufficiali, la Fed non allocherà nuovi fondi bensì userà i profitti del suo primo ciclo di quantitative easing per comprare bond governativi «al fine di supportare la ripresa economica in un contesto di stabilità dei prezzi». I ricavi sono stimati tra i 200 e 300 miliardi di dollari nei prossimi dodici mesi, permettendo di mantenere il balance sheet della Fed più o meno all’attuale livello di 2,06 trilioni di dollari.

 

Con 10.000 miliardi di dollari di mutui ipotecari in essere negli States, è chiaro che abbassare, anche in maniera non drastica, le rate pagate dalle famiglie può essere uno stimolo straordinario per i consumi degli americani. E proprio sul rilancio dei consumi deve puntare il presidente Obama: il mercato dell’occupazione procede a rilento (a luglio le aziende hanno assunto 71.000 persone, meno delle 90.000 previste), e meno occupati significano meno domanda aggregata e quindi minor crescita economica (tre quarti del Pil Usa è dato dai consumi).

 

Allo stesso tempo un aiuto al settore immobiliare, che continua ad avere un andamento altalenante, potrebbe essere salvifico. Come non manca di ricordare ogni volta che può l’ex governatore della Fed Alan Greenspan, il nocciolo della crisi Usa è tutto nei prezzi delle case: finché non torneranno ad apprezzarsi saranno in negativo i titoli finanziari che vi sono agganciati. E saranno in rosso anche gli americani, molti dei quali sono tutt’ora intrappolati nel paradosso del “negative equità”: il valore del mutuo residuo da pagare è superiore al prezzo attuale dell’abitazione.

 

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Il problema, per Bernanke come per Obama, è che abbassare le rate del mutuo non equivale automaticamente a rilanciare i consumi: spesso e volentieri le banche non vogliono rifinanziare un mutuo esistente con uno meno costoso, perché alle prese con vincoli stringenti sulla concessione dei finanziamenti. Si può allentarli ed è una delle ipotesi allo studio: Morgan Stanley ipotizza un beneficio di 46 miliardi, pari a 2.500 dollari l’anno per famiglia. Ma sono evidenti i rischi per gli investitori o per chi, come le agenzie Fannie Mae e Freddie Mac, quei mutui deve garantirli.

 

Tanto più che proprio Freddie Mac, tre giorni fa, è tornata a battere cassa chiedendo ulteriori 1,8 miliardi di dollari di aiuto federale per far fronte alle perdite record registrate nel secondo trimestre dell’anno, 6 miliardi di dollari, pari a 1,85 dollari per azione tra aprile e giugno. Un vero tracollo visto che nello stesso periodo dello scorso anno le perdite ammontavano a 840 milioni di dollari, pari a 26 cents per azione.

 

Con questa ennesima richiesta di liquidità, il costo per mantenere in vita Freddie Mac e Fannie Mae sale a 148,2 miliardi di dollari, 63 dei quali drenati dalla sola Freddie, la quale sta perdendo soldi proprio a causa dei cosiddetti bad loans, i mutui cattivi, molti dei quali divenuti tali prima che la bolla esplodesse. Il carico di bad loans di Freddie, alla fine di giugno, era pari a 118 miliardi di dollari, dai 103,4 miliardi della fine dello scorso anno: sono 62mila, inoltre, le proprietà pignorate che deve gestire contro le 35mila dello stesso periodo dello scorso anno.

 

Insomma, il margine di manovra è minimo. E quello di errore ancora di più, se si vuole evitare un rischio di double-dip sempre più incombente testimoniato dal crollo dell’indice Nikkei e da quello delle borse europee. Tanto più che anche le residue speranze di vedere la Cina come possibile motore della ripresa globale stanno prendendo giorno dopo giorno colpi mortali: la crescita del settore retail e l’output industriale nell’ultimo mese sono scesi, così come i consumi energetici e l’import (segnale di indebolimento della domanda), mentre a salire è stata l’inflazione, che ha raggiunto il 3,3%, sopra il livello del 3% fissato dal governo e in aumento dal 2,9% del mese precedente.

 

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Per Paul Ashworth della Capital Economics, questa decisione è di fatto “un gesto simbolico” che permetterà alla Fec contemporaneamente di misurare con esattezza l’estensione delle difficoltà economiche della nazione e rassicurare gli investitori. In effetti, martedì Wall Street ha reagito bene alla notizia, salvo poi farsi trascinare al ribasso dal tonfo generalizzato delle altre borse il giorno successivo. «A mio avviso, a questo livello, non si può parlare di una nuova fase di quantitative easing, si sta unicamente mantenendo la quota del balance sheet», ha dichiarato Tom Higgins, capo economista alla Payden&Rygel.

 

Insomma, il rischio è quello di aver somministrato un’aspirina a un malato grave e sperare nel miracolo. Ma se l’economia manda segnali negativi, ancor peggio sono quelli politici per il presidente Barack Obama: stando a uno studio del think tank Centre for Responsive Politics, oltre due terzi (il 68%, per l’esattezza) delle contribuzioni in denaro che giungono da Wall Street e dalla istituzioni finanziarie e assicurative sono andate al Partito Repubblicano, una chiara scelta di campo che appare non solo una risposta alla riforma della finanza voluta dalla Casa Bianca, ma anche un cartellino giallo al presidente, già in disgrazia nei sondaggi e nel livello di gradimento da parte dei cittadini in vista del mid-term.

 

Lungi dal credere alle sparate complottiste di Fidel Castro, non è la vita di Barack Obama a essere a rischio ma la sua esistenza politica: l’America aveva bisogno di “ripulirsi” coscienza e curriculum dopo gli anni della guerra al terrore, ora che l’operazione simpatia sembra andata a buon fine pare giunto il momento per una opzione “nuovo secolo americano” che tolga gli Usa dallo stato di crisi nei quali stagnano.

 

E, state certi, non si lesineranno colpi bassi e dumping non solo commerciale: right or wrong, my country. E negli Stati Uniti questo motto vale davvero. E viene preso terribilmente sul serio.

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