SPY FINANZA/ Brexit, il “paravento” per i fallimenti delle Banche centrali

- Mauro Bottarelli

Le Banche centrali stanno continuando a portare avanti le loro politiche monetarie espansive con scarsi risultati. Ma hanno la Brexit come capro espiatorio, dice MAURO BOTTARELLI

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Janet Yellen (Infophoto)

Tra mercoledì e ieri Fed, Bce e Bank of Japan hanno fatto il punto sulle economie dei loro Paesi (nel caso della Bce, dell’eurozona) e, di conseguenza, sui loro programmi di stimolo. Fatta salva la Banca centrale nipponica, indovinate su cosa si è incentrata la narrativa? Esatto, il Brexit. Ormai il referendum di giovedì prossimo è lo spauracchio buono per tutte le stagioni, si può tirarlo in ballo per tutto: piove? È colpa del Brexit. Si rompe l’ascensore? Sempre colpa del Brexit. Abbiamo stampato soldi per anni, facendo la fortuna delle Borse e dimenticandoci della gente che lavora? Colpa del Brexit. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla Banca centrale più importante, ovvero la Federal Reserve. 

In linea con le attese di mercato e analisti, il comitato di politica monetaria della Fed (Fomc) ha lasciato invariati i tassi di interesse. Il costo del denaro resta quindi fermo in una forchetta fra lo 0,25% e lo 0,50%: si tratta della quarta volta di fila che la Banca centrale americana decide di non procedere con un’ulteriore stretta monetaria dopo quella dello scorso 16 dicembre, quando fu annunciato il primo rialzo dal giugno 2006. E cos’ha inciso su questa decisione? In primis, i dati interni sull’economia americana, con la Yellen che ha definito «deludente» l’ultimo numero sull’occupazione, ma soprattutto l’attesa per il referendum per il Brexit: si teme infatti che un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea provocherebbe un terremoto sui mercati internazionali. 

È meraviglioso: si incolpa il detonatore per lo scoppio della bomba, non chi l’ha confezionata. È ovvio, infatti, che un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione scatenerebbe un effetto shock sui mercati, almeno per i primi giorni, ma sono due i dati di realtà che si continuano a negare. Primo, se un evento come il Brexit può tramutarsi in accelerante è perché qualcuno ha appiccato l’incendio doloso garantendo denaro a costo zero per troppo tempo, tramutando le Borse in casinò dove si viaggia su multipli di utili per azione fuori dal mondo e dove si è campati per una vita sulla logica del buyback come driver di ogni rialzo e cuscinetto di ogni calo. Il giochino era semplice: mi indebito emettendo bond e sfruttando i tassi a zero, così con quanto introito ricompro miei titoli e così facendo tengo alte le valutazioni, consento un’espansione ulteriore dei multipli, abbasso il flottante e stacco dividendi e bonus. Il CapEx? La ricerca e lo sviluppo? I livelli occupazionali? Chissenefrega, l’importa è ballare finché c’è musica. Ma la colpa è del Brexit, non di chi ha reso possibile questo inferno finanziario. 

Tanto più che la stessa Fed nella riunione di mercoledì ha limato le stime di crescita del Pil degli Stati Uniti per il 2016 e il 2017: stando alle proiezioni mediane della Banca centrale, la crescita Usa dovrebbe attestarsi al 2% nel 2016, nel 2017 e nel 2018. A marzo la Fed stimava un Pil al +2,2% quest’anno, al +2,1% il prossimo e al +2% nel 2018. Praticamente impossibile, stanno entrando in un ciclo recessivo e la Fed lo sa benissimo. Ma la colpa, quando si cercherà un capro espiatorio, sarà del Brexit: soprattutto ora che la campagna elettorale per le presidenziali sta entrando nel vivo e, guarda caso, si parla di tutto tranne che di economia. Armi, gay, terrorismo, unicorni: tutto, basta non parlare del fatto che negli Usa non esiste più la classe media, la forza lavoro continua a perdere partecipanti, il Pil è asfittico e tutte le ratio legate ai consumi (che pesano per il 70% del Pil Usa) sono a livello pre-recessivi o, come per le vendite al dettaglio e la ratio scorte/vendite delle auto, già recessivi. 

Ma il bello è che la Fed mente sapendo di mentire, perché sempre mercoledì ha segnalato di avere in programma ancora due rialzi del costo del denaro nel corso del 2016, dicendo che il mercato del lavoro dovrebbe rafforzarsi dopo il recente rallentamento. Balle, per il 2016 la questione tassi è congelata. Per la Yellen, infatti, «un approccio cauto alle politiche monetarie è appropriato.Il rallentamento dell’economia in parte non era atteso, i più recenti indicatori economici sono stati contrastati. Continuano poi a esserci vulnerabilità a livello globale. La Brexit è stata uno dei fattori di incertezza di cui si è discusso oggi. Il voto nel Regno Unito può avere conseguenze economiche e sui mercati finanziari». Et voilà, il colpevole è servito: come dire che se uno fuma e mette a repentaglio la sua salute, la colpa è dell’accendino. 

Poi, l’ammissione, un qualcosa che avrebbe dovuto campeggiare a nove colonne sulla prima pagina di tutti i quotidiani, invece è finita relegata nelle pagine di economia. Per la Yellen, infatti, «l’andamento dei tassi di interesse e il ritmo di futuri rialzi non è su una via predeterminata» e «il costo del denaro è destinato a rimanere al di sotto dei livelli di più lungo termine per un certo periodo». Dunque, come si concilia annunciare due rialzi dei tassi nel 2016 con questa ammissione, ovvero che i tassi ultra-bassi sono il new normal della politica monetaria della Fed? Se le dinamiche attuali impongono di restare al livello quasi zero, come può sperare che la gente si beva la balla di due rialzi in sei mesi? Quello sì che schianterebbe il mercato, altro che Brexit. 

Poi, la perla: «La Fed continuerà a monitorare i progressi in termini di inflazione, la quale dovrebbe tornare verso il target del 2% nel corso dei prossimi due o tre anni». Due o tre anni? Il Qe è partito nel 2009 e occorre aspettare il 2018 o 2019 per arrivare al 2% di inflazione, nonostante si sia stampato come non ci fosse un domani? E come otterrà quel risultato la Yellen, visto che fra 2-3 anni gli Usa saranno ufficialmente in recessione? Ve lo dico io come farà: si rimangerà tutto e utilizzerà il Brexit o qualsiasi altro alibi le fornirà la cronaca per abbassarli i tassi, magari sotto zero pesantemente e arrivare all’helicopter money. Insomma, la donna che doveva normalizzare la politica monetaria Usa proseguirà invece il lavoro di Bernanke in maniera ancora più estrema e keynesianamente faustiana: questa è la notizia, l’unica vera notizia. 

E veniamo ora alla Bce, per l’esattezza al suo bollettino mensile. Qual è il punto cardine? «Il Brexit è uno dei fattori che pesa sulle prospettiva di crescita dell’Eurozona». Non Draghi che ha fallito ogni singola mossa che ha compiuto da quando ha dichiarato al mondo che il suo motto sarebbe stato whatever it takes, la colpa di tutto è del Brexit. Stando infatti alla valutazione del Consiglio direttivo della Bce, «i rischi per le prospettive di crescita dell’area euro restano orientati verso il basso, ma risultano più equilibrati sulla scorta delle misure di politica monetaria attuate e dello stimolo che deve ancora manifestare i suoi effetti. I rischi al ribasso sono ancora connessi all’andamento dell’economia mondiale, all’imminente referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea e ad altri rischi geopolitici». 

Poi, il velo cade. Parlando del rischio che le condizioni di inflazione molto bassa si radichino in effetti di secondo impatto sul processo di formazione di salari e prezzi, la Bce rende noto che le proiezioni macro-economiche per l’area euro elaborate a giugno dagli esperti dell’Eurosistema prevedono un tasso annuo di inflazione misurato sullo Iacp dello 0,2% quest’anno, dell’1,3% nel 2017 e dell’1,6% nel 2018. Cioè, in 18 mesi la Bce pensa di portare l’inflazione dallo 0,2% all’1,3%? Come fa? Con la bacchetta magica? No, vale lo stesso discorso fatto per la Yellen e che nessun giornale ha evidenziato: anche la Bce, sommessamente e tra le righe, ha fatto capire che non solo il Qe proseguirà, ma andrà oltre, ovvero ci si prepara all’ampliamento della platea ai bond non investment grade, agli Etf, ai Reid e poi a determinati titoli azionari. E sapete perché? Non per gli obiettivi inflazionistici, ma perché il sistema bancario europeo sta collassando: in Italia, in Spagna ma anche in Germania, visto che ieri Deutsche Bank è arrivata al minimo record di prezzo per il suo titolo. Pensate che basterà il Fondo Atlante a salvare quei disfunzionali bancomat della politica e dei prenditori (perché tali sono) che sono le banche italiane? 

In Spagna, Banco Popular, sesto istituto di credito del Paese, il mese scorso ha annunciato un aumento di capitale per un controvalore di 2,5 miliardi di euro per restare a galla. In due giorni il titolo perse il 33% della capitalizzazione di mercato, ma la sell-off si placò quando la banca rese noto di aver trovato 10 banche di livello mondiale, tra cui Goldman Sachs, Morgan Stanley, Santander, Deutsche Bank e Hsbc, pronte a operare come sottoscrittori della rights issue. Peccato che pochi giorni fa il titolo abbia ricominciato a scendere in Borsa dopo che il gruppo di investimento iberico Blackbird ha denunciato alcune pratiche di vendita creative messe in campo da Banco Popular, ovvero accordi di rifinanziamento o prestiti agevolati, con tassi di interessi al 2,5%, con il vincolo per il cliente che parte del denaro ottenuto venisse usato per comprare i nuovi titoli del gruppo. Insomma, esattamente come la Popolare di Vicenza. Il co-fondatore di Blackbird, Marc Ribes, attacca: «Popular sta offrendo prestiti ai clienti a condizione che questi sottoscrivano la right issue e depositino 1,25 euro per azione nel loro conti». 

Accidenti, uno scandalo pesante, soprattutto sotto elezioni, visto che tre giorni dopo il Brexit – ovvero domenica 26 giugno – gli spagnoli torneranno alle urne per le legislative. La Bce cosa dice? Nulla. La Cnmv, la Consob spagnola? Nulla o poco più. Il Banco de España? Nulla. Perché? Semplice, perché il Partito Popolare di Mariano Rajoy ha ottenuto un prestito da 1,2 milioni di euro da Banco Popular, mentre Ciudadanos, quarto partito del Paese, ha visto la sua campagna elettorale finanziata da Banco Popular con un prestito da 4 milioni di euro. Ma se viene giù tutto in Borsa, è colpa del Brexit. 

Tornando al bollettino, in prospettiva la Bce si attende che la ripresa economica proceda a un «ritmo moderato ma costante»: questa formula la stanno usando dal 2014, peccato che nessuno si sia reso conto della costanza della crescita, ma solo della sua mortale moderatezza. Per Draghi, le condizioni di finanziamento favorevoli e i miglioramenti della redditività delle imprese seguitano a promuovere gli investimenti. Ma dove? L’unica cosa che aumenta per le imprese sono le tasse, ratio certificata dalla crescita delle sofferenze bancarie italiane: non si eroga credito, nonostante i tassi bassi e le imprese si indebitano dove e come possono per evitare che il fisco le faccia chiudere del tutto. Altrimenti, il tasso di disoccupazione – al netto delle furbate di breve termine del governo Renzi con la decontribuzione – sarebbe continuamente calato, soprattutto nel dato giovanile. Ma non importa, c’è il Brexit che giustifica tutto, la perfida Albione ancora una volta diviene capro espiatorio delle italiche gesta. 

Ma anche tra chi non scomoda il referendum britannico, alberga della lucida follia. La Banca del Giappone ha lasciato infatti invariata la sua politica monetaria, malgrado il recente rafforzamento dello yen e al termine di due giorni di riunione il direttivo ha comunicato di aver mantenuto fermo a -0,1% il tasso di deposito, oltre a lasciar invariato anche il programma di acquisto dei titoli a 80mila miliardi di yen l’anno (630 milliardi di euro). Insomma, diciamo che non si può parlare di politica monetaria restrittiva. E come ha reagito la Borsa di Tokyo? Con un bel -3,1% del Nikkei ieri mattina. Colpa del Brexit? I giapponesi, popolo fiero, hanno almeno la decenza di non accampare questa scusa, ma resta il fatto che finora l’Abenomics non è riuscita a rinvigorire in modo significativo l’economia nipponica, la quale non solo resta stagnante, ma soprattutto ben lontana dal tetto del 2% di inflazione, la quale ad aprile è scesa dello 0,3%. Questo nonostante acquisti della Banca centrale per 630 miliardi di euro l’anno! 

Comunque, nel comunicato finale la Bank of Japan, proprio come la Bce, parla di un’economia in «ripresa moderata» e si dice «pronta a prendere nuove misure, se necessario». Mannaggia al Brexit, fa più danni della grandine. La Banche centrali invece no, loro sono dei fenomeni: gente che fa saturare volontariamente una casa chiamata mercato con il gas del denaro a costo zero e poi dà la colpa dell’esplosione a chi, non sapendolo, accende la luce. Perché questa è la realtà. 

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