FINANZA/ Due siluri cercano di affondare l’Italia

- La Redazione

Il rischio di contagio per una crisi del debito dei paesi periferici dell’euro resta alto e torna a coinvolgere anche l’Italia. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Umberto Bossi (Imagoeconomica)

Quando si dice la puntualità! Stando al Fondo monetario internazionale, nonostante la ripresa europea stia prendendo forza, restano rischi “tangibili” di contagio sul fronte del debito in altri Paesi dell’area euro dopo i “Pig”, ovvero Irlanda, Grecia e Portogallo. E la bufera dei bilanci pubblici potrebbe estendersi anche alla Spagna e, in prospettiva, all’Italia e alla new entry del Belgio.

Per il Fmi, con il deterioramento del settore bancario irlandese, «i rischi sovrani si sono intensificati di nuovo nei Paesi periferici della zona euro, espandendosi ad altri Paesi, inclusi Belgio e Italia». Il rischio di un contagio «sull’economia reale è rimasto però ampiamente confinato ai Paesi colpiti dalla crisi: Irlanda, Grecia e Portogallo».

Ai dati del Fmi ha replicato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «Siamo al riparo dal contagio perché abbiamo una robusta disciplina di bilancio insieme con una grande ricchezza nazionale. Se malauguratamente ci fosse una crisi di governo e un’instabilità politica – ha avvertito – saremmo un Paese a rischio. Per fortuna c’è stabilità». Ma al di là delle parole di rito del ministro, qualche motivo di preoccupazione c’è. Per l’esattezza, due.

Primo, la minaccia del Fmi è giunta ventiquattro ore dopo le dichiarazione dell’oscuro Felix Zulauf, presidente del Zulauf Asset Management, secondo cui il nostro Paese è il prossimo in lista d’attesa per un salvataggio da parte di Ue e Fmi poiché «in Italia sta dipanandosi una crisi bancaria a rallentatore». “Tutti quanti stanno guardando la Spagna ma io penso che la prossima nazione sarà l’Italia”, ha dichiarato Zulauf di fronte a una platea di delegati durante una conferenza ad Edinburgo: «Ciò che noto è un tremendo flusso in uscita di depositi. È una crisi bancaria a rallentatore e il sistema bancario è il più grande acquirente di bond governativi italiani. Le banche hanno comprato tra il 60% e il 90% dei bond emessi negli anni recenti e visto lo sviluppo dei balance sheet del sistema bancario italiano, non saranno più in grado di farlo. A questo punto mi chiedo chi comprerà quei bonds». Questo, sempre secondo Zulauf, creerà pressione sui redimenti dei bonds italiani e potrebbe rigettare l’Italia dentro una nuova recessione.

Ora, io sarò anche uno che vede il marcio anche dove non c’è, ma due siluri di questo genere nel giro di un giorno, dopo il via libera ai nostri conti sia di Ocse che dello stesso Fmi e il giudizio stabile delle agenzie di rating, suona molto sospetto: in parole povere, l’Italia è tornata nel mirino. Il perché di questo risiede nel secondo punto: ovvero, la percezione di instabilità che le bizze della Lega Nord stanno inviando ai mercati, caricando di carattere politico le elezioni amministrative di questi giorni e, di fatto, ponendo un punto interrogativo enorme sulla tenuta del governo presieduto da Silvio Berlusconi. Il quale, se dovesse perdere Milano, finirebbe sul banco degli imputati politici, a fronte di un Bossi forte del suo asse con Giulio Tremonti, candidato a Palazzo Chigi e ben felice della dipartita verso Francoforte del possibile antagonista, Mario Draghi e del nuovo rapporto privilegiato con il presidente della Repubblica. L’Italia in default, nei fatti, nei pensieri e nei progetti Umberto Bossi sarebbe la scorciatoia verso non solo un nuovo assetto federale ma, nei fatti, la divisione del Paese. Ma sarebbe davvero così?

Prima di tutto, una premessa. L’aumento dello spread, ovvero della forbice tra titoli di Stato tedeschi – i Bund – e i italiani – i Bot o Btp – e degli altri paesi cosiddetti “periferici” è aumentato enormemente nel corso della crisi e questo deve essere visto sì come un campanello d’allarme ma non come una condanna a morte definitiva: il rischio Paese, in tempi simili, diviene prioritario per chi investe. La stessa Germania, a causa delle pessime stime di crescita e del crollo dell’11% delle esportazioni, ha visto aumentare sul finire del 2009 i propri cds sul debito, ma il rating tripla A è rimasto saldo nonostante l’ondata di downgrading operata dalle società di rating nell’eurozona. «All’epoca sapevamo che i periferici non avrebbero trovato compratori per un po’, visto che il clima fosco dell’economia spinge gli investitori all’acquisto di titoli rifugio come quelli tedeschi lasciando in ombra i cosiddetti non-core», dichiara un trader di base a Londra sotto la promessa dell’anonimato. «Va detto, comunque, che l’Italia ha retto meglio di altri la pressione dello spread sul Bund decennale, visto che paesi come Austria, Grecia, Spagna e anche Olanda hanno avuto performance pesantissime a causa dell’esposizione verso Est e altre criticità come l’aumento del tasso di disoccupazione», prosegue l’operatore.

Insomma, non stiamo certo bene visto il peso del nostro debito pubblico – 118% del Pil e tendenza a salire -, ma per adesso il nostro Paese ha retto meglio degli altri. A testimoniarlo proprio il fenomeno di contenimento nel decennale dello spread tra i nostri titoli di Stato e il Bund. Il perché è presto detto. Rispetto agli altri paesi periferici, l’Italia offre il duplice vantaggio di essere un mercato molto più liquido e di non essere stata in alcun modo penalizzata dalle agenzie di rating intervenute pesantemente, come già detto, negli ultimi anni e mesi: insomma, i titoli italiani offrono così un premio di rendimento molto interessante rispetto ad altri diretti concorrenti e continuano ad attrarre domanda.

Una cosa è certa, l’Italia non rivivrà un nuovo 1992 – con miliardi di lire spesi nel tentativo di placare la speculazione internazionale e la nostra espulsione dallo Sme insieme alla Gran Bretagna – per il semplice fatto che proprio lo scudo dell’euro costringerebbe i nostri coinquilini dell’Ue a salvarci in qualsiasi modo. Il perché è semplice. Un eventuale default italiano potrebbe inficiare il valore dell’euro, al massimo, per l’entità complessiva della partecipazione italiana alla Bce, ovvero il 14%: escluso, quindi, un effetto Argentina. Nel caso estremo di uscita dall’eurozona, infatti, l’Italia potrebbe reagire al default svalutando la moneta per rendere conveniente l’export: non avendo più debiti per via del fallimento, sarebbe tecnicamente persino possibile una svalutazione del 50%.

Il che rappresenterebbe un incubo per tutti i concorrenti europei poiché, disponendo il nostro Paese di imprese in grande quantità e di grande qualità, la svalutazione shock di un’eventuale nuova lira produrrebbe la distruzione del settore manifatturiero di tutti i paesi mediterranei, Spagna , Francia e Turchia incluse, a favore dell’Italia. Inoltre, nonostante le panzane del nostro oscuro Felix Zulauf, il 50% del nostro debito pubblico è in mani straniere, il che significa che immediatamente i governi inizierebbero a trattare per avere una restituzione anche parziale del credito: poiché esso viene usato principalmente ai fini pensionistici, diversi governi sarebbero disposti a fare di tutto perché almeno il 30% del debito sia pagato, come nel caso argentino. Solo il 15% dei Bot è realmente in mano a investitori italiani individuali, una fetta di cittadini per cui comunque sarebbe possibile approntare una sorta di rete di salvataggio.

Nei fatti – e Dio ce ne scampi – dichiarare un default sarebbe un brutto colpo per 5-10 anni, soprattutto perché il fabbisogno pubblico dovrebbe calare enormemente, con un taglio gigantesco della pubblica amministrazione, visto che non sarebbe più possibile finanziare nulla se non entro il 45% di pressione fiscale nazionale. Paradossalmente, uno shock durissimo ma salutare. Che non accadrà, salvo una spirale incontrollata della crisi e un potenziale effetto domino innescato dall’epilogo greco, proprio perché l’euro forse non è uno scudo ma una leva che costringe i nostri partner a salvare noi o qualunque altro membro a rischio di destabilizzazione. Per salvare se stessi e le proprie casse, statali e bancarie. Una cosa è certa: il voto di domenica e lunedì è tutt’altro che amministrativo. E i mercati sono lì pronti in attesa. Il trio Bossi-Tremonti-Napolitano ci pensi seriamente.

P.S. Complimenti ancora una volta alla puntualità del Fondo monetario internazionale: peccato che il rischio default del Belgio, questo sì reale, il sottoscritto e ilsussidiario.net lo avevano segnalato ampiamente già il 29 luglio dello scorso anno.



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