FINANZA/ Così la Grecia può diventare la nuova Lehman Brothers

- Mauro Bottarelli

La situazione della Grecia oggi, spiega MAURO BOTTARELLI, può scatenare una crisi sistemica simile a quella vista due anni fa con Lehman Brothers

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Foto Ansa

Con la situazione greca ormai fuori controllo e la Bce, bontà sua, che finalmente parla di fragilità del sistema europeo a causa della connessione tra banche e Stati e di rischio di contagio, ci troviamo due anni dopo a dover affrontare il rischio sistemico che abbiamo bellamente ignorato dal 2009 a oggi, quando troppi soloni parlavano di peggio ormai alle spalle, ripresa alle porte e invitavano la gente ad avere fiducia nella Fed e nella altre Banche centrali, chiamate a rimettere le cose a posto con salvataggi continui.

Questo, fino a oggi. La crisi greca, purtroppo, è l’inizio della fine di un sistema, dovuta anche al fatto che la Fed ha stampato carta straccia per qualche centinaio di miliardi di dollari aggravando la situazione. Ma, soprattutto, il problema reale è che il debito spazzatura formato da titoli tossici di vario genere è rimasto nel sistema, nascosto da nuovi, stravaganti standard di contabilità e la bomba dei derivati resta sempre innescata, ticchettante e, soprattutto, della medesima entità, ovvero 600 trilioni di dollari.

Il problema è che la prossima crisi non coinvolgerà solo banche d’affari, ma interi Stati sovrani, Usa compresi, destinati ad andare a pancia all’aria: quando si uniscono rabbia dei cittadini, bancarotta governativa e insolvenza sistemica si arriva al fallimento, si arriva alla Grecia che d’ora in poi sarà meglio chiamare “la Bear Stearns del debito sovrano”. E vista l’interconnessione Stati-banche nell’Ue, il contagio si espanderà alla velocità della luce. Quando Bear Stearns dichiarò di avere qualche problema con alcune sue unità, passarono pochi mesi e si arrivò al crollo di Lehman Brothers: quindi, visto il livello di leva presente oggi nel sistema, se la Grecia va a gambe all’aria oggi, entro la fine dell’anno la nuova ondata di crisi arriverà sulle sponde degli Usa. E, ricordate, la seconda tranche di crisi potrebbe essere letale, visto che la prima ha distrutto qualcosa come 11 trilioni di dollari di ricchezza a livello globale.

Insomma, c’è poco da stare allegri. Voi, almeno. Perché, a dimostrazione che l’avidità obnubila il giudizio anche di fronte a rischi mortali, a Wall Street siamo in piena festa: la grande macchina dei sogni è tornata a impacchettare e vendere a clienti di ceto medio-basso prodotti strutturati e altri tipi di investimento primariamente designati a un pubblico benestante e preparato al rischio. Lo scorso anno la vendita di prodotti strutturati è salita del 46% al record di 49,5 miliardi di dollari e oggi, alla vigilia del grosso botto greco, la situazione è decisamente sfuggita di mano, tanto che i regolatori statunitensi – pigri e distratti quanto quelli europei – hanno lanciato l’allarme, sia verso le aziende di Wall Street sia per i potenziali clienti destinati a fare la fine dell’agnello pasquale.

La classe media, oggi, è infatti la preda più ambita, visto che è facilmente abbindolabile con promesse di potenziali profitti e non si focalizza troppo sui rischi (ben nascosti, ca va sans dire) che questi contratti contemplano. Sia la Sec che la Finra (Financial industry regulatory authority) sono quindi corse – tardivamente – ai ripari, avvertendo gli investitori: «Visto che questi prodotti spesso hanno nomi rassicuranti che includono alcune varianti come “protezione di principio”, “garanzia del capitale”, “profitto assoluto”, “profitto minimo” e termini simili, bisogna sapere che non sono esenti da rischio».

Norme di saggezza minima: non era il caso di renderle note, a caratteri cubitali, già nel 2007? O magari anche prima, evitando bolle di ogni genere? «E quali sarebbero queste diavolerie di prodotti strutturati?», si chiedono molti investitori retail americani, non sapendo di averli già in portafoglio, spacciati con il sorriso sulle labbra dal simpatico promotore di banca. In sintesi, i prodotti strutturati con protezione principale, o Ppn (Principal-Protected Note), sono prodotti che combinano un bond con un cosiddetto kicker – un derivato o un’opzione – e che offrono un profitto totale o parziale del principale (capitale) alla maturazione. Essenzialmente, i Ppn sono creati per dare all’investitore il meglio di due mondi finanziari: protezione al ribasso e potenziale al rialzo. Ma i prodotti strutturati tipicamente non rappresentano la proprietà di un portafoglio di assets, spesso sono solo promesse di pagamento fatte da chi emette il prodotto. Sono, di fatto,un debito non assicurato di una banca d’investimento: quindi, un potenziale rischio di credito.

In parole povere, ciò che accadde a qualche centinaia di migliaia di risparmiatori che impararono a loro spese cosa significasse detenere prodotti emessi da Lehman Brothers e piazzati magari da Ubs Financial Services, multata dalla Sec per aver venduto prodotti Lehman nel 2008 senza avvertire i clienti dei rischi. Sapete a quanto ammontava la multa? Due milioni e mezzo di dollari, come se vi multassero di 50 centesimi per un’evasione da 50mila euro! Vi sembrava una presa in giro l’appello di Sec e Finra all’obbligatorietà di scrivere a caratteri chiari sui contratti i rischi potenziali per gli investitori? E questa faraonica multa, come la giudicate? Tornando ai Ppn, in un tipico scenario chi emette il prodotto combina uno zero coupon bond (una tipologia di obbligazioni che non prevedono il pagamento di alcuna cedola fino alla loro scadenza: il prezzo al quale sono emesse risulta essere inferiore al valore di rimborso) con un’opzione o derivato legato a qualche asset, benchmark o indice.

Comprando questo prodotto, il cliente potrebbe riavere tutti o parte dei propri soldi alla maturazione del bond a coupon zero (5 anni, tanto per fare un esempio), oltre a partecipare ai profitti legati all’indice, il benchmark o l’asset utilizzato dal Ppn. All’apparenza, un investimento fantastico. Peccato che alcuni Ppn ripaghino il 100% dell’investimento alla maturazione, altri il 10%; alcuni sono legati al Russell 2000 (l’indice che misura le performance del segmento small cap dell’equity statunitense) e altri al tasso di cambio tra real brasiliano e dollaro oppure ancora ad altri assets o benchmark ben più oscuri. Insomma, un mercato delle vacche con pochissime regole e ancor meno controlli, indirizzato verso pensionati, casalinghe, impiegati e altra clientela retail che spera di speculare e invece viene spennata.

Alcuni Ppn calcolano guadagni e perdite legate al mercato utilizzando un metodo point-to-point, altri utilizzano date predefinite e marker di punto massimo. E ancora, alcuni usano tassi di partecipazione al 75%, altri utilizzano tassi di partecipazione completamente differenti: la cosiddetta “partecipation rate” è la percentuale di crescita di un particolare titolo o indice dalla quale l’investitore trae profitto. Ad esempio, un investimento può avere una partecipation rate del 50% sull’indice S&P 500, se quindi quell’indice sale del 10% in un determinato periodo (Index Reset Period), il detentore di contratto riceve un tasso del 5%.

Se tutto questo non fosse sufficiente a confondervi e a farvi capire che prodotti simili sono assolutamente da evitare per una clientela retail, bisogna sapere che la maggior parte dei Ppn è illiquida. Ovvero, dovete vincolare i vostri soldi per diversi anni e quindi c’è il rischio che il vostro Ppn possa subire una call, cioè essere ricomprato da chi lo emette a un determinato prezzo oppure essere convertito in cash prima della sua maturazione. Inoltre, anche se chi li propone lo nega, i Ppn hanno delle competenze da pagare. Non ultima delle ipotesi di rischio, il fatto che lo stesso promotore che vi vuole vendere un Ppn non capisca egli stesso nulla di come è composto e come funzioni.

All’alba dell’armageddon greco, Sec e Finra hanno sentito il bisogno di mettere in guardia chi emette e soprattutto chi investe: insomma, chiudono la stalla quando i buoi sono già scappati. Amici miei, allacciate le cinture di sicurezza e godetevi lo spettacolo. Se all’Eurogruppo di domenica non si arriva a un compromesso sulla Grecia, da lunedì saremo sulle montagne russe: e a Wall Street, forse, si smetterà una volta per tutte di impacchettare immondizia che finisce nel sistema e nelle tasche di ignari cittadini.

A quale prezzo, per tutti noi, però? Stando a dati pubblicati il 9 giugno scorso dalla Banca per i regolamenti internazionali, alla fine del 2010 le banche statunitensi avevano un’esposizione di 41 miliardi di dollari verso la Grecia, l’83% della quale apparentemente indiretta, poiché legata a garanzie che vanno dalla protezione per venditori di contratti derivati ad altre obbligazioni detenute da terze parti.

Insomma, non si conosce esattamente qual è la composizione reale di questa esposizione, proprio come accadde con Lehman Brothers. Il timore è che quell’83% di esposizione indiretta sia denominata per la maggior parte in credit defautl swap sul debito greco, venduti come strumento difensivo da banche statunitensi a istituti di credito europei che detengono obbligazioni greche sovrane e bancarie. Se così fosse, in caso la Grecia facesse default, scatterebbe la clausola di riscatto di quei cds. Boom!

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