DENTRO IL COVID/ Un’infermiera: serve chi può testimoniare che è bello vivere

- int. Franca Zambon

Lo stress, la fatica, la paura di ammalarsi stanno mettendo a dura prova il personale sanitario. Ma “l’urgenza più grande è dire che se ci siamo è perché siamo voluti vivi”

31enne italiano morto in Germania
LaPresse

Per Franca Zambon, infermiera della Piccola Casa della Divina Provvidenza dell’Istituto Cottolengo di Cerro Maggiore, da noi intervistata lo scorso aprile quando i morti a causa del Covid si susseguivano uno dopo l’altro nelle Rsa e il personale sanitario era abbandonato a se stesso, la situazione è migliorata dal punto di vista sanitario, ma la nuova ondata “sta provocando fatica e stress, perché non si vede una via d’uscita. Anche i familiari dei ricoverati, che durante la prima ondata esprimevano rabbia e malcontento per la situazione, oggi non si lamentano più, appaiono rassegnati”. C’è poi il problema del tanto sbandierato vaccino, che doveva essere predestinato in primis proprio agli operatori sanitari e ai pazienti delle Rsa: “Non c’è ancora stato comunicato nulla, nessun calendario, nessuna procedura”.

Come è cambiata la situazione rispetto allo scorso aprile, quando mancava tutto, anche le mascherine?

Da dopo l’estate, quando è ripartito il virus, abbiamo nuovamente chiuso alla presenza dei parenti. In realtà non avevamo mai riaperto, i ricoverati potevano incontrare i familiari solo dietro uno schermo di plexiglas. Poi abbiamo chiuso di nuovo tutto. Dal punto di vista sanitario i nostri comportamenti e le direttive sono stati tutti tempestivi, siamo anche attrezzati perché abbiamo la possibilità di fare i tamponi, sia quelli di laboratorio che quelli rapidi. Avendo questa possibilità, quando si ha un dubbio si riescono a individuare i casi e di conseguenza si mettono in atto i provvedimenti necessari.

Ormai siete in ballo da quasi un anno: come è l’umore tra voi operatori sanitari?

Abbiamo sempre mantenuto tutti i dispositivi di sicurezza, anche in estate con il caldo, il personale si è abituato a lavorare in queste condizioni, nonostante si percepisca una sorta di stanchezza. Ma le persone sono stanche, come se non vedessero una via di uscita.

E il vaccino? Siete ancora in attesa?

Stiamo raccogliendo i consensi, ma non abbiamo ricevuto ancora nessun tipo di indicazione, di calendario, di quando e come si riuscirà a fare.

Cosa dicono i tuoi colleghi? Ci sono alcuni di loro che non vogliono vaccinarsi come accade in altre strutture?

La gente è un po’ scettica, c’è paura, perché è un vaccino approvato in tempi troppo rapidi rispetto alla norma, si ha il timore che possa capitare che uno non si senta bene. Insomma, c’è un po’ di diffidenza, c’è scetticismo, però si aderisce, a parte pochissimi casi in cui qualcuno dice che preferisce aspettare e vedere come funziona. Diciamo che circa il 10% dei dipendenti sta dicendo no.

E i familiari? Sono più tranquilli?

Tranquillo è una parola grossa, l’impressione è che siano rassegnati. Nella prima ondata c’era rabbia, adesso non dicono più niente, come se ci fosse una sorta di rassegnazione che fa un po’ tristezza. Noi, se c’è una persona terminale ma non colpita dal Covid, lasciamo che i familiari la possano incontrare per il saluto finale. Chi invece risulta positivo al Covid viene isolato.

Avete situazioni di emergenza?

Abbiamo dovuto isolare un reparto, quello dei disabili: non hanno ricevuto nessuna visita e sono gestiti come nella prima ondata.

Non sarà facile per persone in queste condizioni essere isolati, è così? E per voi dipendenti che cosa significa avere a che fare con questa tragedia?

Quando è ricominciata la pandemia c’è stato un momento di scoramento. Anche se eravamo più preparati, ci siamo detti: no, speriamo non accada quello che è già successo. Avevamo più strumenti e procedure migliori, abbiamo ripetuto i controlli anche sul personale, perché si avvertiva la paura di tornare a casa e contagiare i familiari. I pazienti disabili erano spaventati, essendo noi tutti bardati non ci riconoscevano, neanche la possibilità di toccarsi con un abbraccio, abbiamo dovuto impegnarci parecchio per tranquillizzarli.

Dipendenti positivi ce ne sono stati?

Abbiamo avuto alcuni operatori che si sono positivizzati. Tanti rimangono positivi a lungo anche se non hanno sintomi. È il caso di una ragazza che, dopo sei settimane, sta bene ma è sempre positiva, deve stare a casa. Non si negativizza e mi ha detto che se rimane ancora positiva crollerà mentalmente, non ce la fa più. Ho dovuto dirle: riparti dal fatto che non stai male, che ci sei ancora. L’idea di non negativizzarsi la sentiva come una morte annunciata.

Qual è adesso il suo, il vostro stato d’animo?

Il bisogno più grande che c’è è potersi dire che siamo più grandi di questo virus, il nostro valore non dipende dall’esito del tampone, il nostro valore è che siamo qui perché siamo voluti.

Spiegaci cosa intendi.

L’urgenza più grande è esserci, dire che ci siamo, se ci siamo è perché siamo voluti vivi. Nonostante tu non abbia i sintomi, nonostante il fatto di dover dipendere da un esito. Un conto è se stai male, allora puoi dire: vabbè finirà.

Invece?

Quando stai bene, ma sei bloccato nella tua libertà, questa cosa ti annienta più della malattia stessa. Serve una presenza che sappia testimoniare che è bello vivere. Mi rendo conto di essere  dentro una storia e una compagnia, quella della Chiesa, che ci ha fatto vedere questa promessa: la voglia è di continuare a ripeterselo.

(Paolo Vites)



© RIPRODUZIONE RISERVATA