FINANZA/ Quel segreto per fare soldi quando le cose vanno male

- Mauro Bottarelli

La nuova moda degli investimenti sta diventando quella dei catastrophe bonds. MAURO BOTTARELLI ci spiega di che cosa si tratta

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Se vedete un vostro conoscente, amico o parente piangere come un bambino di fronte alle immagini di un uragano nel Golfo del Messico o di un terremoto in Giappone oppure, stando all’attualità, alle devastanti alluvioni che stanno piegando Australia e Brasile, non pensate a un eccesso di sensibilità umana o ambientale: probabilmente ha solo perso un sacco di soldi. Già, perché negli Usa ma non solo la “hot stuff” dell’investimento nel 2011 sono i cosiddetti “cat bonds”, abbreviazione di catastrophe bonds, ovvero strumenti legati alla probabilità di eventi naturali catastrofici in varie parti del mondo (consulta anche il glossario).

Sembra follia, ma non lo è affatto. Stante la volatilità del mercato e la perdurante incertezza dell’azionario, facoltosi investitori privati e hedge funds stanno diversificando i propri giochi alla continua ricerca di assets che non si muovano in tandem con le equities e i prodotti a rendimenti fisso. Un fondo speculativo di Credit Suisse specializzato in strumenti legati a prodotti assicurativi ha raddoppiato il suo volume d’affari dalla metà del 2009 a oggi, portandolo a 3 miliardi di dollari. Lo scorso anno il fondo neozelandese Superannuation Fund, che gestisce e investe il denaro del piano pensionistico nazionale, ha scommesso 250 milioni di dollari attraverso un hedge fund che opera sui cat bonds, mentre a Londra, da una branca dell’hedge fund Citadel, è nato un nuovo fondo appena quotato in Borsa con soltanto 80 milioni di dollari di capitale.

Per Judy Klugman, managing director di Swiss Re Capital Market, il più grande sottoscrittore al mondo di cat bonds, «dopo il crollo di Lehman Brothers, tutti gli hedge funds hanno avuto difficoltà a racimolare denaro, ma non questi ragazzi». Insomma, merito dei cambiamenti climatici o del fiuto per gli affari, i cat bonds sono un magnete per cercatori di alti rendimenti e qualche brivido. Nati negli anni Novanta subito dopo l’uragano Andrew per volontà degli assicuratori che, colpiti da 17 miliardi di dollari di perdite, cominciarono a cercare sul mercato una forma alternativa alla riassicurazione tradizionale, i cat bonds hanno un meccanismo di funzionamento decisamente semplice.

Facciamo un esempio. Il Giappone, come si sa, è soggetto a rischio sismico e gli assicuratori del Sol Levante devono trovare un modo per non finire a gambe all’aria nel caso, probabile, che una grossa scossa faccia scattare miliardi e miliardi di yen di danni. Come fare? Una via d’uscita classica per ridurre il rischio è la ri-assicurazione presso un altro assicuratore, oppure emettere dei cat bonds. Queste obbligazioni offrono un interesse generoso, fino al 20%, a chi la sottoscrive ma se la catastrofe si verifica entro un determinato arco temporale stabilito all’atto della sottoscrizione, non pagano in tutto o in parte il capitale poiché i soldi incassati dall’emittente saranno destinati al pagamento dei danni.

Si tratta insomma di una operazione di trasferimento del rischio dall’assicuratore agli investitori: questi ultimi accettano il rischio in cambio di un extra-rendimento e acquisiscono anche uno strumento finanziario il cui rendimento non è correlato agli altri (perché dipende principalmente dal verificarsi della catastrofe, evento che è indipendente dall’andamento dei mercati) ed è quindi utile in un’ottica di diversificazione del portafoglio. L’emittente, poi, ha il vantaggio di ridurre il rischio e se le cose andranno bene – ovvero se l’evento catastrofico si verificherà – avrà sì pagato un interesse più alto, ma verrà tutto o quasi convogliato nel premio di assicurazione. Solo lo scorso anno le aziende hanno emesso più di 5 miliardi di dollari in cat bonds, portando l’ammontare totale a quasi 14 miliardi, stando ai dati forniti da Credit Suisse e Swiss Re citati dal New York Times.

 

Inoltre, alcuni hedge funds bypassano l’acquisto di questi bond trasformandosi direttamente in assicuratori e stilano i propri contratti direttamente: il volume d’affari di questo tipo di accordi è ormai vicino ai 300 miliardi di dollari, includendo la copertura da eventi come la distruzione di piantagioni di mais o un attacco terroristico. Ma come si può garantire rendimenti così alti senza agire sulla leva, la grande specialità della finanza creativa pre e post-Lehman?

 

Se lo chiede anche Brett Houghton, managing partner del fondo Fermat Capital specializzato in investimenti legati alle assicurazioni: «Non penso sia possibile garantire gli interessi che stanno promettendo ai clienti senza una buona dose di leverage e al momento i grandi dealers stanno forzando il gioco in altri settori e non in quello dei cat bonds». Sarà, ma intanto i volumi crescono di pari passo con i cataclismi in giro per il mondo. E in futuro non sarà folle che i telegiornali accorpino i servizi sul meteo a quelli di Borsa, visto che il mercato, ad esempio, delle commodities è sempre più legato alle previsioni di eventi metereologici estremi.

 

L’agflazione che stiamo vivendo in questo periodo e che, di fatto, sta infiammando la Tunisia è, infatt,i frutto del rincaro delle commodities alimentari partito con la decisione russa di bloccare l’export di grano dopo i devastanti incendi della scorsa estate. Metteteci poi quel po’ di speculazione sui futures che non guasta mai ed ecco che il combinato congiunto è servito: ormai si cartolarizza e finanziarizza tutto, natura compresa…

P.S. Immagino che vi aspettaste che parlassi delle aste di bond spagnola e italiana di ieri, oltre che delle prospettive innescate dalla proposta di Olli Rehn di ampliare stanziamenti e poteri del Fondo di salvataggio europeo. Non l’ho fatto per una semplice ragione: il buonsenso della Merkel è durato si è no un paio d’ore e già dalla serata di ieri ha reso noto che «la proposta di rifinanziamento del fondo non è sensata e non intendo parlarne oltre». Veto secco anche da parte di Parigi che attraverso il ministro del Budget, Francois Baroin, ha reso noto come «non esistano necessità in tal senso, il Fondo è già abbastanza grande».

 

Evviva, da lunedì la speculazione avrà mano libera: tanto più che proprio in quella data si terrà il vertice dell’Ecofin dove José Manuel Barroso, capo della Commissione europea, è intenzionato a dare seguito con i fatti proprio alla proposta di Olli Rehn. Capite da soli che un’impasse innescata dal veto franco-tedesco sarà musica per chi gioca sulle disgrazie altrui.

 

Le aste di ieri sono andate bene, quella spagnola addirittura con il doppio di domanda rispetto all’offerta di 3 miliardi di euro di bond quinquennali e rendimenti saliti sì (4,542%), ma meno di quanto previsto e meno dello yield pagato nel mercato secondario (4,630%). Gli analisti parlano però di un cosiddetto “breathing space”, spazio per respirare, offerto dal buon esito dell’asta portoghese di mercoledì, evento che aveva talmente innervosito i mercati da innescare ora un effetto placebo di ottimismo, rafforzato poi dalla proposta di Rehn e dalle dichiarazioni del vice-ministro degli Esteri cinese, Fu Yung, rispetto alla volontà di Pechino di continuare ad acquistare stock di debito spagnolo.

 

Il problema, ora, è mantenere quell’ottimismo, artificiale o meno che sia: certamente il “nein” di Merkel e Sarkozy non sortirà questo effetto. Anzi. Attendiamo quindi con ansia il vertice Ecofin di lunedì: lo stesso stanno facendo, famelici, gli speculatori pronti a comprare Bund per ampliare gli spreads, far salire i rendimenti per collocare debito e coprirsi contemporaneamente con i cds sul debito sovrano. Una storia già vista, ma che deve continuare a farci paura. Parigi e Berlino stanno scherzando con il fuoco, peccato che non siano loro a rischiare di finire arrosto. Ma tutti noi.



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