FINANZA/ I diktat della Merkel che “distruggono” l’Ue

- Mauro Bottarelli

I paesi periferici dell’euro sono ormai costretti a sottostare alla condizioni poste dalla Germania. Il commento di MAURO BOTTARELLI sui possibili scenari

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Angela Merkel (Foto Ansa)

Ora le cifre della bomba a orologeria su cui è seduta l’Europa sono scritte nere su bianco e certificate dalla Banca per i Regolamenti Internazionali (Bis, ovvero la banca centrale delle banche centrali): l’esposizione degli istituti stranieri – calcolando tutti i possibili rischi e tutte le forme di investimento – in Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna ammonta a 2,51 trilioni di dollari, ben oltre la figura headline dei prestiti cross-border fissata a 1,76 trilioni di dollari.

In parole povere, se l’Europa fallisce nelle politiche di stabilizzazione del debito, il rischio sistemico è alle porte: al vertice europeo di venerdì scorso i leader europei hanno sì votato per un aumento del potere di prestito del fondo salva-Stati, ma la Germania ha posto il veto su ogni possibile schema di buy-back del debito o di politica attiva di acquisto obbligazionario. Conti alla mano, la Banca per i Regolamenti Internazionali ha certificato che Berlino ha un’esposizione netta al quartetto in crisi di 569 miliardi di dollari, seguita dal Regno Unito con 431 miliardi (una parte dei quali è per conto di clienti mediorientali e asiatici attraverso banche della City) e della Francia con 380 miliardi: unico dato rassicurante, l’Italia è esposta solo per 81 miliardi e sembra quindi potenzialmente isolata dalla crisi. Ma non dal contagio eventuale.

La geografia del rischio europeo, d’altronde, varia grandemente. Le banche britanniche le loro sussidiarie hanno esposizioni per 225 miliardi di dollari in Irlanda, 152 miliardi in Spagna ma poco o niente in Portogallo e Grecia. La Francia invece ha 92 miliardi di esposizione in Grecia, mentre un gruppo belga è esposto per 180 miliardi in Spagna, la quale dal canto suo sconta un’esposizione di 109 miliardi in Portogallo. Una rete così complessa dimostra come sia difficile contenere il problema prendendo un Paese alla volta.

I prestatori americani hanno capitolato nel terzo trimestre dello scorso anno, tagliando nettamente le loro esposizioni rispetto al quartetto dell’8,7%: i players americani, quindi, hanno beneficiato dell’acquisto di obbligazioni da parte della Bce vendendo i loro bond e tagliando le perdite. La Banca per i Regolamenti Internazionali ha certificato, inoltre, che i prestiti cross-border sono cresciuti di 650 miliardi di dollari nel terzo trimestre, raggiungendo quota 31 miliardi, valore alto ma ancora lontano dal picco di 36 miliardi di dollari dei giorni che precedettero la Grande Depressione: leader del settore restano le banche britanniche con 5,69 trilioni, seguite da quelle statunitensi con 2,92 trilioni.

 

La Bis conferma che le banche centrali occidentali stanno ancora beneficiando dei dubbi strategici sul contenimento dell’inflazione, ma i tassi swap hanno cominciato a mandare segnali di allarme, specialmente in Gran Bretagna, dove i tassi inflazionistici swap a due anni hanno superato di molto le stime della Bank of England. Crescono quindi i rischi di “errori politici” da parte delle banche centrali, con un minaccia a due livelli: per la Bis, «in molte economie mature, ogni prematura stretta potrebbe annullare la ripresa economica e rischiare un ampliamento delle aspettative di deflazione».

 

E cosa hanno accettato gli Stati del quartetto più l’Italia al vertice di venerdì scorso? La capitolazione di tre Stati su quattro ai diktat berlinesi e la parziale perdita di sovranità per il resto dell’eurozona. Per la Grecia, l’ok alle briciole offerte dalla Merkel significa la vendita a prezzo di saldo di 50 miliardi di euro di assets nazionali entro i prossimi quattro anni, un aumento di dieci volte rispetto al piano firmato dal premier George Papandreou solo un anno fa.

 

Detto fatto, per far piacere ai tedeschi e alla loro volontà di far pagare ai popoli (escluso il loro e quello francese, ovviamente) le porcherie fatte dalle loro banche, le Poste, le Ferrovie, la Società del gas greche, l’autorità portuale del Pireo, l’aeroporto di Atene, la Ate Bank e altre entità, tra cui quella di gestione dell’acqua, finiranno in mano estere per quattro soldi: complimenti, non so cosa aspettino ad Atene a denunciare alla Corte europea Angela Merkel, visto che la signora in cambio di questa svendita di sovranità e ricchezza nazionale ha “concesso”, bontà sua, di abbassare di 100 punti base il tasso di prestito alla Grecia, lasciandolo ancora punitivo rispetto al 2,6% a cui l’Ue prende a prestito denaro e di allungare le maturazione a sette anni e mezzo.

Ecco chi sono i veri speculatori, i pescecani, gli affamatori di popolo: non gli hedge funds, ma gli Stati, Germania e Francia in testa, visto che questa bella concessione non risolve minimamente il problema di solvibilità ellenica, stante che il debito toccherà il 150% del Pil quest’anno, i costi del debito sono al 14,4% delle entrate fiscali e la disoccupazione al 14,8% (39% quella giovanile).

 

Non va meglio per il Portogallo, il quale pagherà per salvare le banche francesi e tedesche il costo di un squeeze fiscale del 5,3% in un anno! Pensioni, welfare e salari saranno non tagliati, ma massacrati: non a caso sabato scorso oltre 300mila giovani sono scesi in piazza a Lisbona e Oporto in quella che hanno definito il loro “giorno dell’ira”. Come dar loro torto, visto che tagli fiscali di questo livello in una nazione con un combinato di debito pubblico-privato pari al 330% del Pil, una moneta sopravvalutata e una dipendenza pesante dal finanziamento estero, significano la morte sociale: detto fatto, i rendimenti dei bonds portoghesi (gli stessi che gonfiano la pancia dei bankster tedeschi e francesi) a 5 anni hanno toccato il record dell’8% dopo le notizie giunte dal vertice.

 

Che dire poi dell’Irlanda? Se vuole veder rinegoziate in futuro le condizioni del suo prestito, deve eliminare la sua corporate tax del 12,5%, definita “vergognosa” dal Napoleone in sedicesimi, Nicolas Sarkozy (il quale, però, non ha nulla da ridire rispetto alla quantità di soldi comunitari che vengono destinati al settore agricolo francese, capace di far ottenere a chi produce un Roquefort al mese finanziamenti degni della Galbani). Addirittura, Angela Merkel ha voluto estrinsecare chiaramente il suo appeal da nuovo Fuhrer comunitario: «Non eravamo soddisfatti rispetto a quanto l’Irlanda aveva accettato, quindi la questione dell’abbassamento dei tassi è stata discussa solo per la Grecia».

 

Ormai siamo alla dittatura tedesca del continente, prendetene atto: dove ha fallito Adolf Hitler, stanno riuscendo le banche. Per Peter Sutherland, ex capo della competizione Ue, l’Irlanda è stata punita per troppa trasparenza. In effetti, a ben guardare, la corporate tax francese, quando sono inclusi gli incentivi nascosti, è addirittura all’8,2%: ma questo il maratoneta dell’Eliseo si guarda bene dal dirlo pubblicamente. Sempre per Sutherland, un tasso di interesse al 5,8% per un Paese in preda alla deflazione e ancora in lotta con una contrazione nominale del Pil del 22%, «è semplicemente esorbitante».

Le condizioni per Spagna, Italia e Belgio consistono in ulteriore sorveglianza intrusiva in fatto di pensioni, politiche salariali, livelli di produttività, oltre a una richiesta di un “freno del debito” mandatario, qualcosa che ricorda da vicino le politiche reazionarie della deflazione degli anni Trenta. In cambio, le briciole. Oppure, quella farsa dell’ampliamento del fondo salva-Stati a livello di potere di prestito disponibile da 250 a 500 miliardi di euro, peccato che la Merkel abbia accettato che il fondo acquisti bond di Stati salvati «come un’eccezione» e non sul mercato secondario, imponendo il no agli eurobonds e alla ristrutturazione morbida, processo nel quale i debitori riacquistano i loro bonds a prezzo scontato sul mercato.

 

Al termine del vertice, la Cancelliera si è detta molto contenta per quanto ottenuto: «Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali». Esatto, quelli che sembrano gli interessi europei sono solo gli interessi tedeschi, le regole europee sono tedesche, la politica della Bce è quella della Bundesbank, i diktat sono la testa d’alce che la Merkel deve presentare al Bundestag per mantenere in piedi la sua traballante coalizione.

 

Ma di cosa stiamo parlando, di quale unione? Di una in cui due Stati che hanno rotto il Patto di stabilità (Germania e Francia) fanno la morale e impongono le regole a due Stati che non l’hanno mai rotto (Irlanda e Spagna)? Di una in cui l’autorità monetaria rompe le regole per mantenere tassi d’interesse negativi per aiutare l’export tedesco, creando le condizioni della crisi attuale? Di una in cui la Spagna ha ristrutturato il sistema delle casse di risparmio, le cajas, mentre i maestrini del Reich sono impantanati in uno studio senza fine di riforma delle Landesbanken? Per quanto le democrazie europee potranno accettare di essere il capro espiatorio per la debacle bancaria di Francia-Germania-Benelux?

La speranza, ora, risiede tutta nell’Irlanda e nel suo nuovo governo di centrosinistra: Enda Kenny, il primo ministro, ritrovi l’orgoglio, faccia una sonora pernacchia alle richieste di duci e ducetti europei e faccia quanto gli chiedono molti esponenti della sua coalizione: tagli i rendimenti bancari senior, senza pietà e mandi all’aria l’intero sistema delle disfunzionali e truffaldine Landesbanken tedesche esposte nel suo Paese. Lo faccia, ora, ridia orgoglio all’Irlanda e all’Europa stessa: almeno la Merkel e Sarkozy avranno un promemoria che gli ricordi da dove è partita questa crisi e quale sia la radice del male. Le loro banche.

 

Anche Emma Marcegaglia, leader di Confindustria, ha detto “no” a un’Europa che si riduca a un direttorio a guida tedesca: il nostro governo agisca di conseguenza. Far abbassare la cresta ai maestrini è possibile: facciamolo. Ora, prima di dover anche accettare – tra non molto – di dover parlare tedesco. Mandiamogli a gambe all’aria le banche, è possibile. Ed è l’unica cosa sensata da fare per ottenere un’unione tra pari dove chi ha le colpe, ne paghi in prima persona le conseguenze. Altrimenti, ognuno per sé. Tanto più che, dati del Pil alla mano, il solo Nord Italia è più forte, ricco e produttivo dell’intera Germania. E i tedeschi lo sanno, per questo hanno paura e fanno la voce grossa. Ma si sa, certi bulli se si accenna a una reazione decisa e senza paura, diventano agnellini.

 

In realtà, nonostante le dotte cronache della grande stampa, il vertice di venerdì scorso ha sancito solo la fine della sovranità e l’inizio del Reich unitario europeo, ciò che vi ho descritto finora: ora lo sapete, regolatevi di conseguenza.

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