FINANZA/ Pronto il progetto Usa per “dominare” l’Europa

- Mauro Bottarelli

Mentre l’Europa fa i conti con una contagiosa crisi del debito sovrano, la Bce potrebbe cominciare a operare come (e di concerto con) la Fed. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Foto Imagoeconomica

Che drago quel Draghi! Ma avete visto che fenomeno!? Mario Monti comincia la presentazione del programma di governo al Senato e puff…lo spread si sgonfia come un sufflè! Era a 530 punti base quando il premier ha preso la parola alle 13:01, quando ha finito alle 13:53 era a 512 ed è continuato a scendere fino sotto quota 500 (sintomo che ieri la Bce ha comprato a man bassa). Eccone la riprova. Come vedete nel grafico più in basso il picco di acquisti si è registrato tra le 7:00 e le 8:00 del mattino ora di New York, ovvero proprio tra le 13:00 e le 14:00 ora italiana.

Noi sappiamo che non è stato il discorso di Monti a far calare lo spread, ma il portafoglio della Bce sul mercato secondario: quanta gente, invece, verrà abbindolata da questa straordinaria coincidenza temporale? In compenso, la Borsa a inizio discorso era al -1% e alla fine era al -0,94%: si sa, Mario Draghi è un uomo potente, ma non può ancora comprare sul mercato azionario! Non so voi, ma io comincio ad avere paura di questo eccesso di tecnocrazia tutta sorrisi e collaborazione. Anche perché i giorni che ci hanno accompagnato al giuramento del nuovo governo italiano sono stati nebbiosi, esattamente come le notti milanesi di questi tempi. Ma come il sole ieri è arrivato a fare capolino e schiarire gli orizzonti, ora i tasselli del mosaico cominciano a combaciare e la figura che emerge è nitida: il contagio è ormai attecchito in Spagna e Francia, spostando il radar dell’overshooting obbligazionario un po’ più lontano da Roma, ma avvicinando il baratro e ponendo per la prima volta la Germania nell’angolo, messa in minoranza da una nuova forza invisibile nata in seno all’Ue e con testa negli Usa.

Ma cominciamo dal contagio, sostanziatosi ieri con i risultati delle aste tenutesi ieri a Parigi e Madrid. La Spagna, infatti, puntava a piazzare 4 miliardi di titoli decennali, ma è riuscita a collocarne solo 3,56, con rendimenti in deciso rialzo al 6,975% dal 5,433% dell’asta del 20 ottobre. Ma, soprattutto, spread tra Bonos e Bund a quota 499, solo uno 0,1 da quella quota 500 che all’Italia è costata l’aumento dei margini sulle detenzioni di debito da parte di Lch Clearnet, la cassa di compensazione londinese che sovraintende il mercato sovrano. Non a caso, secondo rumors di mercato, dopo l’asta la Bce sarebbe intervenuta per acquistare titoli spagnoli e sgonfiare la quota d’allarme del 7% di rendimento.

Ma un brivido di grande paura, ieri, ha percorso le schiene dei francesi. Parigi ha infatti emesso 950 milioni di euro di Btan 2013 con un tasso all’1,85% (dall’1,31% della precedente asta), 1,06 miliardi di euro di Btan 2015 con un rendimento al 2,44% (in deciso rialzo rispetto all’1,96% della precedente asta), Btan 2016 per 1,62 miliardi (cedola 2,25%) con rendimento al 2,71% e infine Btan 2016 (con cedola al 2,50%) per 3,332 miliardi di euro con il tasso salito al 2,82% rispetto al 2,31% della precedente asta. Immediati i riflessi anche sui tassi a lungo termine sul debito pubblico francese, con l’Oat decennale che segnava un rendimento del 3,80% e lo spread con il Bund che superava la soglia psicologica dei 200 punti, il nuovo massimo storico dalla crisi valutaria del 1992.

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Fin qui, il contagio. Ora veniamo al “nuovo ordine europeo”. Il primo dubbio mi è venuto mercoledì pomeriggio, quando alle 16:32 l’agenzia Ansa batteva questa notizia: «La Banca centrale europea sta comprando titoli di Stato italiani, con tranche “di circa il 40% maggiori rispetto al solito”. Lo riferiscono fonti di mercato». Ovvero, l’altro ieri, a un’ora dalla chiusura delle contrattazioni, visto che i mercati avevano giudicato talmente entusiasmante il nuovo esecutivo Monti da mandare Piazza Affari piatta e lo spread in risalita, Mario Draghi si è messo a ricomprare con volumi enormi il nostro debito per appiattire lo spread (ottenendo oltretutto la miseria di un ritracciamento finale di soli 16 punti base dal massimo, tanto per farvi capire qual’era il volume delle vendite sul mercato secondario due giorni fa) e, contemporaneamente, tonicizzare la Borsa di Milano, che guarda caso ha conosciuto l’aumento maggiore proprio nell’ultima ora di operatività, chiudendo al +0,79%.

Primo dato di fatto: quello nato ieri non sarà il “governo Goldman Sachs”, ma come già scritto nel mio articolo di martedì (ampiamente ripreso su giornali e blog senza la decenza di citare la fonte), la scorsa settimana, quando lo spread ha toccato in due giorni il picco di 575 punti base, Mario Draghi non si è minimamente sognato di comprare per provare a placare il differenziale. Ha cominciato a farlo solo giovedì scorso, a Cavaliere già disarcionato e in tempo per far coincidere l’incarico a Mario Monti con il calo dello spread. Ma si sa, alcuni premier sono più premier di altri. Secondo dato di fatto, Mario Draghi si sta facendo sonoramente beffe degli avvertimenti e dei diktat tedeschi che lo invitano a smetterla con gli acquisti di bonds sul mercato secondario: non solo continua, ma ne aumenta il volume. Anche ieri. Il secondo dubbio è sorto quando dalla bocca di Angela Merkel sono uscite le seguenti parole: «Gli attuali trattati europei non permettono alla Banca centrale europa di poter risolvere i problemi dell’eurozona…. È necessaria una modifica dei trattati europei e la Germania è pronta a cedere parte della propria sovranità. È necessario andare in questa direzione per dimostrare ai mercati e al mondo che l’euro non si dissolverà, che va difeso e che noi (tedeschi) siamo pronti a rinunciare a parte della nostra sovranità». Ma i tedeschi lo sanno? La Corte Costituzionale, la stessa che obbliga il governo a far ratificare dal Bundestag ogni decisione che contempli esborso di denari tedeschi verso l’Ue, lo sa? I Liberali, alleati della Cdu, lo sanno? Cosa voleva dire la Merkel? Che è pronta a rivedere i Trattati per cambiare indirizzo alla Bce o che vuol cambiare i Trattati per altro? Cosa significa, precisamente, «è necessario andare in questa direzione per dimostrare ai mercati e al mondo che l’euro non si dissolverà»? A casa mia, significa che la Bce deve tramutarsi in prestatore di ultima istanza e ricalcare il ruolo della Fed, ma dubito che Wolfgang Schauble la pensi allo stesso modo.

Ancora un dubbio, poi, quando le agenzie hanno rilanciato la seguente dichiarazione di Nicolas Sarkozy, contenuta in una lettera di congratulazioni a Mario Monti: «Le prossime settimane saranno decisive. Insieme ce la faremo. Sono convinto che l’adozione di nuove misure complementari ai piani già messi in atto consentirà, con fiducia, di trovare il cammino della stabilità e della crescita». Conoscendo la propensione dell’inquilino dell’Eliseo a far comunella sempre con i più forti, questo vero e proprio “bacio della pantofola” sembra sancire la fine del direttorio Merkozy e un vero e proprio 8 settembre, figlio legittimo dell’operazione pressoché perfetta messa in atto dai poteri forti tra Atene, Roma e Bruxelles. Lo conferma il fatto che il ministro al Bilancio francese, Valérié Pecresse, in un’intervista a Bloomberg, metteva in dubbio, per la prima volta pubblicamente, la posizione ultrarigorista di Berlino, auspicando un ruolo più interventista dell’Eurotower: «Il ruolo istituzionale della Bce è quello di garantire la stabilità dell’euro, ma anche di preservare la stabilità finanziaria dell’Eurozona. Confidiamo che la Bce prenderà tutte le misure più appropriate per mantenere la stabilità finanziaria dell’Eurozona».

Stessi concetti espressi in un commento su Les Echos dal ministro delle Finanze, Francois Baroin. Ma poi il dubbio si è tramutato in realtà quando, sempre mercoledì in contemporanea con il giuramento del governo Monti, il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker (già governatore della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, quindi un altro che di poteri forti se ne intende), ha lanciato tre bombe atomiche nel torpore generale. Dopo aver reso noto che «la formazione del governo Monti è una buona notizia per l’Italia e la zona dell’euro», Juncker ha aperto i boccaporti. 1) La regola dell’unanimità è un handicap per l’Eurozona e in particolare per il rafforzamento del fondo salva-stati Efsf. Ovvero, il potere di veto della Germania che non vuole la Bce come “finanziatore” del fondo sta bloccando l’intero processo decisionale. 2) Alla scadenza del mandato attuale, ovvero dopo il primo giugno 2012 quando Juncker passerà la mano, «il presidente dell’Eurogruppo dovrebbe essere una carica a tempo pieno e potrebbe essere assunta da una personalità anche esterna all’eurozona». Abbiamo capito bene? Un americano o un inglese potrebbero essere alla guida dell’Eurogruppo a tempo pieno? Ora si capisce meglio la presenza di Timothy Geithner all’Ecofin polacco dello scorso ottobre. 3) «In Germania la gente pensa che il Paese non abbia alcun problema, come se fosse senza debito pubblico e tutti gli altri siano afflitti da debiti eccessivi. A mio avviso, il debito pubblico della Germania è preoccupante, più alto di quello della Spagna. Però proprio qui in Germania nessuno vuole ascoltare questa verità».

Fino a una settimana fa sarebbe stato lapidato sulla pubblica piazza per parole del genere, ora Juncker le pronuncia come se stesse parlando al bar della sua squadra di calcio: qualcosa di molto pesante è cambiato nei rapporti di forza. Ed è cambiato nell’arco di giorni, se non ore. In serata, poi, la conferma definitiva. Per il presidente della Federal Reserve Bank di Boston (guarda caso proprio l’istituzione presso cui lavorò il nuovo premier greco, Lucas Papademos), Eric Rosengren, «l’Europa ha la capacità di affrontare la crisi da sola se ci sarà volontà politica sufficiente. Tuttavia, se la crisi dovesse aggravarsi, mi aspetterei che ci siano delle attività coordinate tra Fed e Bce per assicurare che i mercati globali rimangano liquidi». E questo cosa significa? Per cooperare in maniera fruttuosa, bisogna che le due entità siano allo stesso livello, ovvero devono avere strumenti operativi identici per poter dar vita ad azioni coordinate e scatenare il cosiddetto “effetto bazooka”. Quindi, Rosengren auspica una Bce in stile Fed, visto che non pensiamo che vogliamo rimodellare la Fed in base allo statuto dell’Eurotower? La auspica o la da per certa?

Chi non pare avere dubbi è Willem Buiter di Citigroup, che a Bloomberg Tv ha dato la propria lettura degli eventi: «Il tempo corre via veloce. Io penso che ci siano rimasti pochi mesi, settimane o forse addirittura giorni, prima che si vada incontro al rischio materiale del default fondamentalmente non necessario di una nazione come Spagna o Italia. Un fatto che sarebbe una catastrofe finanziaria e trascinerebbe come se il sistema bancario europeo e nord-americano. Quindi devono agire ora». Ma chi? «Ci sono solo due pistole in tutta la città. Una è teorica, ovvero incrementare la disponibilità di intervento del fondo Efsf a 3 triliardi di euro. Potrebbero farlo, ma non lo faranno per ragioni politiche. L’altra è l’uso della Bce, magari qualcuno dovrà turarsi il naso ma se non lo fanno, è la fine dell’eurozona». Ancora una volta, non lo fanno chi? «A causa degli errori della Bundesbank, considerano gli acquisti di debito sovrano da parte della banche centrali un atto blasfemo. Certo, il Trattato parla chiaro e dice che la Bce non può intervenire sul mercato primario, ma nessuno le vieta di comprare quanto vuole su quello secondario, quindi può farlo».

Insomma, anche per Willem Buiter la colpa è della Germania, la quale dalla Seconda guerra mondiale in poi non aveva mai avuto tanti nemici uno in fila all’altro. Anche per il professor Andre Sapir del Breughel Institute di Bruxelles, «i Trattati Ue non danno esplicitamente alla Bce il ruolo di prestatore di ultima istanza, ma non lo vietano neppure. I Trattati sono silenti sull’argomento. Io ho simpatia e solidarietà per la Bce, visto che la colpa di questa situazione è dei governi, che ora però giocano a scaricare tutti i guai sull’uscio dell’Eurotower. Ma la Bce, oggettivamente, oggi è l’unico soggetto che può agire velocemente». E anche qualche tedesco comincia ad avere dubbi.

Thomas Mayer della Deutsche Bank mette infatti tutti in guardia dal fatto che «se la Bce non guadagnerà tempo, agendo affinché i rendimenti obbligazionari italiani scendano sotto il 5%, anche il governo Monti è destinato con certezza a fallire». Signore e signori, benvenuti nel “nuovo ordine europeo” modellato sugli interessi degli Usa, se è vero come è vero che il debito statunitense è salito sopra i 15mila miliardi di dollari e, come fatto notare da Rischio Calcolato, mercoledì sera è bastato un innocente report di Fitch sulle banche Usa per dar vita a una sell-off spaventosa a Wall Street negli ultimi minuti di contrattazioni.

La Bce diventerà la Fed – il che andrebbe bene per spegnere l’incendio che sta assalendo la comune casa europea – ma il rischio è che le politiche di monetizzazione del debito non siano limitate a questo periodo ed emergenziali, bensì sistematiche. A quel punto, addio euro.



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