GEOFINANZA/ L’ultimo “trucco” delle banche ai danni delle imprese

- Mauro Bottarelli

MAURO BOTTARELLI ci parla di un fenomeno abbastanza curioso che sta prendendo piede in Europa, con le grandi aziende che prestano denaro agli istituti di credito

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Foto Imagoeconomica

Il patto funziona, non c’è che dire. Seppur tacito, funziona a meraviglia. Alcuni dati. Il 10 gennaio i depositi overnight delle banche europee presso la Bce hanno sancito un nuovo record a 481,56 miliardi di euro dai 463,56 del giorno prima. L’11 gennaio, altro record: 485,9 miliardi di euro. E ieri? Un lieve calo, 470 miliardi. Come mai? Ma c’erano le aste in Italia e Spagna, tutte straordinariamente a scadenza breve sotto i tre anni di garanzia dei prestiti della Bce all’1% di interesse! Nemmeno a dirlo, sono state un successo e lo spread ha cominciato a sgonfiarsi! E quale sarebbe, quindi, il patto? Semplice, Draghi lascia che le banche chiudano i rubinetti a famiglie e imprese parcheggiando i soldi alla Bce, ma quando ci sono aste obbligazionarie sovrane sensibili fanno il sacrosanto favore di prelevare l’argent de poche dal bancomat di Francoforte e mettersi in fila presso i vari ministeri del Tesoro dell’eurozona traballante. Peccato che così, si abbassino sì gli interessi che si pagano sul debito, ma si ammazzino contemporaneamente le nazioni, vedi la Grecia.

Mercoledì la Banca d’Italia ha confermato che ormai in Italia il credit crunch è realtà: sta infatti rallentando la crescita dei prestiti degli istituti di credito italiani a famiglie e imprese. A novembre 2011, il tasso di crescita sui dodici mesi dei prestiti delle banche al settore privato è sceso al 3,5% rispetto al 4,2% di ottobre. Per il credito alle famiglie l’aumento è stato del 3,9% rispetto al 4,3% registrato a ottobre, mentre per le società non finanziarie è stato del 4,4%, contro il 5,3% del mese precedente. Insomma, quasi l’intero ammontare della prima operazione di Ltro verso le banche dell’eurozona rimane parcheggiato saldamente presso la Bce, mentre le imprese chiudono e le famiglie non riescono a pagare le bollette e i mutui.

Anzi no, cari lettori: i soldi parcheggiati presso la Bce sono molti di più rispetto all’asta Ltro. A ridosso della mega asta di dicembre, infatti, i depositi overnight erano a 200 miliardi di euro, giù di 100 miliardi dalla metà del mese. In realtà, però, l’ammontare realmente entrato nelle casse delle banche è stato di 220 miliardi di euro, stante la chiusura di posizioni su altri programmi di finanziamento. Ballano quindi circa 50 miliardi di euro, facendo riferimento di questi giorni.

 

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Una spiegazione a questa messe di denaro stipata nei forzieri di Francoforte ci arriva del mercato repo, ovvero quel mercato che vede due partecipanti accordarsi rispetto alla vendita di securities (azioni, obbligazioni) da parte di uno dei due nei confronti dell’altro, con il patto di ricomprare securities equivalenti a una futura data specifica – oppure on call – a un determinato prezzo. In parole povere, è un mezzo per ottenere denaro cash prestando securities, le quali divengono il collaterale. Bene, cosa sta accadendo negli ultimi mesi? Che la primaria fonte di cash a breve termine in Europa non sono le banche, ma le grandi aziende, le quali hanno invertito il flusso monetario e prestano denaro agli istituti di credito (accettando come collaterale bonds di ogni risma, italiani ma anche greci), i quali quatti quatti parcheggiano quel contante presso la Bce, ulteriore spiegazione dei continui record di depositi overnight.

Primarie aziende come Johnson&Johnson, Pfizer e Peugeot sono solo le ultime tre ad aver fatto ingresso nel mercato repo, di fatto tentando di salvare, in contemporanea con la Bce, le banche europee, ma inglobando obbligazioni di ogni genere, magari con valore già oggi molto inferiore a quello nominale. E non si tratta di un settore marginale del mercato, visto che una fonte informata sui fatti ha dichiarato alla Reuters che ormai le aziende pesano per il 25% di tutti gli accordi repo. A fare festa sono le aziende che amministrano il collaterale posto a garanzia dei repo, come Euroclear, settlement house con sede a Bruxelles, cioè tenutario di un sistema elettronico di gestione titoli.

Frank Reiss supervisiona parte dei repo di Euroclear e non ha avuto difficoltà a confermare il trend alla Reuters: «In passato le aziende erano, diciamo, contente di depositare contante su base non assicurata in una banca, dietro pagamento di un interesse. Ora, a seguito della crisi, vediamo aziende sempre più impegnate in operazioni repo assicurate da collaterale a fronte del cash che stanno prestando». Euroclear, tanto per capirci, è il più grande amministratore di operazioni repo in Europa. Non bastavano, quindi, i quasi 500 miliardi di euro offerti gentilmente dalla Bce all’1% di interesse e accettando come collaterale qualsiasi cosa avesse le sembianze di una security (basti pensare ai bond emessi e autosottoscritti dalle banche italiane, con tanto di garanzia governativa), le banche dell’eurozona vogliono ancora di più: altri soldi, questa volta presi in prestito dalle aziende a fonte di altro collaterale fuffa, da parcheggiare subito presso la Bce, alla faccia di imprese e famiglie, del credito interbancario congelato e dei costi di finanziamento sempre più alti.

Non a caso, le aziende coinvolte nelle operazioni repo, hanno tutte rifiutato di confermare o commentare con Reuters, così come Euroclear, trinceratasi dietro l’obbligo della privacy verso la clientela. E già, il problema è che è segreto anche chi controlla aziende come Euroclear o la sua concorrente diretta, Clearstream, con sede in Lussemburgo: sono tutte banche e istituzioni finanziarie, ma quali sono? E con che quote azionarie? Vai a saperlo. Clearstream è stata creata nel 2000 dalla fusione di Cedel e Deutsche Börse Clearing, società facente parte del Deutsche Börse Group, che possiede la Borsa di Francoforte. Clearstream ed Euroclear detengono il monopolio quasi completo degli scambi di obbligazioni a livello internazionale: i principali azionisti delle due società hanno fondato nel 1973 la Swift, società per lo scambio di denaro nelle differenti divise nazionali. Insomma, più crescono i repo, più camere di compensazione simili fanno grandi guadagni. E il cosiddetto “triparty market”, ovvero i repo che richiedono l’intervento del “compensatore” che amministra il collaterale e funge dal notaio all’accordo è cresciuto del 22,3% nella prima metà del 2011, stando a dati diffusi dall’International capital market association (Icma): peccato che non sia cresciuto a questi livelli il mercato repo in generale e quello bancario, quindi – come conferma il docente universitario Richard Comotto – «il triparty market è cresciuto con enorme forza tra le aziende».

Il mercato repo europeo valeva circa 6,2 triliardi di euro nella prima metà del 2011, stando a sempre a dati dell’Icma diffusi lo scorso settembre, ma all’epoca la maggior parte del business era condotto tra banche o tra banche e banche centrali. Insomma, dal luglio 2011 qualcosa è cambiato. Capito, cari lettori? Non solo le banche sguazzano nei soldi a costo praticamente zero della Bce, riparcheggiandolo presso l’Eurotower invece di erogare credito, ma utilizzano altro collaterale spazzatura per ottenere denaro anche da grandi aziende, guadagnandoci anche sopra visto che l’ente intermediario e di compensazione dell’accordo repo – che ovviamente viene pagato – è di loro proprietà!

Ma al di là della vergogna, c’è anche un rischio: ovvero che ogni giorno che passa, sempre più denaro di qualità – quello offerto dalle aziende – venga riciclato nel sistema a fronte di collaterale sempre peggiore, fino a quando si arriverà a dover mettere mano al collaterale peggiore in assoluto (Fed e Bce, con la loro magnanimità, sono tra le principali responsabili di questo). Questo non fa che far perdere di valore il denaro in circolazione, poiché il suo backstop è fatto da assets il cui valore è progressivamente più basso del denaro che fanno ricevere. E in Europa il prestito corporate tradizionalmente opera attraverso prestiti assicurati, ovvero già con un assets posto a collaterale e non attraverso prestiti garantiti come negli Usa, ovvero non assicurati e che fanno ricorso unicamente al flusso di cassa dell’azienda.

Questo significa che più denaro sarà necessario, in assenza di una ristrutturazione aziendale su vasta scala che tolga il diritto di pegno ai prestiti, il collaterale dovrà necessariamente essere di qualità sempre spottier, fino a quando – inevitabilmente – una nuova implosione dello shadow banking system arriverà a colpire. Attenzione, poi, all’investment grade (definizione che indica strumenti di investimento, azioni e bond, ritenuti affidabili dagli operatori istituzionali) apparentemente ultra-sicuro degli enormi tesori cash di quelle aziende che si sono lanciate nel mercato repo: potremmo scoprire che consiste in nostri bond che circolano già prezzati con un haircut del 2% da qualche parte nel mercato repo. Ma state allegri, le aste sotto i tre anni vanno bene e lo spread scende.

Poco importa che non si mangi o le imprese licenzino e falliscano, le banche anche questa volta si salveranno la pelle dalla crisi che hanno generato, facendoci anche dei bei soldoni sopra. Il mondo è bello, cari lettori.



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