SPY FINANZA/ Così gli Usa hanno fallito (anche) in Ucraina

- Mauro Bottarelli

Putin non ha usato la carta energetica contro l’Ucraina. Qualcosa sembra essere cambiato nei rapporti Mosca-Kiev. MAURO BOTTARELLI prova a spiegare come e perché

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Ma cosa succede in Ucraina? Da centro del mondo e madre di tutti gli scontri tra Russia e Occidente, con tanto di imposizione delle sanzioni, il Paese ex sovietico è sparito dai radar dell’informazione. Tutto risolto? No, affatto: nel Donbass si continua a combattere e morire, ma qualcosa sembra muoversi sul fronte diplomatico. Proprio ieri i leader di Ucraina, Russia, Germania e Francia si sono parlati al telefono e hanno ribadito la volontà di applicare gli accordi di Minsk per risolvere la crisi nella regione del Donbass e in vista delle elezioni locali del febbraio 2016. Vladimir Putin, Petro Poroshenko, Angela Merkel e François Hollande si sono accordati perché i rispettivi ministri degli Esteri si incontrino prima dell’inizio del mese di febbraio, per esaminare la situazione nell’est dell’Ucraina e la messa in atto dei termini degli accordi di Minsk, ha riferito l’Eliseo in una nota. Inoltre, hanno anche «sottolineato l’importanza della piena applicazione nel 2016 del totale delle misure previste dagli accordi». Nella telefonata hanno avuto «attenzione particolare» per i preparativi delle elezioni nel Donbass e, stando l’Eliseo, tutti hanno espresso «appoggio» al gruppo di lavoro incaricato delle questioni politiche, che entro la fine di gennaio dovrà definire le condizioni perché il voto possa svolgersi. 

Vuote parole della diplomazia? O qualcosa si muove davvero? Parrebbe di sì, perché mercoledì – prima quindi della telefonata distensiva – proprio il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato un decreto che esclude le esportazioni di gas in Ucraina dalla legge sulla sospensione del libero scambio tra Mosca e Kiev. Il testo del documento è stato pubblicato sul sito legale di informazioni del governo. Prima di mercoledì, infatti, lo stesso Putin aveva firmato la legge che sospende il free trade con l’Ucraina nel quadro dell’accordo della zona di libero scambio del Csi a partire da oggi. Insomma, resta la durezza bilaterale, ma la carta energetica non è stata giocata dal Cremlino. E non è cosa da poco, perché sempre a partire da oggi, primo gennaio, oltre 200mila nuclei familiari in Bulgaria rischiano di rimanere in pieno inverno senza gas naturale dopo che la società russa Gazpromexport ha annunciato di voler fermare le forniture dall’inizio del nuovo anno a seguito di debiti pendenti da parte della società privata bulgara Overgaz, preposta alla distribuzione del gas agli utenti privati in Bulgaria. Per l’occasione, il premier della Bulgaria, Boyko Borissov, ha convocato d’urgenza i direttori delle società statali per il gas, la Bulgargaz e la Bulgartransgaz, e ha chiesto la loro piena disponibilità per eventuali vendite di gas naturale alla Overgaz. Già nel gennaio 2009, per alcuni giorni, la Bulgaria rimase completamente tagliata fuori dalle forniture di gas dalla Russia, via Ucraina, a causa delle controversie tra Mosca e Kiev: oltre il 90% del fabbisogno della Bulgaria di gas naturale dipende dalle forniture dalla Russia. 

Insomma, due pesi e due misure. Abbastanza incredibile, soprattutto visti i buoni rapporti tra Mosca e Sofia e quelli pessimi tra il Cremlino e Kiev. Ma c’è di più e più grave a rendere incredibile l’appeseament russo verso l’Ucraina in atto in queste ore. Con una decisione storica e senza precedenti, infatti, il 10 dicembre scorso il Fondo monetario internazionale ha stracciato la regola aurea su cui aveva basato la sua azione fin qui e ha condonato di fatto all’Ucraina il debito che ha con la Russia, uno scherzo da 3 miliardi di dollari. 

Era dagli anni Cinquanta che quelle regole erano in vigore, ma ora – con un atto di imperio comunicato al mondo dal portavoce, Gerry Rice, in una noticina di tre righe – il Fmi di fatto entra a piedi uniti nella nuova Guerra fredda in atto e impone il suo new deal: d’ora in poi chiederemo di onorare solo debito contratto in dollari e verso alleati degli Usa. Il Fmi, quindi, continuerà a dare prestiti al governo di Kiev, nonostante la sua insolvenza verso Mosca, membro dello stesso Fondo. Il quale, quando la Russia ha chiesto che facesse valere in suo favore le regole a difesa dei creditori, ha guarda caso fatto un’eccezione per Kiev, cambiando la sua politica di non tollerare gli arretrati a danno dei creditori. Un atto di guerra chiaro e tondo nei confronti di Mosca. Ma non solo, di fatto una divisione del mondo tra creditori di serie A (ovvero gli Usa e il loro blocco di alleati, ovvero Ue e valute diciamo pro-dollaro) e di serie B, cioè di fatto i Brics e altre nazioni che non sono nell’orbita di interesse economico e militare statunitense. 

Washington ha creato infatti un precedente, attraverso il caso Ucraina: i debiti verso Paesi che non sono nell’area del dollaro, possono non essere onorati. Il tutto, proprio nel periodo in cui il Fmi ha incluso lo yuan cinese nel paniere delle valute di riserva (Sdr). All’epoca tutti si chiesero: cosa farà Mosca? Uscirà dal Fmi per ritorsione? Oppure utilizzerà un’altra arma di pressione, ovvero la relazione speciale con la Cina per forzare la mano nell’ambito della nuova Asian Development Bank, annunciando parallelamente che i Paesi in orbita rublo-yuan possono non pagare debito in dollari o euro o sterline? O magari chiuderà i rubinetti del gas verso Kiev, proprio ora che arriva la parte più rigida dell’inverno? Nulla di questo è stato fatto, tantomeno forzare la mano sull’arma energetica, visto che oltretutto se Mosca chiude i rifornimenti verso l’Ucraina, ad andarci di mezzo sarebbero anche le forniture verso l’Europa. 

Perché quindi Putin sta mostrando tutta questa pazienza nei confronti dell’Ucraina? Timore, soprattutto ora che Mosca è direttamente coinvolta anche nelle operazioni militari in Siria e comincia a vedere qualche fiammata estremista in Daghestan? No, la questione è diametralmente opposta. Partiamo dall’inizio, ovvero da come nacque il debito da 3 miliardi di dollari di Kiev verso Mosca. Nel 2013, la Russia acquistò un bond denominato in euro per quel controvalore al fine di aiutare il presidente ucraino filo-russo, Viktor Yanukovych, visto che Kiev necessitava di denaro contante per coprire il suo gap di finanziamento estero, mentre la Banca centrale stava mettendo mano con il badile alle riserve valutarie per supportare la valuta in caduta libera, la hryvnia e ripagare il debito estero. L’accordo fu concluso nel dicembre di quell’anno, ma solo due mesi dopo, Viktor Yanukovych fu cacciato dal potere attraverso le proteste di Maidan supportate strenuamente dagli Stati Uniti, attraverso Cia e Dipartimento di Stato e, nella fattispecie, dal senatore John McCain. 

Più tardi, all’interno di un accordo di ristrutturazione del debito per 18 miliardi di dollari, il governo guidato da Poroshenko raggiunse un patto con alcuni creditori, che includevano T. Rowe e Franklin Templeton, in base al quale questi ultimi accettavano un haircut del 20% sul dovuto per permettere a Kiev di migliorare la propria sostenibilità dei conti. L’Ucraina, contestualmente, offrì il medesimo accordo anche a Mosca, ma Vladimir Putin riteneva inaccettabile perdere dei soldi nei confronti di un governo creato e sostenuto dagli Stati Uniti, quindi rifiutò sdegnosamente e l’Ucraina fece di fatto default

Perché questa cronistoria? Primo perché non penso che tutti conoscessero a fondo quanto accaduto in Ucraina negli ultimi due anni e, secondo, perché la tabella a fondo pagina ci mostra come l’ennesimo regime change finanziato e sponsorizzato da John McCain stia fallendo miseramente: stando a un sondaggio Gallup, quindi statunitense, oggi Poroshenko è meno popolare e sostenuto tra gli ucraini di quanto non fosse Yanukovych prima della sua cacciata dal potere. Nonostante alcuni segnali che sembravano propendere per una rinascita della fiducia degli ucraini nei confronti di chi li governa, dopo oltre un anno al potere solo il 17% dei cittadini approva il lavoro di Poroshenko, un crollo verticale dal 47% raggiunto pochi mesi dopo le elezioni del maggio 2014. 

Alla base di questo malcontento ci sarebbe l’incapacità del governo di garantire ai cittadini quanto richiesto attraverso le proteste di piazza di oltre due anni fa, oltretutto permettendo alla situazione economica di peggiorare vistosamente, tanto che la Banca centrale ha dovuto mantenere i tassi al 22% per cercare di contrastare la montante inflazione, la seconda più veloce come crescita dopo quella venezuelana e saldamente sopra il 60%. A questo va poi unita l’annessione della Crimea alla Federazione russa, atto vissuto da molti ucraini come un’amputazione della sovranità e un ritorno sotto il giogo post-sovietico e gli scontri tra forze ucraine e separatisti filo-russi nel Donbass, i quali hanno già reclamato qualcosa come 9mila vittime. Detto fatto, la mappa più in basso, ci mostra come la popolarità e il supporto pubblico per Poroshenko sia crollato in ogni regione del Paese. Ma il problema non è solo del leader, perché come dimostra il grafico a fondo paginaa, relativo al sondaggio Gallup, è l’intero governo ucraino a non godere dei favori della popolazione, soprattutto per la lentezza e l’inconcludenza del processo di riforme intrapreso. Solo l’8% degli interpellati ha dichiarato di avere fiducia nell’esecutivo, un dato bassissimo che solo nel 2014 era al 24% e che rimane anche uno dei più bassi a livello storico da quando Gallup traccia su base demoscopica l’Ucraina, ovvero dal 2006. 

Insomma, dopo le primavere arabe, ecco un altro brillante regime change americano che giunge alla resa dei conti con il disincanto dei cittadini. Capito perché Putin può permettersi di abbozzare e, anzi, sembrare quasi magnanimo nei confronti di Kiev? Perché non solo la Crimea è conquistata e sul Donbass la comunità internazionale dovrà mediare, ma soprattutto perché in Ucraina il governo fantoccio instaurato da Washington e Fmi sta perdendo pezzi e fiducia della gente. La quale, si sa, da quelle parti fa in fretta a tornare in piazza e protestare, nonostante i nazisti prezzolati che difendono il protettorato statunitense nell’ex area sovietica. 

Insomma, per Mosca un altro successo politico e diplomatico. Ma questo Putin è davvero invincibile? No e di questo parleremo domani. Per adesso, buon anno nuovo. 



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