FINANZA/ Da Bruxelles ad Atene, cronache di un’Europa al collasso

- Mauro Bottarelli

La Grecia è in default e la Germania vuole pagare il meno possibile per salvarla, commenta MAURO BOTTARELLI. Forse sarebbe il caso di agire prima che sia troppo tardi

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Foto Ansa

Mercoledì il commissario Ue per Affari economici e monetari, Olli Rehn, parlando a Bruxelles nel corso di un seminario sulla crisi della Grecia organizzato dal gruppo liberaldemocratico europeo Alde, ha reso noto che “la decisione sull’erogazione della nuova tranche di prestiti alla Grecia, sarà presa nelle prossime settimane” e che già lunedì gli esperti della trojka Ue-Fmi-Bce torneranno ad Atene. A fare cosa non è ben chiaro, visto che lo stesso giorno – mentre la Borsa di Atene chiudeva a +8 per cento sulla scorta delle decisione della Corte costituzionale tedesca di non bocciare il salvataggio greco – il rendimento dei titoli ellenici a dieci anni ha toccato il 20,11 per cento, raggiungendo il record dall’avvento della moneta unica. Ma a parlare la lingua del default ormai in atto, probabilmente già entro la prossima settimana, sono i dati dei rendimenti dei titoli a 1 e 2 anni, che hanno raggiunto le cifre da fantascienza rispettivamente del 97 e del 55,60 per cento! Significa che le banche e “mani forti” stanno per scaricando tutto quanto hanno in pancia a qualsiasi prezzo, dopo di che sarà davvero il game over, con molti investitori in cerca del colpaccio che andranno a fare compagnie ai detentori di bond Parmalat, Cirio e argentini nelle sale d’attesa delle associazioni dei consumatori. “La prossima tranche degli aiuti alla Grecia non è garantita, Atene deve soddisfare tutte le condizioni per poter ricevere il prossimo pagamento”, così parlò in quasi contemporanea con Rehn il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. in effetti, perché staccare un altro assegno per una nazione già fallita? Ieri è stato il turno del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, che di fronte al Bundestag ha esordito così: “Ladies e gentlemen, la situazione in Grecia è seria e il paese non riceverà i nuovi aiuti se non rispetterà le condizioni di bilancio stabilite dai paesi creditori. Al momento la missione della troika è sospesa. Non ci facciamo illusioni. Finchè questa missione non confermerà che la Grecia ha pienamente rispettato le condizioni, la prossima tranche di aiuti non potrà essere pagata”. Più chiaro di così è difficile. E che la situazione greca stia rapidamente scivolando verso il punto di non ritorno lo certificano le notizie che giungono da Atene. Primo, l’economia greca nel secondo semestre ha registrato una contrazione del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2010. Lo riferisce l’Istituto ellenico di statistica, fornendo il dato non rivisto per gli effetti stagionali: il dato è stato rivisto al ribasso rispetto alla stima preliminare diffusa ad agosto che era di una riduzione del Pil del 6,9%.

Secondo, la decisione del Consiglio dei ministri ellenico di procedere con la massima urgenza all’attuazione delle riforme strutturali necessarie per il risanamento dell’economia del Paese, ha provocato dure reazioni da parte di tutti i partiti dell’opposizione e dei sindacati. Antonis Samaras, leader di Nea Dimocratia (ND, centrodestra), il principale partito d’opposizione, parlando ai deputati del suo partito, ha detto che ND non solo voterà contro la legge del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – che prevede la liberalizzazione della professione dei tassisti – ma una volta tornata al governo abolirà tale legge. Samaras ha comunque lasciato intendere che in nessun caso il suo partito approverà eventuali proteste violente da parte dei tassisti. Inoltre il leader di Nea Dimocratia si è detto convinto che il premier socialista Giorgio Papandreou, anche se contrario, sarà costretto dai fatti ad andare a elezioni anticipate entro la fine di quest’anno. Dura è stata la risposta anche dei partiti di sinistra i quali sostengono che i diritti dei lavoratori vengono colpiti ancora di più dalle misure annunciate dal governo Papandreou, mentre Giorgos Karatzaferis, il leader del partito di estrema destra Laos, ha detto che il governo “sa che sta per cadere e lo vuole fare eroicamente”. Sul fronte dei sindacati lo scontro diventa ogni giorno più duro. Ieri sciopero generale di 24 ore, mentre gli ospedali funzioneranno con il personale di emergenza a causa dell’agitazione di 48 ore indetta dai medici ospedalieri, contrari alla riforma del sistema sanitario nazionale deciso dal ministero della Sanità. A partire da domenica scenderanno in sciopero per 48 ore, ripetuto, anche i lavoratori della nettezza urbana del Comune di Atene. Lunedì e martedì prossimo incroceranno le braccia i dipendenti degli uffici delle imposte con uno sciopero di 48 ore. Anche nel settore della scuola aumentano ogni giorno le proteste contro la nuova riforma proposta del ministero della Pubblica Istruzione: le facoltà universitarie e gli istituti tecnici superiori occupati in tutto il Paese dagli studenti sono a tutt’oggi oltre 270 e gli insegnanti cominceranno a scioperare dal 22 settembre.

Insomma, un paese non solo in default ma paralizzato dalla rivolta sociale, quindi a fortissimo rischio di una deriva autoritaria nel momento in cui calerà il sipario sull’accanimento terapeutico dell’Ue. E a confermare il precipitare degli eventi, ci ha pensato sempre ieri – ovviamenente nella speranza di sortire l’effetto contrario – Amadeu Artafaj, portavoce del proprio del Commissario per gli affari economici e monetari Olli Rehn, secondo cui “l’adesione all’euro è irrevocabile, il quadro giuridico Ue attuale, cioè il Trattato di Lisbona, non prevede la possibilità che un Paese esca o venga espulso dal sistema della moneta unica”. Insomma, non stupitevi se lunedì arriverà la notizia che alcune banche greche non hanno aperto gli sportelli e i bancomat sono fuori uso: potrebbe tranquillamente essere una mossa da mettere in campo, visto che i depositi attualmente presenti nelle casse degli istituti ellenici sono pari a soli 180 miliardi di euro, dopo almeno cinque mesi di prelievi di massa, per una cifra media di 4 miliardi di euro ogni trenta giorni. Anche perché, parliamoci chiaro, la decisione della Corte costituzionale tedesca che mercoledì ha messo il turbo alle Borse, è stata vittima di un’euforia decisamente fuori luogo. Basti leggere le parole del presidente della stessa, Andreas Vosskuhle, indirizzate ad Angela Merkel e all’Ue: “Quella di oggi è stata una decisione molto in bilico. Ma non deve assolutamente essere interpretata come un assegno in bianco che autorizzi ulteriori misure di salvataggio”. Insomma, niente bocciatura della salvataggio greco – altrimenti l’eurozona tutta sarebbe stata a rischio entro questo weekend – ma la Germania non si azzardi ad attraversare il Rubicone dell’unione fiscale europea senza il via libera ufficiale dei trattati o il controllo democratico. Di più, quando la sentenza sottolinea che “nessun tratatto permanente può essere posto in essere se questo porta difficoltà per altri Stati e, soprattutto, se impone condivisione fiscale senza preventiva approvazione”, la Corte di Karksruhe mette la pietra tombale sugli Eurobonds. Anche perché, l’articolo 38 della Costituzione tedesca proibisce il trasferimento di prerogative riguardo la sovranità fiscale dal Bundestag a organismi sovranazionali.

Inoltre, imponendo l’approvazione preventiva del Comitato finanziario del Bundestag ad ogni possibile, futuro salvataggio, la Corte rende di fatto ingestibile e inutile il fondo salva-Stati EFSF, sul futuro del quale proprio il Bundestag sarà chiamato a votare il 29 settembre prossimo. Per Harvinder Sian di Royal Bank of Scotland, “sia Atene che Ue-Fmi tenteranno di tenere in vita il programma di salvataggio per un altro trimestre, con il rischio di un default pesantissimo a dicembre. Inoltre, le “richieste coloniali da 19mo secolo” messe in campo verso la Grecia, in tempi passati hanno provocato rivoluzioni armate e potrebbero spingere Atene ad agire per prima, specialmente fino a quando il 90 per cento del debito greco sarà ancora soggetto alla legge contrattuale ellenica”. E a darci un quadro su cosa potrebbe accadere in caso di abbandono dell’euro da parte della Grecia o del Portogallo, ci ha pensato UBS con un report, nel quale si calcolava che una simile eventualità si sostanzierebbe per i due paesi in un distruzione del 50 per cento della loro ricchezza, mentre in caso di default per economie più grandi come Francia od Olanda, la perdita netta derivante dal ritorno alla moneta nazionale sarebbe tra il 20 e il 25 per cento. Per UBS, “l’euro, sotto l’attuale struttura e composizione, non funziona. O cambia la struttura, o cambia la composizione”. In caso di addio tedesco all’euro, la banca svizzera stima il costo per ogni cittadino tedesco, adulti e bambini compresi, tra i 6mila e gli 8mila euro per l’anno prossimo, cifra destinata a perdurare negli anni a seguire, anche se nel range tra i 3500 e i 4500 euro pro capite. La perdita per il primo anno, sarebbe pari a circa il 25 per cento del Pil mentre decidere si salvare in un unico colpo Grecia, Irlanda e Portogallo costerebbe una tantum 1000 euro a cittadino. Insomma, a Berlino costerebbe meno salvare i Pig che tornarsene al marco e all’autarchia ma forse la Germania ha già scelto per la dissoluzione dell’Ue. Quadro che però, porterebbe con sé lo scenario più inquietante, stando all’analisi di Rbs: . Se la Corte di Karlsruhe avesse detto no, lo scenario prospettato da UBS sarebbe divenuto realtà prima di questo fine fine settimana. Ma non fatevi illusioni stiamo solo prendendo – inutilmente – altro tempo. La Grecia è in default e la Germania vuole pagare meno conto possibile: forse, sarebbe il caso di agire prima che sia troppo tardi.

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