FINANZA/ La strategia cinese per “bruciare” il dollaro

- Mauro Bottarelli

I dati sull’economia cinese sembrano mostrare la capacità di Pechino di ricattare gli Stati Uniti di acquistare prezzi pregiati dell’economia europea. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Ricorderete che nel mio articolo di martedì scorso preconizzavo il fatto che non solo la Cina potrebbe giungere alle condizioni di scaricare il debito Usa dopo aver severamente ridotto le proprie riserve in dollari, ma lo yuan sarebbe ormai sulla piattaforma di lancio per ottenere un nuovo status a livello monetario globale e, soprattutto, abbandonare il peg fisso con il biglietto verde.

Detto fatto, grazie anche alla conferma da parte di Ben Bernanke di una continuità nella politica della Fed che ha indebolito il dollaro sia contro le altre valute che sul fronte commodities, lo yuan ha rotto il 6.5-dollar-level nelle trattative overnight! Ma non solo Bernanke sembra stimolare una moneta cinese più forte: anche alcuni funzionari della Banca Mondiale hanno fornito alcuni commenti riguardo l’apprezzamento dello yuan. «Se subisci pressioni inflazionistiche, apprezzare il tasso di cambio può aiutarti», ha dichiarato al Wall Street Journal, Louis Kuijs, economista presso la sede di Pechino della World Bank, secondo cui «a livello di lotta all’inflazione, più rapida è la mossa, più forte è l’impatto ottenuto».

E si sa, la Cina sta vivendo un’ondata inflazionistica – con già quattro aumenti dei tassi – dovuta principalmente ai generi alimentari come la carne, soprattutto per l’aumento a livello globale del prezzo delle sementi destinate all’alimentazione animale. Per Kuijs, «apprezzando oggi, avresti il costo della soia più economico del 10% o del 5% e lo stesso vale per il mais: in questo modo otterrai un impatto rapido sulla struttura dei costi di alcuni settori dove l’inflazione è più alta». Ma in contemporanea all’apprezzamento dello yuan sul dollaro e alle parole di Kuijs, dalla World Bank è arrivato anche il dato aggiornato riguardo la previsione del Pil cinese.

La Banca Mondiale ha alzato la stima di crescita del Prodotto interno lordo di Pechino dall’8,7% al 9,3% quest’anno e dall’8,4% all’8,7% per il prossimo anno, aumenti dovuti alle ottime performance dell’economia nell’ultimo trimestre del 2010 e nel primo di quest’anno, quando l’aumento su base annua è stato del 9,7%! Un dato addirittura superiore a quello reso noto dalle autorità cinesi, spesso accusate di truccare i conti, visto che Pechino parla per il primo trimestre di un dato annualizzato, con aggiustamento su base stagionale, dell’8,7%. Le previsioni per l’indice dei prezzi al consumo ora parlano di un aumento del 5% quest’anno e del 3,4% il prossimo, contro precedenti stime che fissavano la percentuale al 3,3% sia per il 2011 che per il 2012. Inoltre, il prezzo dei generi alimentari, principale vettori inflattivo in Cina, dovrebbe scendere nei prossimi dodici mesi, moderando quindi l’impatto.

Dati alla mano, se manterrà questo passo di crescita, in pochi mesi lo yuan, inoltre, raggiungerà un territorio record rispetto al dollaro. Ma non è tutto. Contemporaneamente a tutto questo, inoltre, la domanda di oro in Cina continua a salire. Stando ai dati della China Gold Association, la domanda di materiale aureo nel 2010 ha conosciuto un incremento del 21%, pari a 571,5 tonnellate metriche, quella per gioielleria aurea del 5% pari a 357,1 tonnellate metriche e quella per monete d’oro addirittura del 55% a 16,61 tonnellate metriche. La domanda per barre d’oro, poi, ha conosciuto un incremento anno su anno del 94%, pari a 141,9 tonnellate metriche, mentre il consumo di oro nel settore industriale è cresciuto del 18% a quota 47,4 tonnellate metriche. Infine, l’oro utilizzato per altri scopi ha conosciuto una crescita del 15%.

Una strategia, quella cinese di incamerare oro, tesa a combattere l’inflazione all’interno di un quadro economico globale ancora complicato: il World Gold Council si aspetta che il consumo annuale cinese di oro raddoppi nell’arco di dieci anni. Ma non solo i cittadini e le industrie cinesi vogliono oro, anche le autorità: ovvero, la Banca Popolare cinese, la stessa che per bocca del suo governatore, Zhou Xiaochuan, ha annunciato l’intenzione di ridurre l’accumulazione di riserve denominate in valute estere, «le quali pompano cash in eccesso nell’economia ed eccedono i nostri ragionevoli fabbisogni». Insomma, la Cina sta dando vita a un fondo di stabilizzazione forex, normalmente composto proprio da oro, forex e valuta locale: «Non esiste una soluzione sistematica, ma la Banca Popolare cinese deve pensare a una strategia per stabilizzare la sua massa monetaria domestica, altrimenti si rischia la creazione di bolle sugli assets. Un fondo di questo genere sarebbe un tentativo di trovare quella strategia», ha dichiarato al Wall Street Journal, Chen Xingdong, economista presso Bnp Paribas.

Cosa significa tutto questo? Primo, il rally dell’oro sui mercati, ieri a 1528 dollari l’oncia, non dipende solo dalla debolezza del dollaro e dalle instabilità politiche ed economiche globali, ma da una domanda reale e sostenuta da parte di Pechino. Secondo, con dati come quelli presentati, la Cina rischia davvero di tramutarsi da player globale a possibile deus ex machina, sia per il suo potere di ricatto sul Tesoro Usa, sia perché i suoi acquisti salvifici di obbligazioni dei paesi periferici Ue si tramuteranno a breve in uno shopping privilegiato e benedetto dai governi di quei paesi, sia di utilities che di aziende o di infrastrutture, come i porti del Pireo.

Qualche dato a sostegno di questa tesi? Pronti. Gli investitori sono sempre più riluttanti nel detenere debito di Grecia, Irlanda e Portogallo e i rendimenti offerti hanno toccato ieri nuovi record: lo yield sul biennale greco ieri prezzava oltre il 25% per la prima volta, mentre quello del decennale saliva oltre il 15% e il rendimento del bond a 10 anni portoghese era trattato a circa il 10%. Unite a questo il fatto che i nuovi dati sul deficit greco parlano del 10,5% del Pil e non del 9,4% preventivato dalle autorità greche, mentre quelli del debito si attestano alla cifra monstre del 142,8% del Pil, e capirete che la mia previsione non è poi così peregrina. Terzo, Pechino potrebbe rilanciare non solo la sua proposta keynesiana di un bouquet valutario a livello globale che sostituisca il dollaro, ma anche puntare alla creazione di uno “yuan gold standard”, altra opzione per mettere in discussione lo status di valuta di riserva mondiale del biglietto verde, da ieri in netta fase calante e a forte rischio di terminare in territorio di 1,50 sull’euro.

Fantapolitica? Lo erano anche l’ipotesi di un default sovrano in Europa, il crollo di Lehman Brothers e la bancarotta federale degli Usa.

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